Furia MaxL’irrefrenabile abuso dei sostantivi aggettivati nei titoli dei giornali

Soprattutto nei media sportivi abbonda la tendenza a trasformare un sostantivo in aggettivo sistemandolo davanti a un altro sostantivo. Una nuova mania mutuata dalla lingua inglese

LaPresse

«Follia Ronaldo»: così, qualche giorno fa, i siti di molti giornali titolavano il gestaccio del campione portoghese, che nella semifinale della Coppa d’Arabia ha dato una gomitata a un avversario, si è preso il cartellino rosso e, non pago, ha mostrato un minaccioso pugno all’arbitro temerario. Succede (anche se non dovrebbe).

La tendenza ad accostare due nomi, nome comune il primo e generalmente proprio il secondo, dilaga sui giornali, soprattutto, ma non unicamente, quelli sportivi. Soprattutto, ma non unicamente, nei titoli, in particolare quelli cosiddetti fuori linea. Infatti, su uno dei quotidiani che riportavano la notizia, la formula era ripetuta, subito nell’attacco del pezzo, solo cambiando il nome comune: “Psicodramma Ronaldo” (psicodramma? Boh…). Esigenze di sintesi (che però al di fuori dei titoli si giustificano meno), ricerca dell’effetto, automatismi dell’enfasi. Anche questo succede. Un po’ troppo.

Negli stessi giorni, per esempio, diversi quotidiani parlavano di «furia Allegri» dopo lo sconcertante secondo tempo della Juventus nella partita comunque vinta contro la Fiorentina. La furia di Allegri è un fenomeno ben noto e ricorrente, che periodicamente si ripresenta sulle pagine sportive, alternativamente sotto forma di «furia Max». L’allenatore bianconero non ne ha tuttavia il monopolio, perché di volta in volta risultano esservisi abbandonati diversi suoi colleghi. Citiamo a caso, dalle occorrenze degli ultimi anni: «furia Gasperini», «furia Mou» (rinho), «furia Giampaolo» (quand’era alla Sampdoria), «furia Mihajlovic» (il compianto ex calciatore, in quel caso “mister” del Bologna).

Ma non sono immuni neppure i calciatori («furia Balotelli», furioso per le critiche; «furia Baschirotto», anche i pedatori più umili, nel loro piccolo…), né i direttori sportivi («furia Marotta», in questo recidivo, almeno da quando è all’Inter). E inevitabilmente l’impeto collerico finisce con il contagiare le squadre intere («furia Milan», reiteratamente e contro tutti; «furia Fiorentina» contro il Milan; «furia Toro») e dal calcio si riversa sugli altri sport («furia Blair», datata 2005, non l’ex premier britannico ma l’ex globetotter all’epoca stella della Olimpia Milano, dopo una prestazione da record; «furia rossa», dopo la vittoria della Ferrari di Sainz nel Gran premio di Singapore dello scorso settembre: in entrambi i casi con il valore positivo di impeto vittorioso).

Quando la furia degenera a livelli parossistici, viene sbattuta in (non necessariamente prima) pagina la follia. Ronaldo ha infatti una lunga fila di precursori, non soltanto umani e non soltanto in campo sportivo: come se non bastassero la «follia Sané», attaccante tedesco espulso lo scorso novembre nell’amichevole (!) Austria-Germania, la «follia Poz»(zecco), ct della nazionale italiana di basket a sua volta espulso nell’agosto 2023 durante l’incontro con la Repubblica Dominicana, la «follia Francia», rocambolescamente sconfitta anni fa dall’Australia in una match di rugby, oltre alla immancabile «follia ultrà», abbiamo avuto pochi giorni fa la «follia eclissi» in Nord America, mentre quattro anni fa si è affacciata pure – Gazzetta dello Sport dixit – una «follia algoritmo», quello ventilato dal presidente della Figc Gravina per determinare una classifica equa della Serie A nel caso il campionato si fosse dovuto fermare definitivamente per il Covid.

Uno stato psichico più moderato della furia e della follia, e forse per questo leggermente meno richiamato dai titolisti, che tuttavia all’occorrenza non si risparmiano, è la rabbia: «rabbia Juve», «rabbia Milan», «rabbia Lautaro», «rabbia Percassi» (il presidente dell’Atalanta), «rabbia Leclerc» (per gli ordini ricevuti dalla scuderia nel Gran Premio Stati Uniti dello scorso ottobre) e così via schiumando. In un titolo della “rosea” di quasi trent’anni fa, che quindi retrodata considerevolmente le origini del costrutto, la rabbia è associata alla magia: «Magie Napoli, rabbia Milan», una reduplicazione antitetica della formula che quel giornale ama e ogni tanto ripropone, per esempio dopo un contestato Juventus-Roma del 2014, «Gioia Juve, rabbia Roma».

Gioia, rabbia, magia, furia, follia, ma anche trionfo, emozione, paura, orgoglio, vergogna, vendetta, rivincita, riscossa, delusione, rimpianto, momento, scatto, allungo, mossa, frenata, maledizione…: è lunghissimo e sempre incrementabile l’elenco dei nomi designanti fatti e situazioni emotive (nomi comuni, ma eccezionalmente anche nomi propri trattati come comuni: per esempio «Caporetto pd») che possono essere – e sono stati – semplicemente accostati senza altri raccordi in questo particolare costrutto giornalistico indubbiamente efficace ma talvolta anche irritante nella sua implacabile ripetitività. E comunque di non scontato inquadramento grammaticale, con il secondo nome, quello che per lo più è proprio, a svolgere una funzione oscillante tra il complemento di specificazione e l’aggettivo qualificativo di relazione.

Siccome però il complemento di specificazione è introdotto dalla preposizione (eventualmente articolata) “di”, in questi casi assente, non resta che riconoscere nei secondi nomi la natura metamorfica di aggettivi. E infatti a un titolo come «rabbia Roma» può tranquillamente trovarsi alternato, con il medesimo significato, «rabbia giallorossa», dove al sostantivo rabbia non è più accostato un altro sostantivo ma un aggettivo vero e proprio.

Ci troviamo dunque di fronte a sostantivi aggettivati: una novità non di poco conto per la nostra lingua, che conosceva piuttosto gli aggettivi sostantivati, ossia tutti quegli aggettivi che, preceduti da un articolo o da un altro aggettivo (dimostrativo, numerale o indefinito), assumono la funzione di un nome. Anche in questo sviluppo possiamo ravvisare l’irresistibile influenza dell’inglese, che nella sua sbrigativa praticità spesso e volentieri ricorre alla struttura noun as adjective, ossia trasforma un sostantivo in aggettivo sistemandolo davanti a un altro sostantivo a cui va riferito, nella posizione che in quella lingua è tipica appunto degli aggettivi: per esempio Iron Lady (Signora di ferro=ferrea, Margaret Thatcher), railway station (stazione ferroviaria), afternoon tea (tè pomeridiano).

In italiano il fenomeno è per ora limitato: titoli (e talvolta articoli) di giornale, qualche formula rituale come «serata evento», «film culto», «maratona horror» o, per tornare in ambito sportivo-calcistico, «gol fantasma», ma siamo appena agli inizi. Le lingue si evolvono, si contaminano, vivono. Chi vivrà leggerà (e ascolterà).

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter