Tabula rasa Gli equilibri impossibili di Jose Dávila sono una metafora della precarietà dell’esistenza

Originario di Guadalajara, ha sempre ripudiato la sua formazione da architetto e anche la storia del suo Paese. Il tema portante di tutte le sue opere è la forza di gravità. Sfidandola, è riuscito a portare l’arte oltre i propri limiti

Courtesy of the artist and Sean Kelly, New York Photo by Timothy Schenck © 2019

A volte l’arte serve a fare tabula rasa, in primis con noi stessi, diventando una comfort zone utile per ripartire. Sembra essere il caso di Jose Dávila, nato nel 1974 a Guadalajara, considerato uno tra i maggiori talenti della nuova arte messicana. È noto soprattutto per la sua scultura sempre in cerca di equilibri impossibili, grazie alla quale sembra aver annientato i legami con il proprio Paese e con la sua formazione da architetto, alla ricerca di un’essenza scarnificata e algida in cui la materia prevale su tutto. L’artista, amato soprattutto dal mercato dell’arte e del design americano, di cui incarna l’essenza stessa, resta sembra in bilico tra minimalismo visivo e monumentalismo a tutti i costi.

La sua opera riflette la tradizione del modernismo nelle arti: laureato in architettura, non ha mai esercitato la professione, preferendo combinare questo background con la sua conoscenza della storia dell’arte. Il risultato è un lavoro che emula, omaggia e spesso critica l’avanguardia del XX secolo. D’altronde, le sue installazioni pubbliche, che impiegano materiali industriali in modo umoristico e critico, sono ampiamente celebrate per la loro capacità di sfidare i limiti stessi della scultura. Tali elementi rendono il suo lavoro a tratti asettico.

Del resto, a differenza di Benjamin Langholz, di cui abbiamo raccontato i grandi progetti artistico-sportivi basati sul concetto di equilibrio, Jose Dávila non coinvolge mai attivamente lo spettatore. È l’artista stesso a risolvere e condividere una soluzione finale di apparente e precario equilibrio, inteso quale metafora intima dell’esistenza, piuttosto che come corale strumento maieutico. Partendo dall’architettura, elemento che l’artista fatica ad accettare come vero ed evidente motore della propria forma mentis e arte, nell’intervista che ci ha concesso, emerge il rapporto con la gravità in tutta la sua compulsione.

Los Límites de lo Posible, 2019 (Courtesy of the artist and Sean Kelly, New York Photo by María Rincon © 2019) 

Qual è il tuo legame con il tuo paese natio? Come influenza, se lo fa, la tua esplorazione artistica?
Per quanto riguarda il mio legame con il Messico, è profondo e sfaccettato, estendendosi oltre il patrimonio culturale fino ai materiali stessi e alle forze con cui interagisco nel mio lavoro. La ricca storia del Messico, in particolare la sua architettura e arte precolombiana, mi circonda senza dubbio con una ricchezza di ispirazione. Tuttavia, il mio approccio ai materiali, specialmente la pietra, è guidato più dalle loro qualità universali che da un contesto di identità nazionale specifico. Sono affascinato dalle pietre per ciò che sono, la loro forma, peso e le storie che portano attraverso il tempo. Questo interesse non deriva da un’influenza diretta delle opere in pietra azteche o maya, ma piuttosto da una riflessione sulla pietra come elemento fondamentale della natura e della costruzione che trascende i confini culturali. Ci tengo quindi a rimarcare come la mia ricerca artistica sia profondamente radicata nelle proprietà fisiche e metafisiche dei materiali, attingendo alla bellezza e complessità intrinseche del mondo naturale, non attraverso una lente nazionalistica di identità.

In effetti hai una conoscenza specifica dei materiali, avendo studiato come architetto. Come sei approdato all’arte?
Nonostante non provenga da una famiglia di artisti, ho sempre avuto il loro supporto nel mio percorso nel mondo dell’arte, che non è stato un cammino diretto, quanto piuttosto un’evoluzione organica dei miei interessi e studi. Inizialmente, mi sono dedicato agli studi in architettura, che ho trovato affascinante per i suoi principi di spazio e materialità. Non ho mai lavorato come architetto; tuttavia, i suoi principi, strettamente collegati a quelli della scultura, hanno gettato le basi per le mie successive esplorazioni artistiche. Durante i miei studi di architettura, ho così iniziato a impegnarmi in interventi site-specific con un gruppo di amici presso l’Università ITSO di Guadalajara, in Messico. È stata un’esperienza pregnante che, unita alla crescente interazione con curatori e la comunità artistica, mi ha naturalmente portato a trasferirmi letteralmente nel mondo dell’arte.

