Scale-up nationLe tre ragioni del predominio cinese nel mercato dei materiali critici

La leadership di Pechino nella produzione di tecnologie per le energie verdi è frutto di un sostegno politico stabile e duraturo, fatto di generose sovvenzioni e di investimenti strategici all’estero

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 60 di We – World Energy, il magazine di Eni

La Cina domina il mercato di molti dei minerali e dei materiali necessari ad alimentare la transizione mondiale verso l’energia pulita, e in particolare domina nel campo dell’estrazione e lavorazione delle terre rare utilizzate per i magneti permanenti e per i motori eolici e dei veicoli elettrici, domina nel settore della lavorazione del litio e degli altri minerali utilizzati per le batterie, e domina la produzione di silicio per i pannelli solari. I paesi di tutto il mondo si adoperano oggi per ridurre la propria dipendenza dalla Cina per questi minerali critici: è pertanto essenziale comprendere come la Cina abbia conquistato questa posizione dominante.

Sono tre i principali motivi dell’attuale predominio cinese nel campo dei minerali critici necessari alle tecnologie per l’energia pulita. Primo, la rapida crescita della produzione cinese di queste tecnologie, anche in termini di mercato interno, ha reso essenziale l’integrazione della filiera a monte. Secondo, a sostegno di tale integrazione è intervenuta la concentrazione a lungo termine e politicamente guidata della Cina sulla piena padronanza e sulla localizzazione delle industrie strategiche, attenzione che ha aiutato le aziende a superare i cicli di boom-and-bust facilitando il finanziamento degli investimenti rischiosi a monte e agevolando il trasferimento tecnologico nei settori chiave della lavorazione dei minerali. Terzo, i decisori politici, le banche politiche e l’industria statale hanno attivamente elaborato e attuato politiche di go-out volte ad agevolare grandi operazioni sulle risorse nei paesi in via di sviluppo, spesso in modi non replicabili da altre nazioni e nemmeno dalle maggiori società private dei settori minerario e delle risorse.

Cina: una scale-up nation
Nella produzione di energia pulita, la Cina è alla testa del mondo da così tanto tempo ormai che il suo predominio pare quasi inevitabile, per quanto vent’anni fa fosse difficile da prevedere. L’anno scorso il paese ha venduto 8,9 milioni di veicoli elettrici plug-in per il trasporto di passeggeri (ibridi plug-in compresi), e in un mese le vendite hanno superato per la prima volta il milione. Significa che in Cina, in un solo mese i veicoli plugin hanno superato l’intero mercato statunitense dei mezzi elettrici del 2023, arrivando a rappresentare ben due terzi del relativo mercato mondiale. Analogamente, nel campo dell’energia solare la Cina, oltre a dominare la produzione di celle e moduli fotovoltaici, nel 2023 ha registrato una capacità solare installata di circa 200 gigawatt, più dell’intera capacità solare fotovoltaica installata degli Stati Uniti e pari alla metà del mercato mondiale del solare.

Nei settori dei veicoli elettrici e del solare la Cina non solo è in testa con un ampio margine ma da diversi anni registra anche una crescita esponenziale alimentata dalla feroce concorrenza interna tra i produttori, che mirano a raggiungere dimensioni maggiori e ad ampliare la propria quota di mercato. In questa situazione, che vede la domanda interna in rapida crescita, rendimenti di scala alti e margini bassi, l’integrazione a monte è pressoché essenziale per le singole imprese e per l’industria nel suo complesso. Come il professor Jonas Nahm e il professor Edward Steinfeld affermano in Scale-up Nation, articolo fondamentale, in Cina la concentrazione geografica dei fornitori a monte è stata essenziale per il rapido espandersi, nel 2020, dell’industria eolica e solare nazionale. L’ampliamento della produzione e della lavorazione cinese di minerali e materiali critici è solo un aspetto di questo processo.

