Bivio economicoL’America Latina ha un’occasione d’oro

Il Sud America è ricco di giacimenti di Litio, rame e terre rare, ma il boom di materiali critici si tradurrà in sviluppo solo se i governi della regione faranno scelte politiche lungimiranti imparando dagli errori del passato

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 60 di We – World Energy, il magazine di Eni

L’America Latina gioca solitamente un ruolo da spettatrice di fronte alle grandi correnti degli eventi mondiali. Che si parli di guerra e pace, di ricerca scientifica e innovazione o di finanza e investimenti, il più delle volte la regione resta in disparte e attende di unirsi alle tendenze sviluppate altrove. L’unico settore a rappresentare un’assoluta eccezione è quello delle miniere e dei materiali, dove occupa il centro del mondo grazie a una dotazione di risorse che altre regioni possono solo sognare di avere e a un ambiente normativo che il resto del mondo troppo spesso rimpiange.

La ricchezza del sottosuolo
Partiamo con la buona notizia: l’America Latina dispone di molti dei materiali di cui il mondo non può fare a meno. Il Cile, che fa parte del Triangolo del Litio insieme ad Argentina e Bolivia, possiede le maggiori riserve mondiali di litio, un metallo fondamentale per la tecnologia delle batterie dei veicoli elettrici e dei sistemi per l’accumulo di energia rinnovabile. Il Salar de Atacama, una vasta piana di sale in Cile, assume particolare rilevanza grazie ai giacimenti di salamoia di litio di alta qualità.

Nonostante la presenza di oltre la metà delle riserve globali di litio, la produzione attuale del paese è al di sotto del proprio potenziale, aspetto che ha spinto a intraprendere iniziative per incrementare le capacità di estrazione e lavorazione. L’idea del governo di fondare una società di estrazione di litio di proprietà dello stato mira a massimizzare i vantaggi socioeconomici di questa risorsa, facendo eco alla tendenza alla nazionalizzazione delle risorse che predomina nella regione.

Ma non si tratta esclusivamente di prodotti innovativi come il litio: la produzione di rame, da sempre pilastro della stabilità economica della regione, è dominata da Cile e Perù, seguiti in misura significativa dal Messico. Il Cile, il più grande produttore di rame al mondo, e il Perù, secondo solo di poco, sono fondamentali per la filiera globale del rame, che contribuisce in maniera rilevante ai guadagni che entrambi i Paesi traggono dalle esportazioni. Il Messico, più famoso per l’argento, ha visto costantemente aumentare la produzione di rame; utilizzato ampiamente non solo nei cablaggi elettrici e nelle costruzioni, ma sempre più spesso nei sistemi a fonti rinnovabili, questo minerale sta assumendo un ruolo strategico nella transizione dell’economia globale verso tecnologie più ecologiche.

La scoperta di terre rare in Brasile e Perù introduce nuovi attori nel mercato globale di questi minerali critici, essenziali per l’elettronica high-tech, le turbine eoliche e i veicoli elettrici. Le ingenti riserve di niobio e tantalio del Brasile, unitamente alle recenti scoperte del Perù, suggeriscono che la regione detiene il potenziale per divenire un fornitore di riferimento nel mercato delle terre rare. Con l’aumento della domanda di questi materiali, trainata dai progressi tecnologici e dal passaggio alle energie rinnovabili, il ruolo dell’America Latina nella filiera globale è destinato a espandersi in maniera significativa.

Messico e Cile: due modelli a confronto
Per quanto la terra non manchi sotto i piedi dei latino-americani, sarà tuttavia il modo in cui le giovani generazioni organizzeranno l’estrazione di queste risorse a determinare il successo del settore come motore di sviluppo. La minaccia è che i vecchi riflessi statalisti frenino gli investimenti privati, andando a rallentare la valorizzazione dei giacimenti e minando l’importanza strategica della regione.

