I primi risultatiCome sono andate le elezioni in Europa

I partiti di destra e di estrema destra sono andati molti bene, ma i gruppi più estremisti non hanno i numeri per governare. Si va verso un’altra maggioranza Ursula, con Popolari, Socialdemocratici e Liberali

AP/Lapresse

Il Partito popolare europeo è il grande vincitore, atteso alla vigilia, di queste elezioni Europee. Si conferma il partito più numeroso anche per il prossimo quinquennio del Parlamento europeo, e anzi rafforza la sua presenza all’Eurocamera (con nove seggi in più). A cambiare, però, sono gli equilibri tra le forze, perché nei ventisette Stati membri le famiglie politiche ad aver ottenuto i risultati migliori sono quelle di estrema destra, a danno soprattutto dei partiti liberal democratici e dei Verdi (questi ultimi hanno perso diciannove seggi rispetto al 2019).

Dai dati disponibili al lunedì mattina, il nuovo Parlamento europeo sarà complessivamente un po’ più a destra ma non abbastanza da permettere alle destre di formare una maggioranza e governare da sole. La famiglia politica dei Popolari è sulla buona strada per avere circa centottantacinque deputati in Parlamento, un quarto dei settecentoventi del Parlamento europeo. La famiglia dei Socialisti e Democratici (S&D, centotrentasette deputati) potrebbe aver mantenuto i suoi numeri, mentre il gruppo liberale Renew Europe ha perso rappresentanza rimanendo la terza grande forza del Parlamento europeo con settantanove seggi (ventitré in meno del 2019). I Conservatori hanno guadagnato quattro seggi rispetto a cinque anni fa, settantatré in totale. Identità e democrazia ben nove in più (cinquantotto totali).

Il Partito popolare europeo avrebbe ancora i numeri per formare nuovamente una grande coalizione con socialisti e liberali, ma i numeri, secondo Politico, potrebbero invogliare i popolari a negoziare almeno su alcune questioni con i partiti più a destra – a patto che riescano a farlo senza alienare i suoi alleati centristi.

Queste erano anche le prime elezioni Europee da quando il Regno Unito ha lasciato l’Unione. E c’erano circa trecentosettantatré milioni di persone al voto, compresi, per la prima volta, i sedicenni in Belgio e Germania, e i diciassettenni in Grecia. Ha votato, dalle ultime rilevazioni disponibili, poco più della metà degli aventi diritto, il cinquantuno per cento.

I risultati suggeriscono che la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha buone possibilità di rimanere in carica, ma non c’è ancora alcuna certezza. Intanto perché dovrà ottenere il sostegno dei leader nazionali dell’Unione. E poi dovrà convincere il Parlamento a confermare la sua candidatura: quando cinque anni fa chiese il sostegno del Parlamento, in teoria poteva contare sull’appoggio di quattrocentoquaranta deputati appartenenti ai tre gruppi moderati, ma ha ottenuto solo trecentottantatré voti, una quota sufficiente ma senza molto margine. Adesso invece le tre famiglie politiche della cosiddetta maggioranza Ursula rappresenteranno più di quattrocento parlamentari presenti nell’emiciclo. Dovrebbe bastare, a patto però che tutti votino per lei. Ma alcuni partiti nazionali, compresi alcuni finiti nel Ppe, hanno detto che non la sosterranno.

I partiti di estrema destra sono andati molto bene in Francia, Germania, Austria e nei Paesi Bassi. In Francia, gli ottimi risultati del Rassemblement National di Marine Le Pen – di gran lunga il maggior numero di voti, intorno al trentadue per cento – ha convinto il presidente Emmanuel Macron a sciogliere l’Assemblea Nazionale e indire nuove elezioni per il 30 giugno (secondo turno il 7 luglio).

In Germania, l’alleanza di centrodestra è il primo partito, con la Cdu/Csu che può già ambire a esprimere il prossimo cancelliere: il voto infatti ha mostrato soprattutto la scarsa popolarità del governo di Olaf Scholz. Ma il risultato migliore, rispetto alle attese della vigilia, è quello dell’estrema destra di Alternative für Deutschland, che ha superato la Spd su base nazionale.

In Austria, l’ultradestra di Fpoe (nella famiglia politica di Identità e democrazia, con la Lega) è riuscita perfino a sorpassare i due grandi partiti storici che hanno sempre governato a Vienna negli ultimi decenni, cioè socialisti (Spoe) e popolari (Oevp).

In Spagna il primo ministro socialista Pedro Sánchez ha ottenuto un risultato migliore delle aspettative, resistendo all’avanzata del centrodestra: il Partito Popolare è arrivato primo con il 34,2 per cento dei voti e ventidue seggi, ma il Partito Socialista ha ottenuto comunque il 30,18 per cento dei voti e venti seggi. Mentre l’estrema destra di Vox ha ottenuto il 9,6 per cento dei voti e sei seggi, cioè tre in più del 2019, ma in linea con i suoi risultati recenti.

Da segnalare, in Slovacchia, la vittoria del partito Slovacchia Progressista, vero vincitore nel Paese con il 27,8 per cento dei voti. In questo modo ribalta le previsioni della vigilia e super il partito del primo ministro Robert Fico, Smer, populista e filorusso. Mentre la destra del gruppo Ecr (famiglia politica di Fratelli d’Italia) non supera lo sbarramento.

I partiti di sinistra e centrosinistra sono andati bene soprattutto nei Paesi del Nord Europa.

In Danimarca, Socialistisk Folkeparti (Sinistra Verde) ha ottenuto la maggioranza relativa, superando anche i Socialdemocratici della prima ministra Mette Frederiksen. Stessa cosa anche in Finlandia, dove i partiti di sinistra hanno superato quelli più moderati: i Socialdemocratici finlandesi, il partito della ex prima ministra Sanna Marin, sono arrivati terzi dopo il Partito di Coalizione Nazionale (di centrodestra) e l’Alleanza di Sinistra, mentre sono andati malissimo i Veri Finlandesi, il principale partito di estrema destra. In Svezia invece c’è una vittoria dei socialdemocratici guidati dalla leader Magdalena Andersson.

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