Sapore di mareIl caso del dissalatore di Trapani spiega la crisi idrica della Sicilia

Nel 1968 Sciascia diceva che «la grande sete nella regione finirà nel 2015», ma era ottimista: tra fondi inutilizzati e mafia si è arrivati forse al punto di non ritorno

Alberto Lo Bianco/LaPresse

Non era uno che si lasciava andare a previsioni e suggestioni, Leonardo Sciascia. Raccontava quello che vedeva, la mafia e la “linea della palma” ad esempio, o il suo continuo smascherare ipocrisia e menzogne. Però non pronosticava. Una delle pochissime volte in cui si è lasciato andare, ha clamorosamente sbagliato: «La grande sete in Sicilia finirà nel 2015» dice Sciascia nel commento a un documentario sulla carenza di acqua in Sicilia del 1968 dal titolo: “La grande sete” (diretto da Massimo Mida e sceneggiato da Marcello Cimino, prodotto nel 1968 dall’Archivio Audiovisivo del Movimento operaio e democratico).

Il grande scrittore ha peccato di ottimismo. Siamo ormai nel 2024 e sembra che la grande sete in Sicilia sia, in realtà, al punto più aspro, forse addirittura un punto di non ritorno. «L’isola ha tanti problemi – scrive Sciascia in questo video, rimasto inedito fino a poco tempo fa, che accompagna interviste e reportage da ogni angolo della Sicilia – Ma quasi tutti si collegano al problema dell’acqua. L’acqua contesa fino alla violenza e al delitto. L’acqua che si perde nei meandri della burocrazia e della mafia».

Sciascia ricorda: «Un tempo la Sicilia era celebrata anche nelle sue acque». Ma ormai questa immagine è poco più di un miraggio, la terra è arida. Passa in rassegna le città, racconta le proteste, la vita grama di famiglie costrette a penosi giorni all’asciutto. Fa il conto delle opere incompiute e di quelle promesse. «Dopo gli arabi, nessuno ha mai provato a risolvere il problema dell’acqua in Sicilia. Vale a dire da mille anni. Tutte le acque che si conoscono, sono stati gli arabi a scoprirle e a nominarle. Quelle acque che loro raccoglievano e che noi abbiamo lasciato perdere e disperdere. E siamo nell’era della tecnica, dei più inimmaginabili prodigi della scienza».

Poi lo slancio di ottimismo, in quel 1968 di sommosse popolari e rivendicazioni: «Si prevedono opere per un importo di milleottocentoquarantaquattro miliardi di lire: sicché nell’anno 2015 il problema dell’acqua sarà completamente e definitivamente risolto. La Sicilia del 2015 sarà ricca di acque …»

Il 2015 è passato da un pezzo e la situazione dell’acqua in Sicilia è sempre più drammatica. La Regione ha ottenuto la dichiarazione dello stato di “emergenza nazionale” da parte del governo di Roma. Ciò vuol dire altri soldi (ma molti meno del necessario, lo stanziamento è di appena venti milioni) e poteri speciali per aggirare le procedure previste per le gare d’appalto e fare tutto in fretta.

Mentre in alcuni Comuni la portata dell’acqua è diminuita, per via del razionamento, anche dell’ottantacinque per cento, e mentre i sindaci si lasciano andare alle ordinanze più disparate (dal divieto di riempire le piscine fino all’obbligo dell’innaffiamento solo serale di orti ed aiuole), la cabina di regia regionale, messo su dal presidente Renato Schifani, si concentra su poche linee di intervento: trivellare nuovi pozzi alla ricerca di falde mai sfruttate, sistemare gli esistenti, riparare le tante autobotti comunali ferme da anni, ripulire come si può la rete idrica da fanghi e rifiuti, riavviare i dissalatori.

Su quest’ultimo punto si guarda con attenzione agli impianti esistenti nel territorio, a cominciare da quello di Trapani, la cui storia sarebbe piaciuta molto a Leonardo Sciascia. Come la diga incompiuta di Blufi, della quale abbiamo parlato in queste pagine, racconta molto di come la Sicilia abbia gestito malissimo le opere pubbliche e la sfida alla siccità negli ultimi anni.

