Rinnovare il capitalismo Anfore e Rousseau

L’azienda trentina che vende contenitori alternativi per il vino (persino in Borgogna) nasce dalla mente di un filosofo pentito, che tiene insieme argilla, vino e nove culture, lingue e nazionalità diverse. In nome di un ideale di condivisione

Se fosse solo per la sua rivoluzione personale, la storia di Francesco Tava non sarebbe eccezionale, pur nella sua grande visione imprenditoriale. Ma è il mix tra genialità di idea e etica di intenti che la sua azienda diventa davvero un esempio, e dovrebbe essere studiata nelle scuole di formazione al nuovo capitalismo. Perché in questo capannone pieno di anfore e di più di settecento piante verdi, strutturato in modo che la naturale umidità creata dalle foglie renda l’ambiente perfetto per la lavorazione ma anche piacevole per chi ci lavora, danzano intorno ai grandi contenitori per il vino nove diverse culture, nove modi di vedere il mondo, di mangiare, di pregare, di parlare, in perfetta armonia.

E l’armonia è creata da una naturale predisposizione dovuta all’accoglienza: «Attenzione: spesso mi dicono che è buonismo, ma non lo è affatto. Tutte le mie scelte sono per l’azienda, per farla funzionare meglio». Questo è un progetto imprenditoriale, non un no profit che non deve portare utili o è finanziato pubblicamente. E tra argille e caolini locali, vecchie macchine di famiglia restaurate, questi artigiani – «Non sono operai» sottolinea Tava – realizzano ciascuno un dettaglio diverso, ognuno con la sua capacità e professionalità, ma tutti coinvolti in quello che fanno, capendo il significato di ogni gesto e partecipi del risultato finale. Talmente presi dal loro contributo da volersi autoprodurre gli utensili, inventando di fatto un modo migliore per lavorare, visto che uno standard, prima di questo esperimento, non c’era.

Eppure questo giovane imprenditore trentino non nasce con un master alla Bocconi, o con una particolare predisposizione all’argilla: ha studiato filosofia, e dopo la laurea «avevo un orizzonte temporale massimo di ventiquattro ore». Ma una certezza: non tornare nella piccola Mori per lavorare nell’azienda di famiglia, che produceva stube e oggetti di ceramica. Poi la malattia del padre decide per lui, e dopo tanto peregrinare come cameriere in giro per il mondo la strada verso Mori è segnata.
La sua formazione e la sua indipendenza, però, lo portano a ripensare completamente l’attività di famiglia, complice anche una serata ad alto tasso alcolico con alcuni dei più importanti produttori di vino della zona, alla ricerca di anfore dove vinificare e affinare i loro vini. Dieci anni fa questa pratica di derivazione ancestrale che sta vivendo una nuova età dell’oro era agli inizi, nel nostro Paese: lo spazio imprenditoriale era davvero ampio, e il mercato era da costruire. Francesco dopo quella serata non riesce a pensare ad altro, inizia a sperimentare e a cercare di modificare l’attività di famiglia. Nel 2015 apre il primo capannone e inizia a lavorare con qualche enologo che gli fa capire che cosa serve davvero perché questi contenitori diventino performanti e richiesti.

Con questa filosofia, Tava non ha mai avuto problemi di personale, come ci spiega: «I ragazzi quando sanno che serve una nuova persona chiamano i loro amici, e diventano i tutor dei nuovi assunti. Per due o tre settimane non devono più occuparsi del loro compito specifico ma affiancano la persone da inserire e le spiegano processi, sistemi, tecniche e dinamiche. Poi abbiamo introdotto dei corsi di lingua per efficientare la collaborazione e abbiamo un interprete e un legale per espletare le pratiche burocratiche necessarie. Lui è italo-ganese, è vissuto in Gambia fino a tredici anni e oggi è consulente per la Provincia, ci aiuta molto e riusciamo anche a gestire i ricongiungimenti familiari. Poi abbiamo un piano ferie che permette loro di tornare nel Paese di origine, cerchiamo di fargli fare la patente, la cosa che mi fa più piacere è sapere che fanno il fine settimana in giro, che vivono il territorio».

Sembra fantascienza, potremmo credere di essere davanti a un santo, ma non è così: «Mi dicono che sono pazzo: ma invece così facendo miglioro l’efficenza aziendale, non costringo i ragazzi a lunghe trafile inutili e a perdere giorni di lavoro per stare a uno sportello senza sapere cosa fare».

Risultato: 95 per cento di assunzioni a tempo indeterminato, 35 occupati e tasso di felicità altissimo, perché chi ci lavora «sa dove va a finire quell’anfora e l’importanza che avrà nel produrre grandi vini nel mondo».
Nessun intento buonista nel progetto di Tava: «Questa è un’azienda nata con scopo di lucro, fondata su valori economici. Nasce sulle ceneri dell’attività di mio padre, ma fin dall’inizio per me è stato fondamentale sapere che cosa ne avrei ricavato. Il significato profondo del lavoro che portiamo avanti è di condividere i risultati. Lo facciamo con la divisione in terzi degli utili: un terzo viene rimesso in azienda, per farla crescere e sostenere i tanti progetti, come il biotopo del lago per la raccolta dell’acqua, che richiede continui investimenti. Un terzo rimane alla proprietà «che non disdegna vivere bene» scherza, e un terzo viene suddiviso tra tutti i lavoratori, perché «Se Tava va bene, va bene per tutti». Per rafforzare l’idea, stanno lavorando per inserire questa pratica a statuto, così che non sia una decisione del board, ma una caratteristica della società.
E quando già pensiamo di essere sull’isola che non c’è, Francesco aggiunge un tassello: «Vorremmo introdurre la settimana lavorativa di quattro giorni, quest’anno non ce la faremo ma punto sul prossimo per riuscirci». E alla nostra espressione interrogativa, risponde con semplicità: «Se ci fidiamo l’uno degli altri, funziona. Ed è una cosa che ti cambia la vita, un gesto concreto. Come tutte le altre scelte, non è buonismo, è razionalità: garantisce molta vita a me, e fa star bene tutti. Perché no?».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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