Politica a lungo termine
Oggi è ampiamente riconosciuto che la crescita dei mercati cinesi dell’eolico, del solare e dei veicoli elettrici e il dominio della Cina nella sezione a monte delle filiere di fornitura è il frutto di un sostegno politico relativamente stabile e duraturo che si articola in generosi sussidi, tra cui tariffe onnicomprensive per le energie rinnovabili, sussidi per l’acquisto di veicoli plug-in e varie forme di sostegno finanziario centrale e locale per l’avvio di attività produttive locali.

Ma i sussidi sono solo una parte della storia e possono facilmente oscurare l’importanza di un sostegno politico a più lungo termine. Nei settori dell’eolico e del solare, per esempio, le tariffe onnicomprensive sovvenzionate per i nuovi progetti sono state abolite tre anni fa, eppure a livello nazionale la crescita dei due settori ha subito un’accelerazione mirata al conseguimento degli ambiziosi obiettivi del paese in tema di clima ed energia pulita. In Cina, nel 2023 gli impianti solari sono raddoppiati, in parte grazie a nuove politiche che promuovono il solare distribuito nelle aree rurali, senza ricorso a sovvenzioni.

E per i veicoli elettrici, sebbene permangano le esenzioni fiscali, la sovvenzione unitaria per veicolo è di gran lunga inferiore a quella di molti altri paesi, come per esempio al credito di settemila dollari offerto negli Stati Uniti. Molto più importante è il coordinamento generale dell’industria nazionale da parte del governo, coordinamento volto a sfruttare la tecnologia dei veicoli elettrici per dominare il mercato mondiale degli automezzi e tanto diverso da quello di Stati Uniti, Giappone ed Europa, regioni che stanno tardivamente recuperando terreno.

La Cina ha anche lunga esperienza nell’implementare roadmap tecnologiche e nell’individuare i settori strategici da localizzare. Quanto ai minerali critici, già negli anni Settanta la Cina aveva individuato le terre rare come un settore in cui conquistare il predominio. Negli anni Novanta diversi documenti politici a lungo termine indicavano la necessità di sviluppare l’eolico e il solare, e dall’inizio del nuovo millennio si è intensificato l’impegno nel trasferimento tecnologico. All’inizio degli anni 2010, il catalogo delle industrie strategiche cinesi rispecchiava l’ambizione di localizzare le varie tecnologie solari e delle batterie, compresi i materiali solari a film sottile e le nuove chimiche delle batterie.

L’ampio sostegno governativo alla localizzazione favorisce le attività di ricerca e sviluppo, di acquisizione e di concessione in licenza, anche in settori industriali che sembrerebbero aver perso slancio e attenzione. Tale situazione può spiegare l’acquisizione della tecnologia delle batterie al litio-ferro-fosfato, un tempo dominata dagli attori statunitensi, e l’acquisizione da General Motors, negli anni Novanta, della tecnologia dei magneti permanenti alle terre rare. Le società estere avevano abbandonato queste tecnologie in ragione della loro sopravvenuta obsolescenza, ma successivamente gli attori cinesi le hanno recuperate per catalizzare lo sviluppo tecnologico e sconvolgere il mercato.

Ovviamente, non tutte le strategie di questo tipo si rivelano efficaci. La tecnologia solare a film sottile statunitense acquisita da Hanergy all’inizio degli anni 2010 non ha portato a molto, nonostante il governo centrale ne avesse disposto lo sviluppo.

E anche il sostegno politico ha avuto i suoi alti e bassi: si pensi all’improvvisa decisione, alla metà del 2019, di abolire i sussidi per l’energia solare. La relativa coerenza politica e il coordinamento a lungo termine dell’industria, per quanto al di sotto dello stereotipo della China Inc., hanno facilitato il dominio cinese nel campo dei minerali e dei materiali necessari per incrementare la produzione di energia pulita e per superare i cicli di boom-and-bust.

