Sarta intellettuale Germana Marucelli e la sua battaglia per l’indipendenza della moda italiana

In “Il desiderio delle signore” (Electa), Luca Scarlini mette una lente d’ingrandimento sull’incredibile vita della prima stilista italiana a rifiutare il predominio dell’haute couture francese. Ne pubblichiamo un estratto

Ettore Sottsass e Germana Marucelli nel 1949 (Picryl/Wikimedia Commons)

Alla fine del conflitto, riunita al marito, Germana ha le idee chiare sulla propria attività. Nel 1945 avviene il trasferimento determinante a Milano, a via Cerva 38/2, oggi via Borgogna, in parte distrutta dalle bombe, con l’apertura della sartoria e la scoperta che i colleghi storici, dopo la pausa tragica del conflitto, continuavano ad andare a Parigi e a imitare la moda d’Oltralpe. Tutto come prima: erano terrorizzati dal cambiamento e il legame con le direttive fasciste sul fashion nazionale in quel momento era da escludere e rimuovere ad ogni costo. Proprio come si era interrotta bruscamente la pittura d’affresco che era stata un segno principale della politica del regime. 

Nella visione di Germana, semplicemente la guerra non aveva insegnato niente a nessuno: in questo momento di restaurazione, dopo il caos storico, madame diventa quindi, come sempre controcorrente e indipendente nelle sue scelte, paladina appassionata della moda italiana. Dal 1947 rifiuta clamorosamente di tornare nella capitale francese, ne fa una questione di principio. Osteggiata dal mercato e dai fornitori di tessuti, come anche dalla clientela tradizionalista, che non vuole essere criticata per le sue scelte d’abito, la sarta ha l’intuizione geniale di diventare intellettuale. Serve un nuovo mondo di riferimento: tra uomini e donne anticonformiste le sue scelte saranno meglio accolte. 

Milano è la città giusta per questa missione di individuare una nuova clientela, un mondo di riferimento, in cui sono centrali, presto, figure come Gillo Dorfles e Lucio Fontana. In un’intervista retrospettiva – riscoperta come molti materiali rari a lei riferiti da Silvia Casagrande, studiosa che ha dedicato una vasta ed efficace attività agli studi su Germana Marucelli (sua la curatela della bella mostra tenuta nell’estate del 2023 a Palazzo Pitti, Una visionaria alle origini del Made in Italy) – appare chiaro che comprendeva i rischi a cui andava incontro. Nelle sue stesse parole: “mi sentivo come un pioniere che va nella giungla per aprire nuove strade, ignorando e difendendosi come può da tarantole, serpenti, belve e mosquitos che non vede. O come uno scienziato che non pensa che nel ricercare lì potrebbe trovare la morte. E io, fiorentina, figlia di gente che per secoli si era occupata di moda, ignorante delle questioni di mercato, ero solo assetata di esprimermi a mio modo, attaccata alla mia terra, alla mia lingua, alla mia gente. Io che vivo di immagini ne ebbi subito una: mi sembrava di essere una formica con uno stuzzicadenti in mano che vuole rovesciare un elefante”. 

La stampa inizia presto a interessarsi a questa sua battaglia per l’indipendenza della moda italiana, rimarcando l’eccentricità, ma anche il carisma della creatrice. Bando ai fronzoli e all’eccesso di decorazione: quello era il momento della semplicità, della sobrietà. A questo punto le parole d’ordine del passato regime perdono i contorni propagandistici e diventano subito una visione personale, declinata secondo una individualissima sensibilità, che corrisponde perfettamente all’epoca dell’esistenzialismo, individuando un modello di donna intellettuale, come quella indicata da Irene Brin, che è interessata ad indossare un segno del presente, rifiutando gli obblighi dell’imitazione parigina. Nel 1947 la disillusione: la linea che aveva inventato nelle ristrettezze di guerra a Stresa, con qualche differenza, era molto simile a quella lanciata da Dior e affermata a livello internazionale come the new look. 

