L’alternativa di governoLa lezione francese sul fronte popolare e la subalternità alla destra

A Parigi è impossibile mettere insieme massimalisti e Glucksmann, ed è giusto così. Il solito riflesso frontista non paga, serve una prospettiva nuova. Vale anche per l’Italia

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Sta accadendo in Francia quello che è accaduto tante volte in Italia: la sinistra (larga) si divide e apre la strada alla vittoria della destra, in questo caso estrema destra. La fine è nota. Nei sistemi uninominali, come è il doppio turno francese, prevale chi si unisce, soccombe chi si divide. Il disastro della democrazia francese si sta disegnando perché tra meno di un mese può vincere Marine Le Pen, non Charles De Gaulle o Jacques Chirac. Furono bravi nell’eroico 1936, la breve ma intensa stagione del Front populaire, si misero insieme e sconfissero l’odiosa destra della III Repubblica. Invece ora a Parigi va in scena il copione peggiore: i massimalisti odiano i riformisti (socialisti e macroniani) e viceversa.

Adoperiamo le vecchie categorie novecentesche perché sempre lì siamo: come nel 1921-22 quando i socialisti di Giacinto Menotti Serrati insieme ai neonati comunisti di Amedeo Bordiga si scagliavano contro Filippo Turati, e non parliamo dei giolittiani, non vedendo arrivare, si direbbe oggi, un tale che si chiamava Benito Mussolini.

Nell’estate del ’22, durante le trattative per un nuovo governo, Palmiro Togliatti scriveva che «il tiranno» contro cui si dovrà insorgere «ha un triplice nome: Turati, don Sturzo e Mussolini». Pochi mesi dopo ci sarebbe stata la marcia su Roma e quel che ne seguì.

Ma evidentemente ai massimalisti di un secolo dopo la storia non ha insegnato niente. Ed ecco Jean-Luc Mélenchon alzare il suo peraltro ammaccato ponte levatoio davanti a una possibile intesa con i nuovi socialisti di Raphäel Glucksmann, che per parte sua giustamente ha posto come prima condizione per un accordo il sostegno alla Resistenza ucraina. Figurarsi se gli ultimi comunisti possono accettarlo!

Il dramma francese sta anche nel fatto che il campo socialista in questi anni è stato bombardato dalla politica tecnocratica-liberale di Emmanuel Macron, due volte premiata dai francesi ma oggi indebolita da opposizioni popolari, appunto, di sinistra e di destra. Il risultato di tutto questo è che, a guardare le prime mosse della campagna elettorale più veloce della storia della V Repubblica, la destra cerca di unirsi – anche se ieri sembra sia saltata (per finta?) l’intesa tra Le Pen e il partito antisemita di Eric Zemmour – e i suoi oppositori si spaccano. Lo abbiamo visto alle elezioni italiane del 2022. La destra francese sente l’odore del sangue e il profumo del potere, due cose che attraggono i calabroni in cerca di miele, approfittando della logica settaria del massimalismo che sta per consegnare a madame Le Pen e al giovane Jordan Bardella le chiavi di Francia.

Da noi, dove pure circola un’aria “frontista” bella tosta alimentata da opinionisti, fumettisti, cantanti, estremisti vari, un’aria che penetra anche dalle finestre del Nazareno di lotta più che di governo, bisognerà evitare posture mélenchoniane e vacui estremismi perché in Italia serve un’alternativa di governo, non un Fronte popolare. E bisognerà recuperare, tra quei riformisti usciti malconci dalle Europee, un minimo di lucidità per fare i conti con la realtà più che regolare i conti tra di loro. Ieri Matteo Renzi ha fatto un passo che potrebbe preludere a ulteriori decisioni: «Non può essere nessuno di noi a gestire questo passaggio. Con uno slogan: terzo polo con un terzo nome alla guida». Per uno che ha preso duecentosettemila preferenze personali è un gesto importante e non da tutti, e vedremo se davvero servirà ad aprire una fase nuova in quell’area, magari sotto la guida di “un terzo nome”. Intanto, a giudicare da un tweet di ieri mattina, pare sia pronto a candidarsi il deputato ed economista Luigi Marattin, una mossa che non è piaciuta affatto alla cerchia renziana, subito mobilitata con i tweet della senatrice Lella Paita e della deputata Maria Chiara Gadda. In ogni caso, è il primo sasso nello stagno e non sarà certo l’ultimo.

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