L’odio risortoPer gli ebrei, gli anni Trenta sono già riiniziati (poco meno di un secolo dopo)

Lo scempio dell’aggressione milanese a due ebrei ortodossi non ha scandalizzato quasi nessuno. Non ci sono state manifestazioni, né dibattiti pubblici perché ormai anche il più palese antisemitismo è accettato

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Nessun popolo e nessuno Stato sulla faccia della terra come gli ebrei e Israele suscitano un odio così totale e incondizionato, qualunque cosa facciano o non facciano, dicano o non dicano, siano o non siano. L’Israele di oggi, anche nei suoi esponenti più spregiudicati e indifendibili, anche nelle sue derive arrogantemente e autolesionisticamente suprematiste, non è la causa, ma l’effetto di un antisemitismo assistito dalla scriminante del free speech antisionista e anti-genocidario. 

Hamas non ha avuto bisogno che gli apologeti dell’assassino di Rabin prendessero il potere a Gerusalemme, per odiare Israele e organizzarne metodicamente la distruzione. Sono questi ultimi che hanno bisogno di Hamas per dimostrare che a Israele, ormai, non resta che fare torto o patirlo e che l’ideale sionista laico e umanistico è un lusso che gli ebrei in pericolo non possono più permettersi. 

Non ci vuole troppa condiscendenza, semmai una onesta intelligenza del mondo e dell’umana fragilità per capire che i fanatici nazionalisti e religiosi che vogliono ebraicizzare la Palestina «from the river to the sea», facendo sinistramente il verso al grido di battaglia di Hamas, sono non certo legittimati, ma facilitati dallo scherno riservato alla paura degli ebrei del mondo, dentro e fuori Israele, di essere alle porte (anzi oltre le porte) di una nuova stagione di violenze e persecuzioni e di condiscendenze e relativizzazioni: cosa pretendono gli ebrei?

Di fronte alle immagini dell’uomo che ha aggredito a Milano un bambino e un anziano ebrei ortodossi urlando loro «pezzi di merda», «israeliani assassini»,«figli di puttana» e venendo trattenuto, prima che passasse alle vie di fatto, da alcuni militari di guardia davanti alla scuola ebraica la consapevolezza più dolorosa è che questo episodio non rappresenta l’effrazione di un codice sociale condiviso o almeno accettato, fosse pure a malincuore, ma l’evidenza plastica del suo superamento nella coscienza collettiva e dell’avvenuta mitridatizzazione del senso comune allo scandalo della violenza antisemita. 

L’Italia si è domandata per giorni se Francesco Acerbi avesse dato del «negro» a Juan Jesus, e si è accalorata sul ponziopilatismo della giustizia sportiva. Nessuno nell’Italia della brava gente antirazzista è insorto contro le gesta dell’energumeno antisionista, così confermando la riconquistata normalità dell’odio antiebraico. Un odio non risorgente, ma risorto. Non solo connesso alla fomentazione teppistica, ma consustanziato alle sensibilità pacifiste. «Sporco negro» è diverso da «ebreo assassino». «Ebreo assassino», a suo modo, è anche un’invocazione di giustizia.

Nelle università americane del feticismo linguistico woke, il giudizio sul programma genocida di Hamas dipende, come è noto, dal contesto. E non parliamo delle università italiane su cui i gruppi pro Pal esercitano la nota e occhiuta guardiania ideologica. Certo, può capitare che gli ebrei vengano minacciati. Ma è colpa di Benjamin Netanyahu, dei coloni e del genocidio di Gaza. Le colpe della violenza anti-ebraica, come ai vecchi tempi, è in fondo degli ebrei.

Se un facinoroso, dopo una delle tante stragi islamiste di questi anni bui, avesse importunato e minacciato un pacifico musulmano a spasso sul marciapiede con un bambino, imputandogli, in quanto musulmano, la sua quota parte di responsabilità omicida – così funziona il meccanismo della randomica decimazione morale in uso verso il popolo ebraico – mezza Italia sarebbe giustamente scesa in piazza contro l’odio e il razzismo religioso. Di fronte a un episodio come quello di Milano nessuno scende in piazza, anzi nessuno si premura neppure di alzare lo sguardo, perché è come se non fosse successo niente. 

Qualunque violenza compiano i coloni in Cisgiordania, qualunque violazione del diritto di guerra compia l’esercito israeliano a Gaza la responsabilità è di tutti gli ebrei del mondo, compresi quelli non israeliani e lontani anni luce dalla compagine politica che governa lo stato ebraico e di tutti i cittadini israeliani, compresi quelli che assediano la Knesset per impedire a Netanyahu di usare questa guerra per la salvezza del suo governo e non per la salvezza degli ostaggi e la sconfitta di Hamas. È l’essere ebrei, in sé, a rappresentare uno scandalo. Gli anni Trenta per loro sono già riiniziati, poco meno di un secolo dopo.

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