Eppure nella tua estetica emerge una sensibilità estetica direi architettonica, forse anche inconscia, sbaglio?
Questa sensibilità architettonica è evidente nella precisione, proporzione e rigore concettuale che caratterizzano le mie sculture e installazioni. I principi dell’architettura, come l’equilibrio, la tensione e la manipolazione dello spazio, sono fondamentali nel mio lavoro, permettendomi di creare opere che non solo occupano lo spazio fisico ma vi interagiscono e lo trasformano. Tuttavia, non trovo un’estetica architettonica nel mio lavoro, né la sto cercando… al contrario, sto facendo scultura, con materiali industrializzati e naturali, non sto creando sculture che evocano direttamente un’estetica architettonica, sono solo i principi che sto usando.

Courtesy of the artist and Rachid Karami International Fair

Che rapporto hai con il design che sembra essere richiamato nelle forme di alcune tue opere?
Per me il design non riguarda solo l’estetica; si tratta di risolvere problemi, di trovare l’armonia tra elementi diversi e di creare interazioni significative tra l’oggetto e il suo ambiente. In alcuni dei miei lavori, si può vedere un dialogo diretto con oggetti di design, come l’iconica sedia Acapulco, che ho incorporato in sculture per sfidare e ridefinire la sua forma e funzione e sottolineare il fatto che non ha un brevetto, nonostante sia uno dei pezzi di arredamento più iconici nella storia del design messicano. Tuttavia, il mio lavoro attinge a una vasta gamma di influenze e metodologie per creare opere che risuonino su più livelli, quindi il mio rapporto con il design considero quasi inesistente.

Le tue opere sono caratterizzate da equilibri instabili: perché?
L’interazione tra equilibrio e gravità nelle mie opere funge da metafora per la condizione umana: cerchiamo costantemente un equilibrio delicato nelle nostre vite, adattandoci alle forze – esterne e non – che ci influenzano. La gravità è un modo – per me l’unico – di raccontare la fragilità e precarietà della nostra esistenza e la intendo come una lente attraverso cui esaminare la condizione umana. Questi principi fondamentali – equilibrio, gravità e leggi della fisica – non sono per me solamente concetti scientifici, ma forze invisibili che plasmano le nostre esperienze quotidiane e le interazioni con il mondo materiale circostante. Nella mia pratica artistica, questi concetti sono il fulcro della scelta dei materiali e della loro disposizione. Elementi pesanti come pietre sono spesso disposti in configurazioni apparentemente instabili, sfidando la percezione dello spettatore evocando un senso di tensione e rischio. Tuttavia, l’equilibrio raggiunto in queste opere, nonostante la minaccia apparente di caduta, mi affascina profondamente perché riflette la resilienza umana nel trovare armonia in mezzo al caos e nel lottare per l’equilibrio di fronte alle incertezze della vita.

La gravità è una forza invisibile: è ciò che non si vede il vero protagonista del tuo lavoro?
Il mio intento è creare un dialogo che vada al di là dell’aspetto visivo, spingendo gli spettatori a riflettere sul sottile equilibrio e le tensioni presenti sia nella natura che negli ambienti costruiti dall’uomo. Esploro la giustapposizione di materiali pesanti con supporti fragili e il posizionamento di oggetti in situazioni apparentemente precarie. Questo approccio sfida le percezioni dello spettatore riguardo alla stabilità e alla durata, riflettendo le contraddizioni e le incertezze della vita stessa. Di conseguenza, ogni mia opera è concepita come uno stimolo per riflettere sulle più ampie implicazioni filosofiche di equilibrio, instabilità e della relazione umana con il mondo fisico.

Secret Wish, 2023
Metal, epoxy paint, boulders, and wireCourtesy of the artist and Nara Roesler, São Paulo, BR Photo by Agustín Arce © 2023

Le tue opere d’arte nascono da una perdita o ricomposizione della condizione di equilibrio?
Ogni pezzo inizia con una visione concettuale di insieme, in cui entrano in gioco le idee fondamentali di equilibrio, tensione e interazione delle forze. Ma poi arriva per forza la ricerca di equilibrio e l’aspetto ingegneristico è significativo, poiché è essenziale comprendere e manipolare questi principi per raggiungere l’estetica e i risultati concettuali desiderati. Sebbene la concezione sia un processo profondamente personale e indipendente, la realizzazione effettiva di queste opere spesso richiede collaborazione, specialmente quando si tratta di installazioni o sculture su larga scala che coinvolgono materiali pesanti come pietre e massi. Il posizionamento preciso e l’equilibrio di questi elementi richiedono una considerazione attenta dei principi ingegneristici per garantire non solo la stabilità dell’opera, ma anche la sicurezza di coloro che interagiscono con essa. Nella mia pratica in studio, c’è perciò un mix di equilibrio anche tra lavoro indipendente e collaborazione: le idee e il design iniziali provengono sempre dalla mia visione, ma la realizzazione di questi concetti, specialmente le installazioni più complesse, può coinvolgere un team che aiuta ad eseguire gli aspetti tecnici.

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