Mate y negazionismoIl revisionismo di Milei sulle atrocità commesse durante la dittatura militare

Il dramma dei Desaparecidos è stato descritto dal presidente come un «eccesso commesso durante una guerra civile». E la sua vicepresidente Victoria Villarruel minaccia di smantellare il Museo della Memoria

AP/Lapresse

In Argentina il presidente Javier Milei continua a esprimere posizioni negazioniste sui crimini commessi dalla giunta militare durante la dittatura di Jorge Rafael Videla (1976-1983) e ne propone una rilettura indulgente. Il leader del partito La libertad avanza e la vicepresidente Victoria Villarruel contestano il numero, denunciato dalle organizzazioni in difesa dei diritti umani, delle trentamila persone scomparse durante il regime e negano l’esistenza di un piano di sterminio e dei relativi crimini contro l’umanità.

Le Madres e le Abuelas de Plaza de Majo, l’associazione di nonne che cercano i propri nipoti dati in adozione in modo coatto dopo l’uccisione dei loro genitori durante il regime, hanno espresso forte preoccupazione per le affermazioni di Milei che indeboliscono il sostegno politico al processo di «verità e giustizia».

Insieme agli attivisti per i diritti umani, hanno denunciato i rischi di revisionismo storico comportati dalle posizioni del presidente che giustifica l’operato delle forze di sicurezza, responsabili di torture ed esecuzioni extragiudiziali durante la dittatura. Lo scorso 24 marzo, nella capitale Buenos Aires in migliaia hanno partecipato alla marcia che ogni anno rende omaggio alle vittime del regime.

«È stata una giornata storica, le strade erano un fiume di persone», afferma Ernesto Gayá, membro dell’associazione H.I.J.O.S (Hijos por la identidad y la justicia contra el olvido y el silencio), costituita da figli e figlie di genitori desaparecidos, cioè le persone rapite e uccise senza che i loro corpi fossero restituiti alle famiglie. «Non avremmo mai pensato – dice l’attivista – di tornare al negazionismo. Milei contesta il numero delle persone scomparse e afferma che non sono stati commessi delitti di lesa umanità. Sostiene che in Argentina c’è stata una guerra civile, riproponendo così la “teoria dei due demoni” secondo cui a uno scontro violento tra estrema destra ed estrema sinistra hanno risposto in modo sproporzionato le Forze armate. I processi non hanno mostrato questo».

Ernesto è figlio di Gustavo Adolfo Gayá e Estela María Moya, membri del Partido revolucionario de los trabajadores (Prt). Sua madre è stata uccisa nel suo appartamento il 14 settembre 1976 nel corso di un’operazione in cui sono stati rapiti suo padre e sua zia, Ana María del Carmen Pérez, incinta di sette mesi. Entrambi sono stati portati nel Centro clandestino di detenzione “Automotores Orletti”, un’officina a Buenos Aires utilizzata per interrogare e torturare così come altre settecento strutture disseminate nel Paese. Alla fine degli anni Ottanta Ernesto, cresciuto dai nonni, ha ritrovato i resti della madre.

La sua storia è solo una tra quelle degli attivisti di H.I.J.O.S. «Quando sono entrato a fare parte dell’associazione, mi sono sentito accolto come in una famiglia. Oggi continuiamo a fare memoria, organizzare momenti di discussione soprattutto con le nuove generazioni – aggiunge Gayá –. Seguiamo e informiamo sui processi ancora in corso nei confronti di ex agenti delle Forze Armate».

Da quando l’Argentina è tornata alla democrazia, i responsabili dei crimini della dittatura hanno iniziato a essere giudicati e condannati nei tribunali civili in un processo, inaugurato dal presidente Raúl Alfonsín, in cui sono state denunciate le violenze commesse dai militari: sequestri, omicidi, torture e sparizioni forzate di migliaia di persone le cui salme non sono ancora state trovate.

Fino all’esecutivo di Milei, tutti i governi democratici avevano condannato i crimini delle Forze armate. Durante il governo di Mauricio Macri (2015-2019), era emersa una prima frattura quando la Corte suprema aveva proposto di ridurre gli anni di detenzione per alcuni responsabili del terrorismo di Stato tornando alla legge del “2×1”. La società si era mobilitata in modo massiccio e la misura non era più stata applicata. Macri aveva messo poi in discussione il numero delle persone scomparse, ma non il piano sistematico di sterminio, dimostrato in più di trecento processi in cui sono state condannate oltre milleduecento persone per crimini contro l’umanità.

L’attuale presidente, invece, afferma che negli anni Settanta in Argentina «c’era una guerra» tra militari e guerriglieri e che le forze dello Stato hanno commesso unicamente «eccessi». Milei sostiene inoltre che le organizzazioni in difesa dei diritti umani hanno percepito «una decima» per chiedere giustizia per le persone scomparse. La vicepresidente Victoria Villarruel si spinge oltre: minaccia di smantellare il Museo della Memoria, uno spazio dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco che si trova negli edifici della scuola di Meccanica della Marina (ex Esma) a Buenos Aires, struttura militare che negli anni della dittatura è stato uno dei principali centri clandestini di detenzione.

«Sappiamo di dovere portare avanti il lavoro delle madri e delle nonne», afferma Malena Moreno, educatrice che fa parte dell’associazione Nietes. Fondata nel 2019 nella città di La Plata, riunisce trecento nipoti di persone scomparse durante la dittatura. «Organizziamo incontri nelle scuole e nelle università per coinvolgere le nuove generazioni. Abbiamo notato che chi sta finendo le scuole superiori, ma anche chi frequenta i primi anni di studio all’università, non sempre è interessato a portare avanti un discorso sulla memoria. Ci interessa creare dibattito, spingere a farsi domande e vediamo che nei nostri incontri ci riusciamo», aggiunge.

Suo nonno Carlos Alberto Moreno era un avvocato che difendeva i lavoratori del cementificio Loma Negra de Olavarría e faceva parte del sindacato Asociación obrera minera argentina (Aoma). «Pensiamo che sia importante trasformare un tema personale in una lotta politica. Pensiamo che il lavoro per la memoria storica non deve essere separato dalle rivendicazioni della nostra generazione, come il diritto all’aborto e la difesa dei diritti civili – prosegue Moreno –. Siamo preoccupati per la nuova versione della storia del presidente Milei. Ma pensiamo che non attecchirà».

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