Salotto rivisitato La ricetta per esaltare il fascino asciutto di uno spazio domestico

Park Hyatt compie vent’anni e l’architetto Flaviano Caprotti ha progettato tre nuove suite dedicate al capoluogo meneghino. Vista sui tetti, terrazze, divani, alti soffitti. Ma anche una cupola di vetro che illumina di luce naturale il nuovo cocktail bar Mio Lab e un nuovo ristorante che rielabora le storiche ricette della tradizione lombarda

Montenapoleone Suite, courtesy of Park Hyatt

Park Hyatt è una catena alberghiera presente in tutto il mondo, foriera di un fascino sobrio, nobile, tanto da essere stato l’ambientazione di “Lost in translation” di Sofia Coppola, a Tokyo, che parla di due viaggiatori malinconici e sofisticati, i quali interpretano alla stregua di un rumore ovattato il chiasso fatuo di coloro che li circondano. Diverso dal Ritz e dalle sue atmosfere opulente, barocche, Park Hyatt si presta perfettamente all’immagine crepuscolare di una giovane Scarlett Johansson che guarda giù per la strada, senza essere mai andata a dormire, i palmi delle mani delicatamente appoggiati al vetro della finestra. Un racconto di romantico esilio metropolitano.

A Milano compie vent’anni, Park Hyatt. È un prodotto del nuovo millennio, appartiene cioè al capoluogo lombardo in espansione, anzi, decentrato, composto di più centri, rutilante, mai fermo. Costruito all’interno di un palazzo ottocentesco e collocato all’interno di quella egida meneghina che una volta rappresentava l’unico, imponente fulcro urbano e oggi è invece sinonimo di allegre compagnie di ragazzi a passeggio, uomini d’affari, turisti e uffici. È grazie allo studio d’architettura Flaviano Caprotti se sono state progettate e messe a nuovo tre suite dedicate a tre luoghi simbolici di Milano, distanti poche decine di metri: Brera, Duomo e Montenapoleone. Il filo conduttore, il principio a cui si ispirano è l’ospitalità. Non sarà infatti un caso che, nel film di Sofia Coppola, i protagonisti siano clienti fissi dell’albergo, nel senso che sono condotti da contingenze esterne, misteriose a passare al suo interno diversi mesi, come se appunto l’albergo fosse la loro casa.

Montenapoleone Suite, courtesy of Park Hyatt

E la metafora non tarda ad arrivare. Se un albergo svolge la funzione narrativa di un’abitazione permanente, significa anzitutto che deve prestarsi a somigliarle. E poi, eventualmente, si possono azzardare conclusioni più astratte, ovvero che al giorno d’oggi siamo tutti esponenti involontari della peregrinazione da un posto all’altro, della permanenza straniante in luoghi liquidi, multiformi, dissimili dall’idea che ci siamo fatti di loro. Tant’è che la città scelta da Sofia Coppola era la piana, immensa, incessante Tokyo. Qui invece siamo a Milano. A colazione gli ospiti dell’albergo sono illuminati dalla luce naturale che irradia da un’ampia cupola di vetro. Un salotto, oltre che un luogo d’incontro che la sera si anima grazie ai drink di Mio Lab Cocktail Bar: come il PHM20, ideato da Alessandro Iacobucci Vitoni. Un bloody mary rivisitato, pomodoro giallo e senape in grani. La cupola diffonde, allora, i bagliori casuali e distratti della notte.

Si cena al Pellico 3, con le selezioni culinarie dello chef Guido Paternollo, tutte basate sulla rivisitazione della storica tradizione regionale lombarda: il carpaccio di manzo trasformato in una tartare, risotto allo zafferano, a cui viene aggiunto midollo gratinato, la cotoletta, ma non di vitello, di manzo abbinata a un’insalata di verdure crude di stagione. Per dessert il panettone, ovviamente. Tutto è annaffiato da bottiglie di champagne, barolo, brunello.

Brera Suite, courtesy of Park Hyatt

Forse per questo si è parlato di “modernità borghese” per definire il lavoro di Caprotti: esalta il fascino asciutto di uno spazio domestico. Dalla colazione alla cena, il suo è un tentativo di restituire agli apparentemente asettici perimetri di un hotel, il clima di convivialità allegra di un appartamento. Gente che si confronta, seduta su morbide sedute in pelle, soggiorni con ampie porzioni a veranda, alti soffitti, camini e vista sulla Madonnina, come nel caso della suite Duomo. Una gestione degli spazi simmetrica, razionale, tipica di certi salotti altoborghesi, insomma, dove tutto ha la sua funzione e non c’è quella dispersione di ambienti dei palazzi aristocratici.

Centottanta metri quadri nel caso della Montenapoleone, un maxi appartamento insomma, che rimanda a rituali condivisi, a scene di vita familiare  La suite Brera si trova al piano nobile dell’hotel. Le suite Montenapoleone e Duomo, essendo al sesto piano, si aprono direttamente sul cielo in linea con gli altri tetti della città. Sono dotate di terrazzi. Caprotti ha ammesso che è stato ispirato da un passo dei “Promessi sposi”, quando Renzo è in fuga da Milano e trascorre la notte in un casolare di campagna. Svegliandosi, è investito dalla tinta del cielo sopra di lui, un cielo terso, azzurro. E si capisce che Alessandro Manzoni scriveva tra il Settecento e l’Ottocento, prima che il cielo in Lombardia diventasse grigio, asfittico, ceruleo nelle giornate buone, incastonato sopra di noi come un soffitto che inizia a subire perdite.

Montenapoleone Suite, courtesy of Park Hyatt

Carta da parati in seta grigio perla e una boiserie in noce biondo nella sua cromia naturale, allo scopo di esibire la vera essenza del legno. Un omaggio all’antica lavorazione della seta sul Lago di Como. Ecco che tornano i “Promessi sposi”: quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno… Dappertutto, tocchi di giallo e arancio alternate al verde petrolio.  Avvolte da una luce calda, naturale, quasi impercepita spiccano pezzi di design firmati da Franco Albini, Luigi Caccia Dominioni, Angelo Mangiarotti, Gio Ponti, Ignazio Gardella ed Enzo Mari.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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