Cattivi maestriDal Patto di stabilità europeo all’eterna instabilità italiana

Non è molto convincente l’idea secondo cui il Pd avrebbe dovuto approvare le nuove regole economiche europee per non dare un dispiacere al commissario Paolo Gentiloni, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

LaPresse

Il Parlamento di Strasburgo ha approvato ieri con trecentosessantasette voti favorevoli, centosessantuno contrari e sessantanove astenuti il nuovo Patto di Stabilità e crescita, con l’accordo delle principali famiglie politiche europee, dai socialisti ai popolari, e il dissenso di quasi tutti i partiti italiani (tra astenuti e contrari). L’opposizione si è concentrata sull’evidente contraddizione del governo, e anzitutto di Fratelli d’Italia, che ha sconfessato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e la stessa Giorgia Meloni, che si era vantata di avere grandemente migliorato il Patto (merito che lo stesso Paolo Gentiloni, commissari per gli Affari economici, non aveva esitato a riconoscerle).

Tuttavia non è un segreto che anche nel Partito democratico l’accordo abbia suscitato più dissensi che consensi. Forse anche per le voci insistenti che da tempo indicano proprio in Gentiloni un possibile successore di Elly Schlein, se le elezioni europee andassero male. Devo dire però che non ho mai trovato molto convincente neanche l’argomento, usato spesso dai sostenitori dell’ex presidente del Consiglio, secondo cui il Pd avrebbe dovuto approvare il nuovo Patto per non dare un dispiacere a Gentiloni.

Il dissenso italiano ha suscitato, com’era prevedibile, molte lamentazioni sulla deriva populista dell’intero sistema politico, argomento che per me non necessita di dimostrazioni. Ma per una volta potrebbe anche darsi che tante resistenze non siano infondate, considerato il modo in cui nel corso della trattativa il Patto si è progressivamente irrigidito, prefigurando un ritorno a quella filosofia dell’austerità che già tanti danni ha fatto all’Europa, e molti di più potrebbe farne all’Italia.

Resta il colpo d’occhio di tutte le principali delegazioni italiane che votano in dissenso dai rispettivi schieramenti (il Pd rispetto al Pse, Forza Italia rispetto al Ppe, Meloni rispetto alla sua nuova amica Ursula von der Leyen). Uno spettacolo che Gentiloni ha commentato con la consueta ironia, compiacendosi di avere «unito tutta la politica italiana».

La battuta mi ha ricordato un aneddoto che Marx raccontava a proposito di Hegel. A quanto pare (la testimonianza si deve in realtà a una terza persona, che in una lettera riportava il pettegolezzo), Hegel disse una volta che nessuno dei suoi allievi l’aveva capito, tranne Rosenkranz, che però l’aveva capito male. Ho sempre pensato che l’episodio potesse senz’altro corroborare la sua fama di pensatore arduo e oscuro, quasi profetico, ma certo non deponeva a favore delle sue qualità di insegnante. Visto quanto accaduto al Parlamento europeo, mi viene il sospetto che lo stesso si possa dire a proposito delle qualità politiche di Gentiloni.

Per una diversa lettura dei fatti, leggi l’articolo di Mario Lavia su Linkiesta

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