ForzalavoroIl piccolo mondo antico dell’articolo 18 e il referendum sul Jobs Act

Il quesito proposto da Maurizio Landini, e appoggiato da Conte e Schlein, sembra sollevare questioni e battaglie del passato che avrebbero effetti scarsi, se non nulli, in un mondo totalmente diverso rispetto a dieci anni fa. Iscriviti alla newsletter!

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

Nel 2018, l’allora ministro del Lavoro Luigi Di Maio annunciò dal balcone di Palazzo Chigi di aver abolito la povertà con un decreto. Quasi sei anni dopo, il segretario della Cgil Maurizio Landini vorrebbe abolire il precariato, ma con un referendum.

La materia, ovviamente, è più complessa. E la domanda che potremmo porci è: quanto gioverebbe ai lavoratori italiani una vittoria del sì al referendum?

«Cancellare il Jobs Act» Il primo dei quattro quesiti referendari proposti dalla Cgil, sui quali anche la segretaria del Pd Elly Schlein si è detta favorevole, è quello che fa più discutere. Presentato come un testo che mira: 1. all’«abolizione del Jobs Act», la riforma del lavoro voluta e approvata nel 2015 dal Pd guidato da Matteo Renzi; 2. alla reintroduzione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che prevedeva la reintegra in caso di licenziamento senza giusta causa.

Il quesito è:
«Volete voi l’abrogazione del d.lgs. 4 marzo 2015, n. 23, recante “Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183” nella sua interezza?».

Tradotto: volete cancellare il contratto a tutele crescenti del Jobs Act? Parliamo di quel contratto a tempo indeterminato, ma senza la prospettiva del reintegro in caso di licenziamento illegittimo. Reintegro sostituito da un indennizzo crescente con l’anzianità di servizio.

Non sarà facile spiegare il quesito ai cittadini. E con molta probabilità prevarrà, coma sta accadendo, la semplice interpretazione «contro il Jobs Act», additato nelle piazze e nei comizi come responsabile dei tanti problemi del mercato del lavoro italiano.

Ma la realtà – guardando oltre le polemiche interne al Pd – è che il referendum della Cgil, programmato per il 2025, sembra sollevare questioni e battaglie del passato che avrebbero effetti scarsi, se non nulli, in un mondo totalmente diverso rispetto a dieci anni fa.

Manca un pezzo Perché, nel frattempo, il contratto a tutele crescenti è stato prima rivisto da un intervento del governo gialloverde Conte Uno – che ha aumentato l’indennizzo massimo in caso di licenziamento da 24 a 36 mesi della retribuzione precedente – e poi da una sentenza della Corte Costituzionale, che ha depennato la formula secondo cui l’indennizzo cresce con l’anzianità di servizio. Di fatto, quindi, quel contratto a tutele crescenti di cui si parla nel quesito referendario non esiste più.

Quindi? Abolirlo non significa tornare all’articolo 18, ma alla modifica precedente di quella norma, cioè alla riforma Monti-Fornero che tre anni prima aveva già ridimensionato di molto la reintegra in caso di licenziamento. Con il risultato paradossale che si tornerebbe pure all’indennizzo massimo di 24 mensilità e non più 36.

Il nuovo mondo Ma dieci anni dopo, oltre che con le norme aggiornate, bisognerebbe fare anche i conti con la realtà. La vulgata comune, ripetuta da Landini e da Schlein, è che il Jobs Act abbia aumentato la precarietà. È vero? Guardiamo i dati.

I dati dell’Inps dicono che negli ultimi quindici anni la probabilità di essere licenziati in Italia è rimasta sostanzialmente invariata. E gli ultimi dati Istat informano che gli assunti a tempo indeterminato non sono mai stati così alti da quando esistono le statistiche in Italia, mentre i rapporti a termine sono in calo, circa un sesto rispetto al totale, in linea con la media europea.

(Il Jobs Act, poi, aveva anche abolito i cocopro e messo nuovi paletti contro le false partive Iva, introducendo quella norma che di recente ha permesso ai rider di Torino di ottenere le tutele del lavoro dipendente).

Questo non significa che la precarietà è scomparsa, né che i contratti a tempo indeterminato siano aumentati grazie al Jobs Act. Il lavoro non si crea per legge. Ma dire che la riforma di Renzi ha aumentato il precariato è falso. Così come è falso dire che i problemi del mercato del lavoro italiano dipendano dal Jobs Act. Tra l’altro, negli altri Paesi europei, dove il reintegro in caso di licenziamento non è previsto, sia l’occupazione sia i salari sono più elevati. Perché, per quanto siamo al record di occupati, il nostro tasso di occupazione resta comunque tra i più bassi d’Europa e i nostri salari restano in media più bassi.

Torniamo alla domanda iniziale: il fantomatico ritorno all’articolo 18 servirà quindi ad aumentare l’occupazione, migliorare la condizione delle lavoratrici donne, facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato, aumentare i salari ecc.? Difficile dirlo, ma è molto improbabile, come scrive la ex ministra Elsa Fornero.

Le soluzioni sono altre, diversificate e già note. Ma sono più complesse e faticose. Hanno bisogno di più tempo, impegno e di certo non sono riassumibili in uno slogan da referendum. Ma invece di concentrarsi sul grande tema dei bassi salari – salario minimo legale per i lavoratori a basso reddito e rinnovo senza ritardi dei contratti per tutti – ci si accanisce a dimostrare che la quantità e la qualità del lavoro sarebbero in verità in calo e che i dati sull’aumento dell’occupazione sarebbero gonfiati.

Come ha scritto Marco Bentivogli, «l’orizzonte delle politiche del lavoro non può essere mai quello troppo corto della propaganda , per cui magicamente e in pochi mesi si crea lavoro o, al contrario, si generano catastrofi».

Chi meglio del sindacato dovrebbe saperlo?


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