Gioia infinitaLa Nona sinfonia di Beethoven è sempre attuale, anche dopo duecento anni

La composizione più famosa del musicista tedesco è immortale, ma i suoi aspetti più innovativi non furono apprezzati da grandi autori come Giuseppe Verdi e Igor Stravinskij. Dal 1972 una parte del suo capolavoro è diventato l’inno delle istituzioni europee

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Tutti noi l’abbiamo imparata a suonare con il flauto dolce durante le ore di musica a scuola. I più “tecnologici” sapevano addirittura suonarla con la tastiera numerica del cellulare. Si-Si-Do-Re-Re-Do-Si-La-Sol-Sol-La-Si-Si-La-La: quindici note che tutti conoscono. Sono quelle del tema del quarto movimento della Nona sinfonia di Ludwig Van Beethoven, meglio conosciuto come “Inno alla gioia”, dal 1972 inno dell’Unione europea. Il 7 maggio si festeggerà il bicentenario della prima esecuzione del capolavoro di uno degli autori più conosciuti dell’intera storia della musica: un brano ogni dieci eseguito in tutto il mondo è del musicista nato a Bonn nel 1770. «Beethoven è sicuramente uno degli autori, se non forse il principale, in grado di comunicare, attraverso il proprio linguaggio personale, con un pubblico vasto», spiega a Linkiesta Raffaele Mellace, docente di musicologia all’Università degli Studi di Genova.

Il pubblico ascoltò per la prima volta la Nona sinfonia nel Teatro di Porta Carinzia a Vienna nel 1824. La capitale austriaca era il polo culturale dell’Europa del tempo, ma in quel momento era in corso la Restaurazione: Napoleone era stato sconfitto e con il Congresso di Vienna si era cercato di ristabilire l’ordine pre rivoluzione francese. Inoltre, l’assassinio di un poeta legato alla corte imperiale da parte di uno studente universitario nel 1819 aveva portato alla promulgazione degli editti di Karlsbad, che in pratica istituivano un sistema di spionaggio e di controllo sulle università, sui giornali e sulla produzione culturale.

In questo contesto Beethoven, ormai totalmente sordo, compose la sua ultima sinfonia. Un’opera straordinaria sia dal punto di vista musicale che comunicativo, come racconta il musicista e divulgatore musicale Giovanni Bietti a Linkiesta: «È un pezzo incredibilmente innovativo perché è la sinfonia più grande e più ampia scritta fino a quel momento ed è la prima volta che una composizione di questo genere usa le voci, adoperandole come strumenti. La seconda ragione è che Beethoven la scrive con l’intento deliberato di mettere in risalto i valori illuministi e in particolare il valore della fraternité, il legame universale fra gli uomini».

Innovazione e illuminismo vengono racchiusi dal musicista tedesco in un’opera di settanta minuti, ma in realtà sono la sintesi della sua intera carriera. La sinfonia venne composta nel cosiddetto “Terzo periodo” della vita compositiva di Beethoven, quello della sperimentazione. Ascoltando l’ultima sonata per pianoforte, la numero 32 op. 111 del 1822, si può sentire un ritmo jazzistico nella seconda e nella terza variazione, ben prima che quel genere musicale venne inventato in America.

«La Nona si inserisce molto bene nell’ultimo periodo di Beethoven – racconta Mellace – e le caratteristiche che spiccano di più sono due: una è l’adagio, che ha una forte concentrazione lirica, un momento di grande interiorità, quasi religiosa. L’’altro aspetto ancora più notevole riguarda l’inizio il primo tempo della Sinfonia, che notoriamente, da Haydn in avanti era stato il tempo tipico della forma-sonata, ovvero un brano autoconclusivo. In questa sinfonia l’attacco è talmente evanescente, talmente nebuloso, che non si capisce neanche se sia iniziata. È una sorta di negazione della forma-sonata».

La volontà da parte di Beethoven di rendere i cantanti degli strumenti si può vedere fin dalla prima esposizione del tema dell’Inno alla gioia: il compositore affidò al violoncello l’introduzione del celebre motivo, ovvero lo strumento che è considerato quello più simile alla voce umana. «Una novità è che nel finale le voci suonano come strumenti e viceversa», spiega Bietti.

L’innovazione della sinfonia cantata però non fu accolta positivamente da tutti: autori del calibro di Giuseppe Verdi e Igor Stravinskij criticarono l’ultimo movimento affermando che Beethoven non sapesse scrivere per un tema cantato. Ma forse, come spiega Bietti, «lui non voleva scrivere per le voci». Il professor Mellace però difende Verdi: «Il suo giudizio è da mettere sullo sfondo di un contesto culturale in cui voleva difendere la tradizione italiana da un movimento che voleva importare i modelli della musica strumentale tedesca».

La Vienna dell’Ottocento apprezzò subito la nuova composizione. Ma Beethoven da anni ormai viveva nel suo mondo, colpito da un contrappasso dantesco: un musicista sordo. Isolato a tal punto che alla fine della prima esecuzione della Nona non si accorse degli applausi scroscianti del pubblico. Fu una delle cantanti soliste a far girare il maestro per fargli ricevere la meritata ovazione.