La stampa italiana non aveva registrato le creazioni del suo periodo bellico e a Germana rimase l’amaro piacere di avere colto in anticipo il nuovo segno dei tempi. Il sarto francese divenne la sua ossessione: nel periodo dal 1949 al 1951 si dedicò intensamente a ricerche sul plissé, fino a una realizzazione a conchiglia nel 1949, che di nuovo vide in versione assai simile, a firma Dior pubblicata nel 1951 su “L’Officiel”. Sempre controcorrente, nel 1950 ebbe un riconoscimento importante con l’invito a presentare i suoi abiti all’esposizione di Monaco, dove erano presenti le maggiori case francesi. Eppure le sue finanze erano tutt’altro che floride, e si rivolse per un sostegno, che ottenne, a Franco Marinotti, geniale patron della Snia Viscosa, potente industriale del mondo tessile innovativo, che in quegli anni inaugurava l’esperienza rutilante del Centro Internazionale delle Arti e del Costume di Palazzo Grassi a Venezia, luogo di sfilate teatrali memorabili, spesso firmate da un regista teatrale del calibro di Filippo Crivelli, mettendo in scena tra gli altri Ornella Vanoni, Mariangela Melato e Amanda Lear. 

Se il mondo della moda spesso rimane indietro rispetto alle sue proposte, l’arte offre subito modelli di lavoro con l’idea di sfilate che non rispettano i calendari fashion, ma si propongono con il meccanismo del vernissage di una mostra personale. L’atelier Marucelli ha opere d’arte italiane recenti alle pareti, una cosa inedita per l’epoca. Negli anni vengono registrate opere di Giuseppe Capogrossi, Angelo Moriconi, Guido Somarè, nonché un lavoro di Enrico Mazzolani, scultore e ceramista squisito che aveva avuto come sostenitore D’Annunzio, che aveva creato per lei una libera reinterpretazione della Nike di Samotracia, spesso utilizzata come sfondo nelle fotografie in posa, diventando un segno di riconosci- mento del marchio. 

Nel 1947 si inaugurano i giovedì di Germana. Passano tutte le celebrità che sono a Milano, scrittori, attori, danzatori partecipano a serate stimolanti: tutti sono tenuti a lasciare una memoria sull’album: vi si trova ad esempio uno schizzo di Felice Casorati. La sarta diventa intellettuale, facendo propria, in senso moderno, l’eredità del Rinascimento fiorentino, di cui ha sempre rivendicato la discendenza. La definizione viene proposta sui giornali, tra i primi ne parla Vittorio Bonicelli, più noto come sceneggiatore (candidato all’Oscar per la sceneggiatura del film Il giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica). Su “Il Tempo”, 20 agosto 1949, la individua come “la sarta dei poeti”. 

Il gesto è capitale: il creatore di abiti che fino a quel momento era nell’ombra diventa molto più visibile, anche altri pubblicano loro fotografie in contesti mondani. L’avvento del sarto-divo, figura che in Italia, dopo l’anticipazione di Schubert, gettonatissimo per parodie da Totò per le sue eccentricità (nel celebre sketch Un salotto a Capri poi rifuso in Totò a colori (1952), avrà di lì a breve una incarnazione clamorosa in Valentino, è imminente. Evidentemente però il senso dell’essere presente di Germana “con gli altri” è assai diverso. In un’epoca in cui le top model sono di là da venire e i cachet sono spesso bassi, la scelta per indossare gli abiti cade su signore dello spettacolo. Maria Cumani, moglie di Salvatore Quasimodo compare in una foto del 1949, nel 1950 è il turno di Yvette Chauviré una grande étoile dell’Opéra di Parigi, celeberrima Giselle, che interpreta coreograficamente una creazione di Germana. 

Da “Il desiderio delle signore. Germana Marucelli”, Luca Scarlini, Electa, 99 pp, 12 euro

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