Futili protezionismiLe lezioni dei dazi sull’auto cinese e l’eredità della Commissione

L’aumento delle tasse sui veicoli elettrici importati da Pechino potrebbe essere l’ultimo atto dell’esecutivo comunitario uscente e ne descrive bene l’eredità e le contraddizioni. L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni

AP/Lapresse

Tutto nasce da un’indagine sui sussidi garantiti da Pechino ai «propri» produttori di veicoli elettrici che, secondo Bruxelles, rischiano di distorcere la concorrenza, a detrimento dei carmaker europei. L’obiettivo del dazio è controbilanciare tali sussidi: così, esso avrà un valore diverso da marchio a marchio, in funzione delle agevolazioni effettivamente ricevute e dell’atteggiamento più o meno collaborativo manifestato durante l’indagine. Al dieci per cento già esistente, si aggiungerà una quota variabile tra il diciassette per cento e il trentotto per cento: si arriverà, quindi, a un picco del quarantotto per cento nel caso dei produttori più sussidiati o meno collaborativi.

Può apparire tutto semplice e lineare ma non lo è. L’indagine, beninteso, rappresenta un pretesto formalistico ma quanto meno mostra un tentativo di razionalizzare un provvedimento annunciato in partenza e di puro stampo protezionistico. D’altronde, poche settimane fa il presidente americano Joe Biden non ha neppure fatto finta e ha elevato un muro tariffario del 100 per cento nel nome dell’autonomia strategica americana. La stessa Cina non ha atteso molto prima di rispondere per le rime, aprendo un’indagine sui sussidi europei alla carne di maiale: su 1,55 milioni di tonnellate che Pechino importerà nel corso di quest’anno, circa la metà viene dall’Unione.

Tuttavia, vi sono due aspetti del dazio che meritano di essere messi in evidenza e che ben rappresentano la follia dei tempi che stiamo attraversando. Il primo aspetto riguarda gli effetti attesi: l’aspettativa è che il dazio, determinando inevitabilmente un aumento del costo delle auto elettriche, più che favorire i produttori europei, finirà per restringere il mercato. Le e-car sono già oggi prodotti costosi: ulteriori aumenti ridurranno la propensione all’acquisto da parte di chi non è certo di potersi permettere una spesa tanto ingente. Del resto, già oggi i produttori europei faticano a servire la domanda esistente e non c’è alcuna evidenza che l’import cinese abbia spiazzato i modelli domestici.

Il secondo elemento è relativo agli obiettivi. In Europa oggi c’è tanta attenzione al mercato dell’auto elettrica perché, a livello politico, si è deciso che la mobilità elettrica dovrà essere un asse portante della transizione energetica. Così, sono stati introdotti generosi sussidi per l’acquisto di veicoli elettrici e si è addirittura stabilito che, a partire dal 2035, non potranno più essere immatricolati veicoli col motore endotermico. Invece di esplorare una pluralità di strumenti e tecnologie, si è preferito mettere tutte le proverbiali uova nello stesso paniere che, incidentalmente, è un paniere di prodotti dove l’Europa è relativamente poco competitiva. E lo è non perché i cinesi erogano sussidi, ma perché Pechino si è mossa prima ed è tecnologicamente più avanzata. Quindi, il paradosso è che con le agevolazioni all’acquisto si pagherà l’extra-costo del dazio, andando a penalizzare proprio quella strategia di riduzione delle emissioni che è al centro dell’identità politica europea.

I dazi scatteranno il 4 luglio, a meno che non si trovi un accordo con Pechino. Speriamo che questo accada, altrimenti l’Europa avrà fatto un altro passo verso un mondo più chiuso e meno sostenibile.

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