La Nona però non è solo sperimentazione. Volendo si può tracciare un filo che dalla celeberrima Quinta ci porta fino all’ultima sinfonia. Innanzitutto, entrambe sono scritte in tonalità minore, Do e Re minore, e finiscono in maggiore. «Attraverso un percorso che passa attraverso tutti e quattro i movimenti si arriva alla tonalità maggiore e quindi al trionfo della luce. È proprio un gesto illuminista – dice Bietti – la Nona è ancora più ampia, ancora più monumentale, ancora più innovativa e il messaggio illuminista è dichiarato addirittura attraverso il testo poetico, quindi è inequivocabile».

A differenza delle celebri note dell’Inno alla gioia, il testo musicato da Beethoven è meno conosciuto soprattutto per due motivi: è scritto in tedesco e non è stato inserito nell’inno europeo. Le parole sono quelle del poema illuminista di Friedrich Schiller scritte nel 1785, intitolato appunto “Inno alla gioia”, dove si trova la frase «Alle Menschen werden Brüder (Tutti gli uomini diventano fratelli)» che rappresenta appieno il concetto di Fraternitè, quattro anni prima della rivoluzione francese.

La volontà di musicare il poema tedesco era venuto in mente Beethoven già nel 1793, quando aveva ventitré anni, ma solo con la piena maturità mise in musica le parole, andando persino contro al potere istituzionale: «È un gesto che ha una valenza politica molto forte – racconta Bietti –. I testi illuministi nella Vienna di Metternich non erano ben visti e Beethoven, che era il musicista più famoso del mondo ed era protetto dall’aristocrazia viennese, aggira completamente questa sorta di implicita proibizione e canta, con il pezzo più grandioso scritto fino a quel momento, l’abbraccio di tutti i popoli del mondo. Questo è un pezzo scritto contro la restaurazione».

Ed è proprio per questa spirito di fratellanza che la Comunità economica europea (Cee), predecessore dell’Unione europea, scelse nel 1972 il quarto movimento della Nona sinfonia come suo inno. Già nel 1927, in occasione del centenario dalla morte di Beethoven, la Società delle Nazioni (l’antesignano dell’Onu) propose di adottarlo come inno, ma l’iniziativa non andò a buon fine.

Per il nascente inno dell’Europa però c’erano due problemi non di poco conto: in primis bisognava trasformare quasi venticinque minuti di composizione in un inno, e poi era necessario togliere le parole perché in tedesco. Questo compito fu affidato a uno dei direttori d’orchestra più famosi dell’epoca, l’austriaco Herbert Von Karajan e quindi, come dice Bietti, «l’inno europeo è tecnicamente un suo arrangiamento quindi i suoi eredi prendono i diritti ogni volta che viene eseguito».

La scelta della Cee fu logica: chiedere al più famoso direttore vivente di musicare Beethoven. Ma la storia personale di von Karajan presenta alcune ombre che non tutti conoscono. Il maestro, dal 1933 al 1945 fu iscritto al partito nazista tedesco e a differenza di altri grandi direttori, uno su tutti Arturo Toscanini, non lasciò l’incarico per non lavorare per i regimi totalitari. Nel 1944 diresse un concerto a Vienna per un pubblico di trecento funzionari nazisti. Nel 1946 il tribunale di denazificazione di Vienna assolse il direttore d’orchestra, dichiarando che non aveva svolto attività illegali durante la dittatura. Anni dopo, il cancelliere tedesco Helmut Schmidt affermò che Karajan non era un nazista ma un Mitlaufer, ovvero una persona non accusata dei crimini ma simpatizzante per il regime.

L’umanità intera viene cantata nell’Inno alla gioia, ma come qualsiasi opera d’arte che sconfigge il tempo e diventa eterna, durante gli anni è stata strumentalizzata. Ad esempio, nel ’74 quando divenne inno nazionale dello stato razzista della Rhodesia con un testo scritto in inglese. «È chiaro che eliminare le parole rende il valore tematico più basso, però devo dire anche che Beethoven ha risolto molto bene: trovo che il carattere di entusiasmo solare, di entusiasmo non aggressivo, ma appunto di esaltazione verso un ideale positivo rimanga anche senza parole, sia nel profilo della melodia, che è un profilo semplice per grado congiunto, quasi inarrestabile, sia soprattutto nella scansione ritmica», spiega Mellace.

Ma anche le parole di Schiller sono interpretabili a proprio piacimento: era il pezzo preferito da Adolf Hitler, che voleva venisse suonato durante il suo compleanno, e anche quello di Iosif Stalin e dei bolscevichi che lo consideravano un inno al proletariato. «Una delle grandi lezioni che si può trarre da questo è che bisogna vigilare sempre sul l’integrità di un messaggio artistico, continuare ad affermarla e a difenderla», afferma Bietti.

Il messaggio della sinfonia è quella della fratellanza fra tutti gli esseri umani e non a caso questo inno illuminista venne musicato da Beethoven, che era un musicista tedesco, ma con una ampia conoscenza dell’intera musica popolare europea e non: fin dal 1809, a seguito di una commissione da parte dell’editore scozzese George Thomson, iniziò a studiare tutte le musiche popolare che riusciva a reperire. Spagna, Tirolo, Venezia, Russia, Ucraina, Turchia, Norvegia, sono solo alcune delle musiche che Beethoven studia e arrangia. Nel 1824, quando compone la Nona, Beethoven è il musicista che meglio rappresenta la fratellanza fra tutti gli uomini e non a caso adesso, con tutte le sue ambiguità, è l’inno dell’Unione europea.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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