Quesiti linguisticiCosa può essere «esilarante»? Risponde la Crusca

Già nel 1600 l’aggettivo indicava la qualità di un’opera, il carattere di un gesto o la proprietà di una bevanda capaci di suscitare riso e allegria

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Il verbo esilarare è un cultismo derivato dal latino exhilarāre e possiede, fin dalla sua prima attestazione nel 1334 (TLIO s.v.), il significato di ‘rendere ilare, allegro’ o, più comunemente, ‘far ridere, divertire’. Esilarante è il participio presente del verbo esilarare, che tuttavia è documentato nella nostra lingua almeno tre secoli dopo. I nostri principali dizionari etimologici, a dire il vero, indicano come data di prima attestazione il 1855 (DEI, DELI, l’Etimologico, s.v. esilarare, e LEI, che si limita a rinviare a TLIO e GRADIT 2007) e rimandano alla testimonianza del Vocabolario della lingua italiana di Pietro Fanfani (Firenze, Le Monnier, parte I, p. 596), che alla voce esilarare segnala come participio presente esilarante. Il dizionario del Tommaseo (Tommaseo-Bellini 1861-1879), riportato peraltro come primo esempio dal GDLI (s.v.), ne sottolinea, oltre al valore di participio presente, anche l’uso aggettivale per discorsi o bevande che inducono al riso. In realtà, come abbiamo anticipato, il participio è attestato già nel XVII secolo e assume la funzione di aggettivo fin dal suo primo ingresso, allo scopo di indicare la qualità di un’opera, il carattere di un gesto o la proprietà di una bevanda capaci di suscitare riso e allegria. Ce ne danno conferma sia un testo di farmaceutica del 1675, che tra le altre ricette fornisce anche quella dello “sciroppo esilarante” (Giuseppe Donzelli, Teatro farmaceutico, dogmatico e spagirico, Napoli, per Gio. Francesco Paci, Geronimo Fasulo e Michele Monaco, 1675, p. 40), sia l’ultimo dei volumi che compongono il trattato Della christiana moderatione del theatro (1646-1652), opera molto nota del gesuita Giovanni Domenico Ottonelli, in cui si censurano gli eccessi delle rappresentazioni teatrali:

I revisori de’ comici componimenti devono essere gli huomini gravi e i pubblici magistrati delle città […] per sententiare quali comedie, quali giuochi e quali spettacoli siano forniti di virtuosa honestà […]. Quali meritino l’applauso esilarante e quali le fischiate vituperanti. (Della christiana moderatione del theatro. Libro detto l’Instanza […]. Opera d’un religioso theologo, Firenze, Stamperia di Gio. Antonio Bonardi, 1652, p. 279)

Nel testo di Ottonelli, come si vede, esilarante è riferito all’applauso del pubblico, caratterizzandosi in tal modo per una diversa sfumatura di significato: l’applauso, infatti, non può indurre al riso ma, al contrario dei fischi “vituperanti”, può essere provocato dalla gioia e a sua volta provocare gioiosità. Nel corso del tempo, tuttavia, se da un lato l’aggettivo continuerà a segnalare testi e soprattutto rappresentazioni in grado di divertire, dall’altro si fisserà nelle lingue speciali della chimica, della farmaceutica e della medicina per indicare sostanze capaci di provocare ilarità, serenità ed estasi; si passa dalle caratteristiche del vino a quelle delle erbe allucinogene, come testimoniano due testi del XVIII secolo, che forniscono rispettivamente alcuni consigli dietetici e una descrizione di sostanze tossiche tradotta dal latino:

Il vino buono e generoso ha molte buone virtù bevuto con moderatezza e come per medicina: è nutritivo, cordiale ed esilarante per opera del suo spirito. (Santorio de’ Santori, La medicina statica, Venezia, Domenico Occhi, 1743, pp. 263-264)

Ruta silvestre. Forza nociva: inebriante, esilarante ed inducente oblivione delle cose fatte. (Gioseffo Jacopo Plenck, Tossicologia ossia dottrina introno i veleni ed i loro antidoti […] Tradotta dall’originale latino in italiano, Napoli, Giuseppe Maria Porcelli, 1790, p. 100)

In una traduzione dal francese di una rassegna delle piante medicinali, stampata ai primi dell’Ottocento, l’identificazione della sostanza con le sue proprietà arriva a produrre, forse per effetto della lingua da cui si traspone, un raro uso sostantivato del participio presente:

Le radici e le foglie della canapa sono venefiche. L’infusione delle foglie e il sugo che se ne cava per espressione hanno la proprietà di ubbriacar fortemente […]. I cinesi, i persiani e gli arabi fanno uso delle foglie come di esilarante, ma spesso gl’inebria. (Pier Giovan Battista Chomel, Storia compendiosa delle piante usuali […] tradotta dal francese, Tomo III, Roma, Desideri, 1808, p. 23)

L’associazione stabile di esilarante a elementi che inducono ebbrezza o euforia ha prodotto con il tempo anche il sintagma fisso gas esilarante, usato per designare l’ossido nitroso o protossido d’azoto, un tempo adoperato come anestetico. Anche in questo caso, i dizionari storici ed etimologici indicano un ingresso tardivo del sintagma nella nostra lingua, segnalando come data della prima attestazione il 1908 (DELI s.v. gas; GDLI s.v. esilarante). Oggi, grazie ancora una volta agli strumenti informatici e alle risorse della rete di cui disponiamo, possiamo anticipare la data di arrivo dell’espressione di almeno un secolo: gli Elementi di chimica generale pubblicati da Girolamo Contessi Melandri tra il 1809 e il 1810, in occasione del suo insegnamento all’Università di Padova, segnalano, nel titolo del paragrafo dedicato al gas ossido nitroso (vol. I, Padova, Stamperia del Seminario, 1809, p. 184), le definizioni date dagli altri chimici, tra le quali quella di gas esilarante, utilizzata, stando al testo di Melandri, dal chimico inglese Joseph Priestly. A conferma, peraltro, della sua stabile e rapida diffusione, ritroviamo il sintagma nell’Ideologia di Melchiorre Gioia, un’opera estranea agli studi di chimica pubblicata tra il 1822 e il 1823. Qui, in una nota del capitolo sulla Prima sorgente di piaceri e di dolori, si legge che avvicinandosi “all’apparecchio del gas esilarante (protoxide d’azoto) […] le sensazioni più deliziose scorrono come tratti di voluttà per tutto il sistema nervoso” (Tomo I, Milano, Giovani Pirotta, 1822, p. 22).

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