Il dissalatore di Trapani sorge in periferia, nel territorio di Nubia, in piena zona di saline. E quest’articolo potrebbe già finire qui: perché non esiste altro caso al mondo di un dissalatore collocato al centro di millenarie saline, oggi tra l’altro diventate anche riserva naturale. Il dissalatore avrebbe dovuto risolvere i problemi di Trapani e dei comuni vicini, perennemente assetati, anzi i più ottimisti si spingevano anche in dichiarazioni di più ampia portata: «Verranno risolti anche i problemi della provincia di Agrigento» dicevano gli assessori regionali ai tempi della progettazione dell’opera, a fine anni Ottanta. Ed invece ha funzionato poco e male. È fermo dal 2014, anno in cui si è verificato l’ultimo e definitivo stop, dopo tante, troppe, interruzioni dovute a problemi di ogni tipo.

I ladri si sono portati via tutto. Pure le porte. Tanto che ai tecnici della Regione e della Protezione Civile nemmeno hanno dato le chiavi, prima di andare a fare il loro bel sopralluogo, qualche giorno fa. Gli hanno spiegato che non ce n’era bisogno, è tutto aperto: l’impianto, entrato in funzione nel 1995, gli uffici, gli archivi con tutti i progetti. Sulla carta avrebbe dovuto produrre oltre otto milioni di metri cubi di acqua dissalata l’anno. Ma i continui guasti e gli altissimi costi energetici e di manutenzione lo hanno portato piano piano all’abbandono. Solo di gasolio il dissalatore costava trenta milioni di euro l’anno. Per non parlare dei danni alle condutture idriche dovuti all’acqua non correttamente dissalata e le infiltrazioni in terreni ed edifici.

Dal 2014 è terra di nessuno. E probabilmente così resterà. La tecnologia utilizzata per filtraggio dell’acqua marina è troppo vecchia, infatti, e le vasche e le strutture di pompaggio sono ormai corrose. Un vero e proprio monumento allo spreco. E alla mafia. La visita a Trapani della commissione parlamentare antimafia, nel 1999, mise nero su bianco che anche l’appalto del dissalatore era finito nel cosiddetto “patto del tavolino” con cui in Sicilia si spartivano le grandi opere pubbliche. È merito del ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra, Angelo Siino, se si arrivò ad assegnare la costruzione del dissalatore all’impresa di Filippo Salomone – il re degli appalti pubblici nella Sicilia di questi anni – con la Lega delle cooperative.

Le indagini sul dissalatore di Trapani, in particolare, finirono in una più vasta inchiesta sulla gestione delle risorse idriche in Sicilia della Procura nazionale antimafia. Un altro troncone, invece, riguardò le tangenti pagate ai politici nazionali e locali, in particolare per la concessione del terreno dove si doveva realizzare l’impianto. Un caso che fa scuola, tanto da far scrivere alla Commissione antimafia che: «La vicenda dell’appalto del dissalatore di Trapani è un esempio dell’ingresso di cosa nostra nell’acquisizione effettiva dei grandi appalti».

E si, sarebbe piaciuta a Sciascia la storia del dissalatore di Trapani Nubia. A Sciascia l’ottimista, verrebbe da dire, quello che credeva che con tutti i miliardi messi a disposizione dal governo la Sicilia un giorno sarebbe uscita dalla siccità. Sciascia, tra l’altro, è lo scrittore che, in vita come in morte, viene più spesso frainteso, letto male. Vale anche per questa sua apparentemente infelice previsione. Che va letta per intero. Perché Sciascia, in effetti, conclude il suo commento al documentario così: «Un bene pubblico tra i più indispensabili, è dominio del sopruso, dell’affarismo, del capriccio, della mafia. Ma la Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana ha offerto in questi ultimi tempi un documento della lungimiranza governativa su cui gli italiani e i siciliani possono fondare le più ampie speranze. Si prevedono opere per un importo di mille ottocento quarantaquattro miliardi di lire: sicché nell’anno 2015 il problema dell’acqua sarà completamente e definitivamente risolto».

Poi fa una pausa delle sue. Quasi un sospiro. E aggiunge: «Naturalmente si aspetterà il 2014 per cominciare i lavori». Insomma, anche in quel caso, aveva già capito tutto.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter