La resa del PpeIl nuovo patto europeo sulla migrazione è peggiore del Trattato di Dublino

Il nostro paese si troverà a gestire praticamente da sola i flussi migratori a causa di un meccanismo malsano in cui alcuni paesi europei possono pagare per scaricare il problema sugli altri Stati Ue di primo approdo

Unsplash

La recente approvazione del pacchetto di migrazione e asilo da parte del Parlamento Europeo segna un ulteriore tassello del progressivo avvicinamento, ma potremmo dire vera e propria resa, dei popolari europei a conservatori e sovranisti di Ecr di cui temono il pressing a destra in vista delle elezioni. Sui temi legati alla migrazione e al diritto d’asilo, le destre europee hanno spesso posizioni confliggenti, rispondenti più agli interessi nazionali che alle posizioni politiche dei gruppi di riferimento. Quelle dei Paesi di confine, infatti, rivendicano da tempo il diritto a respingere i migranti senza dover sottostare a troppe regole, o talvolta spingono per una ricollocazione su base europea delle persone che entrano in Ue (posizione in realtà più propria dei socialisti e dei verdi). Tutte le altre, invece, non intendono affrontare il tema, lasciando che rimanga un problema altrui.

Finora le regole europee hanno favorito quest’ultima esigenza: il Regolamento di Dublino, infatti, scaricava sul cosiddetto «Paese di primo arrivo» la gran parte degli oneri di accoglienza, permanenza e verifica burocratica di migranti e richiedenti asilo. Una situazione che aumentava fortemente la pressione su questi Paesi, nei quali le destre non a caso hanno sempre descritto l’Ue come disinteressata al problema della “invasione”.

Negli anni, la necessità di riformare Dublino è diventata una consapevolezza sempre maggiore, anche se non da tutti vista con particolare urgenza. Di tutte le riforme possibili, quella approvata la settimana scorsa è tuttavia una delle peggiori che si potevano concepire: il nuovo pacchetto, infatti, non risolve il problema del «primo arrivo», poiché permette agli altri Stati membri di evitare di accogliere i migranti ricollocati dietro il pagamento di una somma verso il Paese in cui sono arrivati. 

I limiti di questo sistema sono evidenti. Gli eventuali rimpatri di chi non ha diritto all’asilo, infatti, sono spesso molto difficili a causa della mancanza di accordi con i Paesi d’origine dei migranti (che a oggi sono ancora da sottoscrivere); i Paesi non di primo arrivo avranno gioco facile a pagare per sottrarsi alle loro responsabilità di solidarietà (ed è da vedere, tra l’altro, come l’Ue riuscirà a garantire l’effettivo pagamento dei risarcimenti); sui Paesi di confine continueranno a gravare la maggior parte degli oneri, senza che la presenza di alcuni centri per la richiesta d’asilo fuori dall’Ue, come prevede il pacchetto, abbia davvero concrete possibilità di convincere la gran parte dei migranti a non affrontare viaggi rischiosissimi verso l’Unione europea. Il fatto che le richieste d’asilo di migranti provenienti da alcuni Paesi verranno affrontate partendo dalla presunzione della mancanza di questo diritto, rischia inoltre di favorire ingiustizie e pressappochismo nelle procedure amministrative.

Più che superare Dublino, dunque, il nuovo pacchetto migrazione peggiora il sistema precedente, legittimandolo in un meccanismo in cui, chi può, paga per scaricarsi del problema. Difficile immaginare qualcosa di più lontano dalla solidarietà europea a cui spesso i popolari del Ppe si sono richiamati nelle giornate precedenti il voto, e che sarebbe servita per affrontare un fenomeno strutturale sul quale, a questo punto, è lecito non attendersi un nuovo dibattito per diversi anni (con tutto quello che la cosa comporterà per alcuni Paesi). 

L’incoerenza dei popolari, o per meglio dire la loro sconfitta culturale, rischia però di impallidire di fronte a quella del governo italiano: nonostante questo penalizzi fortemente Paesi come l’Italia, che verosimilmente si troveranno a gestire praticamente da soli i flussi dei prossimi anni, a Bruxelles, infatti, le destre italiane hanno votato sostanzialmente in linea con il pacchetto, ed è improbabile che al Consiglio Europeo che dovrà confermare il voto l’Italia si opponga all’accordo.

Un governo sovranista, composto da partiti che del rifiuto dell’immigrazione e della necessità di chiamare in causa sul tema l’Ue (a cui si rimproverava di abbandonare l’Italia) hanno fatto un loro tratto identitario, sembra non avere niente da obiettare di fronte a una riforma che peggiora il regolamento che hanno criticato per anni. In controtendenza all’attivismo mostrato in alcune occasioni, ad esempio nel bloccare la direttiva sulle auto elettriche, il governo italiano sull’immigrazione non userà il peso del nostro Paese per influenzare il processo decisionale.

Al cedimento dei popolari ai sovranisti, dunque, si somma l’incapacità del governo italiano di agire su un tema considerato da sempre centrale dalle forze che lo compongono, che spesso hanno affermato la necessità di andare in Europa “a farsi sentire”. A meno che, ovviamente, in un calcolo tanto cinico quanto autodistruttivo per l’Italia, il punto non sia proprio usare l’esacerbarsi della situazione per poter, ancora e più di prima, gridare contro l’immigrazione e contro l’Europa che ci lascia soli, dopo aver fatto scientemente in modo che ciò avvenisse.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter