Apartheid di genereIl velo dell’ambasciatrice italiana in Iran insulta i dissidenti

Paola Amadei si è presentata al ministro degli Esteri di Teheran come se fosse il rappresentante di un governo normale e non di una dittatura criminale che reprime ogni libertà dei suoi cittadini. L’esatto opposto di quel che aveva fatto Mattarella quando aveva ricevuto l’ambasciatore iraniano

AP/Lapresse

Il 16 settembre 2022 Mahsa Amini era entrata a Teheran felice per fare una visita alla città e ai suoi familiari. Ma in Iran un velo che non riesce a nascondere i capelli folti di una donna diventa il suo assassino. È la goccia che fa traboccare il vaso, per l’ennesima volta. Ma stavolta vogliamo che sia l’ultima: la protesta riparte ancora, riparte sempre. Anzi, da quarantacinque anni a questa parte non si è mai fermata. Una protesta che è diventata rivoluzione, una rivoluzione unica nel suo genere, con uno slogan ormai diventato globale, “Donna, Vita, Libertà”, immediatamente accolta da tutti in tutto il mondo, specialmente dalle donne.

La febbre di far parte della rivoluzione di “Donna, Vita, Libertà” è diventata virale per quello che è accaduto per Mahsa Jina Amini. Da lì è partito un gesto simbolico di solidarietà: tagliarsi una ciocca di capelli. Abbiamo visto migliaia di donne tutto il mondo replicare questo gesto nei cortei, in pubblico, addirittura nei parlamenti, promettendo di stare accanto alle donne iraniane fino alla vittoria.

“Donna, Vita, Libertà” è diventato di tendenza e tutti, con o senza conoscenza e consapevolezza, la sostenevano. Come succede a molti eventi importanti che per un po’ di tempo sono in cima ai notiziari, appena la notizia si spegne queste storie finiscono nel dimenticatoio. Ma il popolo iraniano non si è mai fermato, perché per milioni di persone non è una febbre passeggera o una moda. Per il popolo iraniano questa protesta rappresenta il diritto alla vita, il diritto alla libertà, il diritto all’uguaglianza. Un diritto per cui tanti, donne e uomini, hanno deciso di sacrificare la loro vita.

La libertà è un diritto fondamentale e immenso che ora è nascosto dietro il velo in Iran. Sembra ridicolo che un pezzo di stoffa abbia un significato e un potere così grande, ma ce l’ha – per ora – in Iran. E per questo motivo il regime degli ayatollah vuole mantenerlo a tutti i costi: il velo rappresenta il terrorismo, l’oppressione, la teocrazia, il fondamentalismo, la discriminazione religiosa, la corruzione, ma soprattutto l’apartheid di genere. Ecco perché si lotta per eliminarlo e si è consapevoli del prezzo da pagare.

Mentre Narges Mohammadi – Premio Nobel per la Pace 2023 e la lottatrice trentennale per i diritti umani, e in particolar modo per i diritti delle donne – chiede fermamente alle Nazioni Unite di inserire l’apartheid di genere nell’elenco dei crimini contro l’umanità, vediamo che chi precedentemente aveva protestato tagliandosi una ciocca in segno di solidarietà oggi sembra aver perso completamente la memoria.

Mentre Iran centinaia di persone, come Nika, hanno perso la vita lottando per la libertà e contro il velo obbligatorio, il 27 febbraio 2023 l’ambasciatrice svizzera si era presentata con il chador a Qom per incontrare gli uomini della Sharia con un sorriso a trentadue denti.

Mentre in Italia si premia Narges Mohammadi per le sue battaglie – e uomini e donne italiani sia dentro sia fuori dalla politica sostengono la rivoluzione “Donna, Vita, Libertà” – accogliamo con sorpresa il messaggio della nuova ambasciatrice italiana in Iran: «Oggi ancor più che in passato i nostri due paesi condividono la responsabilità di adoperarsi per la pace e la prosperità». Forse durante questi cinquecentoquarantasette giorni Paola Amadei è stata molto impegnata, così impegnata che non ha letto nemmeno una notizia sull’Iran.

Ogni parola e ogni gesto è da pesare con cura. «Oggi ancor più che in passato», dice l’ambasciatrice vuole una cooperazione tra i due Paesi, dopo aver visto morire oltre ottocento persone in Iran per la libertà, e dopo oltre ottocentocinquanta impiccagioni nel solo 2023. Inoltre Amadei ha avuto il coraggio di presentarsi al ministro degli Affari Esteri del regime degli ayatollah – uno che ha una storia da terrorista e fa parte del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica – con il velo e un grande sorriso. Se non fossi sicura del contrario, mi verrebbe da pensare che alle donne occidentali piace sentirsi sottomesse o discriminate, perché non c’è altra spiegazione per una cosa del genere.

Di certo non si tratta di una strategia di politica estera, altrimenti il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non avrebbe accolto il nuovo ambasciatore della repubblica islamica con parole molto severe e pesanti. Assolutamente no. È soprattutto un discorso di coscienza umana, che nei momenti cruciali arriva a superare qualsiasi strategia di politica estera. Paola Amadei, da donna, a prescindere dal suo ruolo istituzionale, se davvero avesse tenuto alle donne iraniane, all’uguaglianza, al diritto fondamentale della libertà per tutti gli esseri umani, di sicuro avrebbe trovato un modo più consono per presentarsi a un ministro del regime. Insomma, oltre a mostrare scarsa coerenza, direi che non ha dimestichezza neanche con l’arte della politica.

Ora capisco bene il titolo dell’articolo del Sole 24 Ore del 20 marzo scorso: “Paola Amadei, ambasciatrice d’Italia a Teheran: ecco chi è la donna chiamata a mediare con gli Ayatollah”. È chiaro come la luce del sole: Amadei viene usata per mediare con gli ayatollah in quanto donna. Una donna, non iraniana, che va in Iran per confermare la legittimità del velo in Iran. Quanto ci manca Orianna Fallaci.

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