Un lavoro diverso è possibile La potenza del coinvolgimento delle persone

Dare il via a una nuova forma di azienda, stravolgendo l’impostazione paterna, ha generato mille dubbi in Francesco Tava, ma circondarsi di professionisti di fiducia e creare una dimensione lavorativa umana e sostenibile hanno permesso la riuscita

@LorenzoCevaValla

Non è stato facile convincere Francesco Tava a venire al Gastronomika Festival a raccontare di persona la sua azienda. Con sincera umiltà, e bassa propensione al protagonismo, dichiara di non sentirsi un modello, di non sentirsi in grado di formulare lezioni o di dare consigli, eppure la realtà di Tava Srl merita non solo di essere descritta ma anche di essere guardata proprio come un esempio di mondo lavorativo altro, diverso, “umano”, dove non si rinuncia al profitto ma si tentano nuove strade per renderlo socialmente sostenibile e dove si trova nel coinvolgimento delle persone la benzina necessaria allo sviluppo dell’azienda stessa.

Tava Srl si trova nel basso Trentino e produce anfore per il vino; è nata una decina di anni fa dalla conversione del piccolo laboratorio del padre dove si realizzavano le tradizionali stufe tirolesi in ceramica. Francesco diciottenne fugge sia dal paesino che dall’attività paterna, gli studi di filosofia prima e i primi impieghi nel mondo ristorativo gettano le basi “ideologiche” di quello che sarà poi il Francesco imprenditore, che però deve ancora palesarsi.

Un problema famigliare lo riporta a casa, a doversi occupare dell’azienda di ceramiche, e qui si crea una combinazione fortunata di occasione, tempismo, conoscenze, esperienze passate e soprattutto buone idee. «Con incoscienza ed entusiasmo», sapendo di amici e produttori vitivinicoli che per la produzione dei propri vini utilizzavano anfore a uso enologico provenienti da altri Paesi, come Spagna e Georgia, decide di provare a mettere in piedi un suo sistema produttivo. Spoiler: oggi Tava impiega circa 38 persone, fornisce anfore a più di 1600 cantine e collabora con strutture commerciali in tutto il mondo.

Dunque nel mezzo le cose hanno funzionato bene, e vale la pena cercare di capire perché e soprattutto su quali basi poggia la buona riuscita di questo disegno imprenditoriale.

@LorenzoCevaValla

«Quando ho dovuto “fondare” l’azienda, assumere i primi collaboratori e demandare i compiti che fino a quel momento svolgevo io, ho visto la necessità di dover organizzare i processi e affidarli ad altre persone. Non avendo esperienza, né preparazione, e quindi nessun preconcetto su come sviluppare questa parte, tutto è nato in maniera improvvisata ma anche semplice e naturale: ho voluto al mio fianco tutte le persone a cui ero già legato dal punto di vista affettivo e personale, come ad esempio il mio commercialista (con cui sono amico), e lo stesso per le figure legali, amministrative e così via». Tutte persone di fiducia che a loro volta hanno usato lo stesso sistema per attirare altre figure d’aiuto nei vari processi e aree aziendali.

«La cosa è partita per ignoranza, senza avere idea di come fare le cose, ma poi si è trasformata in una potenza di coinvolgimento delle persone incredibile e che ha portato alla buona crescita del progetto». E in tutte le persone coinvolte era ben chiara una visione della dimensione lavorativa non separata da quella personale, bensì vissuta con le stesse logiche.

Nello spazio produttivo di Tava oggi sono presenti otto nazionalità diverse e le persone hanno alle spalle carriere e percorsi molto diversi. «Ogni giorno abbiamo idee diverse e nuove su come costruire un luogo di lavoro dove ognuno possa dare il massimo e ricevere altrettanto. La componente lavorativa nella vita di ogni persona è un aspetto cruciale, e che il luogo di lavoro permetta di tirare fuori le migliori caratteristiche peculiari di ogni persona va a beneficio di tutto il sistema, che prova a essere rispondente ai bisogni delle persone che ci lavorano, e non l’opposto».

Concretamente come si realizza questo mondo lavorativo che sulla carta pare ideale ma che nella pratica si scontra con processi produttivi e bilanci da far quadrare tra conti, costi e utili?

Osservando, tra le altre cose, i bisogni della forza lavoro. Il basso Trentino ad esempio non è servito con efficienza dai mezzi pubblici, per una questione morfologica del terreno, quindi spesso le famiglie devono avere più auto se i componenti che lavorano sono più di uno, ma il peso economico può essere insostenibile. Se l’azienda si fa carico di un’auto in leasing assegnata al lavoratore il peso economico è nettamente inferiore. Un impegno finanziario basso per l’azienda risolve un problema economico alto per le persone.

Un altro esempio riguarda i lavoratori stranieri. Molte di queste persone sono arrivate in Italia dopo un viaggio difficile e tortuoso che termina con un enorme ostacolo: la burocrazia italiana. Questi ragazzi in attesa di documentazione, ad esempio per un asilo politico, erano costretti a un assenteismo enorme per poter sbrigare tutte le pratiche previste. «Ci siamo rivolti a uno studio legale con una persona che si occupa solo di pratiche di questo tipo. Abbiamo aperto uno “sportello” in azienda e questa figura viene direttamente lì per ricevere ognuno dei ragazzi e seguire il suo percorso, un solo professionista si occupa dell’intero iter per tutta la nostra forza lavoro e così abbiamo ottenuto un efficientamento notevole, sia per i dipendenti, che vengono aiutati nello svolgere le loro pratiche, sia per l’azienda che vede salvaguardate le esigenze di continuità produttiva».

@LorenzoCevaValla

E infine un esempio tra i più concreti e apprezzati quando si parla di riconoscere il valore della forza lavoro. «Essendoci un grande coinvolgimento da parte di tutta la forza lavoro, io so che tutti gli occhi dei miei dipendenti guardano l’azienda come la guarderei io e so che posso assentarmi serenamente. Ma questo loro coinvolgimento va tradotto anche in maniera concreta. Il feedback positivo al lavoratore è bello, ma se accompagnato a un bonifico è anche più gratificante e concreto. Quindi l’utile a fine esercizio è diviso in tre parti: il primo terzo è investito in progetti di crescita, il secondo terzo va alla proprietà, la terza parte è distribuita alla forza lavoro. I lavoratori sono coinvolti concretamente in qualcosa che sentono loro e ricevono i frutti del loro lavoro».

Dunque Francesco Trava è un benefattore? Questo mondo è troppo bello per essere vero? «No, non credo. Secondo me la ragione sta nell’origine. Mio babbo era un grande artigiano, con un’azienda piccola ma indebitata e senza possibilità di crescita. Lavorava per lavorare, ma senza occuparsi degli aspetti organizzativi e dell’efficientamento della struttura. La mia idea invece è stata di affidarmi ai professionisti giusti (anche perché venivo da altri studi) e costituire fin da subito una società che avesse determinati valori e parametri economici e finanziari, perché ci doveva permettere di perseguire le nostre idee. La prima sostenibilità è quella economica: se non ho la capacità di creare un sistema virtuoso, in grado di creare ricchezza al servizio della società produttiva, che è all’interno di una più ampia, che è quella civile, è difficile ottenere questo risultato. La sostenibilità finanziaria ed economica è l’unica strada per perseguire le proprie idee».

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter