Fuggire, sì, ma dove?Le solite lamentele di ogni elezione, senza Wolfe o Ephron a raccontarle

Quelli che avevano la madre ottantacinquenne da accompagnare al seggio, quelli che volevano convincere i giovani a votare, quelli che hanno polemizzato sulle file per maschi e femmine e pure quelli che si sono lamentati perché non è stato sequestrato lo smartphone. E poi ci sono sempre quelli che dicono di emigrare se vince la destra, ma poi restano sempre qui

(La Presse)

È stato un incubo, come sempre lo sono le elezioni. Ci dev’essere stato un momento in cui la democrazia era un’idea preziosa e non da dare per scontata, un rituale che poteva far sospirare a Gaber che «non piove mai, quando ci sono le elezioni». Ci pensavo uscendo dal seggio su cui, appunto, pioveva, nel cortile d’una scuola pieno di cassonetti straripanti grazie alla civilissima gestione bolognese. Canticchiavo appunto Gaber, «democraziaaaa».

Quando la conversazione del presente è deludente, non resta che rifugiarsi nel citazionismo nostalgico (chissà come facevano, nei secoli senz’abbastanza repertorio da citare). E la conversazione collettiva, in queste settimane elettorali, è stata d’una scarsezza che è riuscita a stupirmi, e io della scarsezza del livello del dibattito pensavo di non potermi più stupire.

«Mia madre ha 85 anni». Improvvisamente, neanche fosse il 25 aprile e servisse il nonno partigiano da sfoggiare, avevano tutti l’anziano di famiglia che a votare proprio non voleva rinunciare (sottinteso costante, a volte persino esplicitato: non come voialtri che date questo diritto per scontato). Al primo che mi ha spiegato che non poteva fare non so cosa perché il suo weekend sarebbe stato monopolizzato dalla madre ottantacinquenne e cieca e non più residente dov’era ancora iscritta a votare, ma che nonostante le difficoltà assolutamente esigeva di esercitare il suo diritto e quindi andava accompagnata, ci ho pure creduto. Poi ho capito che il vegliardo con la tigna di votare era l’accessorio di stagione: ieri c’erano i social pieni di cronache di centounenni che avevano fatto chilometri per andare a piedi al seggio. L’epica delle piccole cose. Che avvincenza.

«Bisogna convincere i giovani a votare». Video preoccupati per l’astensione di gente che ci spiega contrita che non dobbiamo lasciare che gli altri decidano per noi astenendoci. Ma gli altri decideranno comunque per noi, sono come i libri in quella battuta di Troisi: sono tanti, e io sono una. E comunque, ecco, meglio l’epica del vecchio tenace che l’impegno a convincere un ventenne cui il cervello non s’è finito di formare a dire la sua.

«I non binari non si sentono rappresentati». Io giuro che voto il primo che accorpa tutte le elezioni. Europee, politiche, amministrative, eventuali referendum. Il primo nel cui programma c’è che io non mi debba sorbire più spesso di ogni cinque anni le dementi proteste dei dementi il cui demente problema è che al seggio c’è una fila per i maschi e una per le femmine: e per chi non è mammifero come la mettiamo.

«Il disinteresse per l’infanzia si vede dalle scuole usate come seggio». Per non parlare del demente problema dei dementi per i quali quei ciucci dei loro figli sono ciucci perché nel 2024 hanno perso ben due giorni di scuola a causa dell’utilizzo della loro classe – classe nella quale nei nove mesi precedenti non avevano imparato i confini dell’Umbria – come seggio elettorale.

«E allora la pandemia». Pensavo che il punto più basso della dialettica pubblica fossero quelli che beati loro non hanno mai avuto un problema serio, e quindi sotto ogni discussione si precipitano a scrivere «tu dov’eri quand’ero discriminato per il greenpass», greenpass che alle persone normali pare più remoto dei 45 giri. Credevo, poi ho visto le vibranti proteste perché a Bergamo, forse per non far saltare due giorni di scuola a qualche puccettone, hanno messo un seggio nell’ex obitorio, con puntesclamativi di gente traumatizzata perché «è l’ultimo posto dove ho visto il cadavere di mio padre». Seguiranno memoir dolenti, voglio sperare, per onorare il secolo in cui ogni trauma finisce a fatturato.

«Da vicino nessuno è normale». È una frase di Basaglia, è stata il titolo d’un programma di Alessandro Cattelan, ed è anche la più fessa presa di posizione rispetto a un aggettivo verso il quale s’è deciso d’avere un approccio etico. Vannacci, il carneade che Matteo Pucciarelli di Repubblica ha trasformato in caso editoriale colmando il buco di nemici e quindi di posizionamento editoriale che a quel giornale aveva creato l’invecchiamento e poi il decesso di Silvio B., ha dimostrato per tutta la campagna elettorale di conoscere i suoi cani di Pavlov. Lui diceva che i gay non sono normali, e nessuno aveva la prontezza di rispondergli: certo che no, ci mancherebbe che fossero così noiosi da esserlo. Agli ultimi giorni di campagna elettorale, Luigi Manconi gli ha detto io sono cieco, allora non sono normale? Invece di dirgli: neanch’io sono normale, epperciò peroro il diritto dei gay a poter anche loro assecondare le loro anormali perversioni e sposare Bianca Berlinguer.

«Chiamo la forza pubblica». Naturale evoluzione al seggio delle influencer che si danno appuntamento «nelle sedi opportune», il tizio che ha raccontato su Twitter d’aver fatto interrompere le votazioni perché «nessuno mi chiede di depositare il telefono». Richiesta che in genere fanno perché è vietato fotografare la scheda, ma quando non l’hanno chiesto a me ho pensato che probabilmente avevo la faccia di chi non si mette a instagrammare il voto (o a venderlo in cambio d’un posto da usciere). Al tizio di Twitter invece non la si fa: «Questa faccenda puzza lontano un miglio».

«Il mese scorso un tassista newyorchese mi ha detto che, se Sarah Palin diventa Presidente, lui va a vivere altrove». «Ma vive già altrove! La città di New York è un altro Paese!». «Quello che vorrei dire a lei e a lui è che in Italia diciamo così a ogni elezione, e poi restiamo sempre qui».
«Anch’io sento gente che lo dice da anni, ho amici che minacciavano di emigrare per Bush ma, indovina un po’?, sono rimasti. Ci piace atteggiarci, fare quelli moralmente superiori che non possono sopportare di vivere in un Paese di destra, ma dove dovremmo andare? Dieci anni fa si poteva pensare al Canada, ma ora hanno un premier più conservatore di quanto fosse Bush. Non è facilissimo, trovare posti… A lei ne viene in mente uno, una democrazia di sinistra in cui emigrare? Certo non possiamo trasferirci in Irlanda. O in Italia. O in Israele».

Era la fine del 2011, Nora Ephron sarebbe morta di lì a sei mesi ma io non lo sapevo. Ho ripensato a questa conversazione ieri, mentre con amiche milanesi parlavamo delle coppie di vecchi di sinistra che vanno al seggio col piglio di chi salverà la democrazia: Milano è un altro Paese, avrebbe detto Ephron.

Ma, soprattutto, ci ho pensato vedendo i primi risultati che arrivavano dai Paesi che siamo abituati a considerare più civili, e invece anche lì devono aver fatto campagne contro l’astensionismo, che finiscono inevitabilmente così: più gente, quindi più gente dai gusti impresentabili.

Di nuovo: mancano i conversatori capaci nel presente, e quindi tocca rifugiarsi nel citazionismo nostalgico di quelli che erano perfetti ma sono morti. Nel 2004, poco prima delle presidenziali che George W. Bush avrebbe vinto contro John Kerry (chi?), Tom Wolfe disse al Guardian: «Voterei per Bush se non altro per andare all’aeroporto a fare ciao ciao a tutti quelli che dicono che, se vince di nuovo, vanno a vivere a Londra: qualcuno deve pur restare qui».

Torna utile quando in serata iniziano ad arrivare i risultati e nella chat dei Finzi Giannini ci si scambiano amenità, «Mi trasferisco in Svezia», «Io sto pensando alla Spagna»; ripenso come sempre da vent’anni alla battuta di Wolfe e come sempre rido, ma forse era più a fuoco la Ephron di tredici anni fa, con la sua versione di “Maracaibo”: fuggire, sì, ma dove?

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