Prendiamo ad esempio il maldestro approccio del Messico al litio: sotto la guida del presidente Andrés Manuel López Obrador, il governo ha dichiarato i giacimenti di litio proprietà nazionale e ha fondato LitioMx, una società di proprietà dello stato, per supervisionare l’estrazione e la lavorazione del metallo. López Obrador ha descritto la mossa come parte di una strategia volta a proteggere la sovranità sulle risorse naturali del Messico, ad esercitare controllo sulla filiera e a ridurre potenzialmente le dipendenze esterne. Ma questo è un film già visto per i latino-americani: davanti a loro si para un altro colosso statale tronfio, inefficiente e in perdita che i politici useranno per sistemare i loro sostenitori politici affidando posti di lavoro di mera facciata.

un esempio di quella che io chiamo “necrofilia ideologica”: l’attrazione fatale dei leader latino-americani per le idee economiche morte. Ma se da un lato lo statalismo dilagante potrebbe condannare il nascente settore del litio messicano, dall’altro vi sono altri modelli migliori a portata di mano. E non è necessario che siano completamente neoliberali. Anche il Cile, per esempio, ha nazionalizzato l’enorme settore del litio, eppure non intende gestire direttamente il giacimento. Questa nazione propone invece un quadro di partenariato pubblico-privato in cui gli operatori minerari di tutto il mondo competano per aggiudicarsi i contratti di sviluppo di una risorsa che risulta di proprietà dello stato.

Se ben gestita, l’adozione di una politica equilibrata che contempli la proprietà statale e uno scenario di competizione per l’estrazione potrebbe unire il controllo sovrano sulle risorse con il tipo di dinamismo economico di cui le economie latino-americane hanno disperatamente bisogno. Questo andrebbe a garantire la maggior parte dei presunti vantaggi della nazionalizzazione in stile messicano senza ostacolare il settore con un altro borioso monopolio statale. È il tipo di politica lungimirante che serve ai latino-americani per trasformare le nuove possibilità in un vero sviluppo.

La strategia della Colombia
Nuove opportunità si affacciano continuamente all’orizzonte: in Colombia, la canadese Auxico ha recentemente annunciato il progetto di costruire una raffineria di terre rare da 116 milioni di dollari a Santa Marta, la prima del suo genere nell’emisfero occidentale. L’impianto si prefigge di trattare 36.000 tonnellate di minerale all’anno utilizzando tecnologie di estrazione innovative con un minore impatto ambientale. La raffineria si rifornirà di materiali provenienti dalle proprietà di Auxico in Colombia e nella Repubblica Democratica del Congo, oltre che da accordi in Brasile e Bolivia. La struttura è attualmente in corso di costruzione nella speciale zona di libero scambio di Santa Marta; questo significa che non è soggetta a dazi commerciali e beneficia di un’imposta sul reddito delle società più bassa, fissata al 20 percento. È questa la politica lungimirante necessaria per attrarre grandi investimenti nel settore.

Le scoperte del Perù
Di recente in Perù è stata annunciata un’importante scoperta da parte di RioSol SAC e Compañia Minera Rio Sol SAC: nella zona di esplorazione di Capacscaya, a circa settanta km a est di Machu Picchu, sono stati rinvenuti ossidi totali di terre rare in concentrazione pari o superiore al 3 percento, un evento che si segnala come una delle più grandi rivendicazioni di terre rare e polimetalliche di sempre. Tale scoperta sottolinea il ruolo emergente del Perù nel settore delle terre rare – sebbene si rendano necessarie ulteriori esplorazioni per comprendere la portata di questi giacimenti.

Dopotutto, l’iniziale attenzione per i metalli di base si è estesa alle terre rare solo dopo le recenti attività di esplorazione nell’area. Cosa ci attende ancora là fuori? L’enorme boom dei materiali annunciato dalla transizione verso l’energia verde rappresenta un’occasione d’oro per l’America Latina per uscire dai margini della storia e unirsi a una delle tendenze più importanti del XXI secolo. La geologia c’è tutta, ma non basta. Il boom dei materiali si tradurrà in sviluppo solo se i governi della regione eviteranno le vecchie insidie dello statalismo, della corruzione e dell’eccessiva regolamentazione.

Moisés Naìm è distinguished Fellow presso il Carnegie Endowment for International Peace a Washington, DC e membro fondatore del comitato editoriale di WE. Il suo ultimo libro è “The Revenge of Power: How Autocrats are Reinventing Politics for the 21st Century”. [La versione in italiano si intitola “Il tempo dei tiranni. Populisti, falsi, feroci: storia di Putin, Erdogan e di tutti gli altri” (Feltrinelli, 2022)].

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