La politica del go-out
Con la politica del go-out avviata nel 2000, la Cina ha preso a promuovere in modo aggressivo gli investimenti esteri, soprattutto quelli degli attori statali. Più di recente, nell’ambito della Belt-and-Road Initiative (Bri), gli investimenti esteri sono stati più esplicitamente promossi come strategia per lo sviluppo coordinato in regioni come l’Africa e l’Asia meridionale. Le banche politiche cinesi sostengono questi investimenti strategici all’estero, soprattutto in campi come quello dei minerali grezzi necessari a sostenere i settori manifatturieri cinesi in espansione.

Il legame tra aiuti allo sviluppo e investimenti è un elemento critico del modello cinese, in molti paesi. Un esempio emblematico è il cobalto nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), dove gli attori statali cinesi hanno offerto investimenti infrastrutturali per tre miliardi di dollari in cambio di una partecipazione di controllo nel produttore di cobalto Gecamines. L’investimento, sostenuto dalle banche cinesi, ha aiutato la Cina ad acquisire una posizione dominante nella produzione di cobalto in Congo. Quindici dei diciannove produttori di cobalto della Rdc sono in tutto o in parte di proprietà cinese; inoltre, negli ultimi anni la Cina ha aumentato in modo consistente le importazioni dal Congo e attualmente contribuisce all’operazione di peacekeeping delle Nazioni Unite nella RDC.

L’approccio whole-of-government alla Rdc e ad altri paesi è diverso da quello degli attori privati, molti dei quali devono affrontare critiche ai loro investimenti nei paesi dal bilancio ambientale, sociale e di governance (ESG, Environmental, Social, Governance) poco soddisfacente. Ma a parte le questioni ESG che sono d’ostacolo agli attori internazionali, le imprese statali cinesi hanno un altro vantaggio: un impegno relativamente a lungo termine sostenuto da una domanda che cresce. In termini relativi, l’interesse degli attori internazionali per i grandi progetti può variare in funzione dei prezzi delle materie prime e della necessità percepita di una maggiore disciplina del settore.

I venti possono cambiare?
La Cina è leader nelle tecnologie per l’energia pulita, settore in cui vent’anni fa la sua presenza era invece minima, e di conseguenza domina la filiera di approvvigionamento dei minerali a monte. Certo c’è motivo scetticismo circa la possibilità che altri paesi riescano a replicare il curriculum della Cina, ma è anche altrettanto certo che i fattori determinanti del successo cinese continueranno a cambiare e a evolversi parallelamente al maturare del mercato dell’energia pulita. Quanto alle energie rinnovabili, il mercato interno cinese sarà presto saturo, anche quello dei veicoli elettrici. Per conseguire gli obiettivi climatici mondiali è necessario che la crescita si sposti verso altri paesi, il che significa che l’incremento della produzione guidata dal mercato interno non sarà più un vantaggio per la Cina, anche se altri lotteranno per localizzare la produzione a prezzi competitivi.

Analogamente, la spinta cinese al go-out si è notevolmente attenuata, con il conseguente sorgere di un consistente rischio politico per gli attori sia privati sia statali. È evidente che gli attori cinesi stanno diventando più disciplinati e fanno investimenti a monte commercialmente più mirati, e che in alcuni casi i paesi in via di sviluppo sono ormai più cauti sugli investimenti, per i quali impongono nuovi requisiti e cercano accordi migliori. Sebbene la leadership cinese nel settore dell’energia pulita e dei minerali critici non sia contrastabile nel breve termine, vi è motivo di ritenere che la diversificazione possa farsi inevitabile man mano che la transizione energetica mondiale accelera il passo.

Anders Hove dal 2022 fa parte del programma di ricerca energetica cinese dell’Oxford Institute for Energy Studies (OIES). In precedenza, è stato direttore del progetto di transizione energetica sino-tedesca presso GIZ. Ha lavorato a Pechino dal 2010 al 2022 e ha più di 20 anni di esperienza nel settore pubblico e privato in relazione alla politica e ai mercati energetici.

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