Forbice etnicaIn Italia aumenta la povertà degli stranieri e diminuisce quella degli italiani

Il fenomeno ha colpito soprattutto le famiglie con minori, perché non si investe sulle nuove generazioni, quelle che dovranno pagare le pensioni ai cinquantenni di oggi

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Sono in chiaroscuro i dati sulla povertà in Italia. Aumenta quella assoluta, ovvero la proporzione di persone che vive sotto una certa soglia di reddito (è un dato che può variare molto: 570,74 euro al mese per l’ottantenne che vive in un piccolo comune della Calabria, e arriva a 1.914,73 euro per una coppia con due figli piccoli a Milano). Nel 2023 è stata del 9,8 per cento. Allo stesso tempo, però diminuisce dal 20,1 al 18,9 per cento quello che è definito il rischio di povertà, che misura la percentuale di italiani con entrate inferiori al sessanta per cento del reddito mediano.

È il segno di una crescente disuguaglianza, i più indigenti hanno peggiorato le proprie condizioni, anche a causa dell’aumento dei prezzi, mentre alcuni di coloro che si trovavano appena sopra la soglia di povertà sono riusciti a migliorare grazie all’aumento dell’occupazione.

Non a caso una delle tante misure dell’indigenza, la bassa intensità lavorativa, che indica la quota di famiglie in cui si è lavorato meno del venti per cento del tempo, è per fortuna in netta discesa (dall’11,7 per cento del 2021 all’8,9 per cento del 2023). È soprattutto per questo motivo che cala la percentuale di nuclei che sono definibili a rischio di povertà ed esclusione sociale, una definizione che va oltre i redditi e include anche il tema dell’isolamento, e, appunto, della mancanza di lavoro. C’è una diminuzione di più di sei punti in sei anni, tra 2017 e 2023.

Dati Istat

Ma quale disuguaglianza aumenta? Cresce quella tra lavoratori dipendenti e autonomi, con il rischio di povertà dei secondi che risale di 1,7 punti al 19,6 per cento, mentre quella dei primi scende al 12,5 per cento. Aumenta anche il divario tra Nord e Sud: al Nord Ovest la stessa misura in sei anni è diminuita del 2,6 per cento, nel Mezzogiorno solo dello 0,2 per cento. Tuttavia il segno meno c’è.

Dati Istat

Dove il segno meno non si vede e i numeri sono in controtendenza è nelle statistiche sugli stranieri: il rischio di povertà di questi ultimi è salito di più di un punto tra il 2022 e il 2023, mentre quello degli italiani, dopo essere stato per anni fisso al diciotto per cento e qualche decimale, è sceso dell’1,4 per cento al 16,9. Il divario, già enorme, si è allargato, ed è tornato ad avvicinarsi a venti punti.

Dati Istat

A differenza di quella tra Nord e Sud la disuguaglianza tra italiani e stranieri, che pure non vivono a mille chilometri di distanza, ma fianco a fianco, continua a passare sotto silenzio, a maggior ragione oggi che di immigrazione, così come di integrazione, si parla molto poco. Sono scomparsi dalle cronache anche gli sbarchi in Sicilia e nel Sud Italia in generale, ancora di più le condizioni di chi vive, magari da molti anni, nelle nostre città. In fondo, sulla scorta come di un inconscio classismo, se non razzismo, la loro povertà viene data per scontata.

Il fatto che, però, addirittura aumenti e diventi più profonda, scontato non dovrebbe essere, considerando che non ci sono più ondate di nuovi stranieri appena arrivati spaesati nel nostro Paese. Invece i numeri dell’Istat sono chiari. Cresce anche il rischio di povertà ed esclusione sociale, dal 39,6 al 40,1 per cento, mentre nel caso degli italiani scende dal 22,6 al 20,7 per cento.

Dati Istat

Il dato saliente è che, come per il rischio di povertà tout court, con il Covid si è interrotto quel veloce miglioramento che fino al 2019 aveva portato un rapido calo delle disuguaglianze. Con la pandemia erano stati gli stranieri a subire il peso maggiore delle chiusure di settori fragili come turismo e ristorazione, erano stati loro a essere espulsi per primi dal mercato del lavoro.

La ripresa post-Covid ha premiato maggiormente gli italiani dal punto di vista quantitativo e qualitativo. Nel 2023 il tasso di occupazione degli immigrati è stato solo di mezzo punto più alto di quello del 2019, mentre nel caso degli italiani la crescita è stata del 2,7 per cento. Ma, soprattutto, per gli stranieri si è trattato di lavoro peggio pagato e più insicuro. Non a caso sono stati sempre più interessati da un fenomeno che in passato li riguardava poco, quello della bassa intensità lavorativa. Senza rendite, grandi risparmi, reti generazionali come quelle che caratterizzano la famiglia italiana, pochi immigrati potevano permettersi di lavorare solo poche ore a settimana, ma con il tempo la percentuale di quelli che, tra loro, si ritrovano in questa condizione è salita fino al 7,9 per cento, mentre al contrario tra gli italiani c’è stato un netto calo.

Dati Istat

È per questo che il livello di povertà degli stranieri rimane maggiore a quello immediatamente precedente al Covid, a differenza di quello di chi straniero non è. Nel caso della povertà più grave, quella assoluta, lo scarto è ancora più ampio e scandaloso: quella degli immigrati è salita in un anno dal 28,9 al 30,8 per cento e dal 2019 è cresciuta addirittura dell’8,8 per cento. Al contrario, nel caso degli italiani tra 2022 e 2023 non è cambiato nulla, mentre in quattro anni l’aumento è stato solo dell’1,5 per cento.

Quando sentiamo parlare della povertà e dell’indigenza degli italiani, ricordiamoci sempre che si tratta di una media del pollo tra una situazione, quella degli autoctoni, sostanzialmente stabile e certo non tragica, e quella degli stranieri, che è quasi cinque volte peggiore. A essere precisi, tra l’altro, questi numeri riguardano i nuclei in cui vi è almeno un immigrato, ma se considerassimo quelli composti solo da stranieri la povertà assoluta sarebbe del 35,6 per cento e in crescita di quasi tre punti in due anni.

Dati Istat

Le conseguenze colpiscono soprattutto i più deboli, i minori. Perché questo stesso indicatore, quello della povertà assoluta, è più alto nelle famiglie con un minore, per il semplice motivo che proprio tra chi non ha cittadinanza italiana i figli sono più numerosi.

Sarebbe facile indignarsi per questi numeri solo per mere ragioni morali ed etiche. Sarebbe più che giusto, ma c’è di più. L’Italia va incontro alla maggiore crisi demografica che si sia mai vista, la generazione più numerosa, quella dei cinquantenni, si avvia il prossimo decennio a uscire dal mondo del lavoro ingrossando le fila dei percettori di una pensione e, ovviamente, di intense cure sanitarie. Non ci sono abbastanza giovani a sostituirli, considerando che parliamo di 9,6 milioni di persone, i cinquantenni, contro 5,7 milioni di bambini e ragazzi tra i dieci e i diciannove anni. Molti di questi ultimi, nonostante sulla carta siano destinati ad essere molto desiderati dalle aziende e dal sistema economico, saranno vittime di una formazione insufficiente, del mismatch delle competenze che caratterizza il nostro mercato del lavoro. Uno spreco che in una situazione di scarsità come quella che ci aspetta sarebbe esiziale.

Tra questi giovani i figli di stranieri saranno moltissimi, ignorare completamente, o quasi, la situazione di disagio in cui vivono assieme ai loro genitori, anch’essi spesso lavoratori non valorizzati, significa fare un pessimo investimento sul nostro futuro.

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