La difesa dei picchiatoriMeloni ha gettato la maschera, senza doverla neanche indossare

La premier non si è scusata per l’aggressione in Parlamento contro il deputato Leonardo Donno e se l’è presa addirittura con gli avversari per le loro «provocazioni». È un ulteriore dimostrazione che Fratelli d’Italia non è e non ha alcuna intenzione di diventare nulla di diverso dai suoi presenti e futuri alleati dell’estrema destra europea, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

(Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Le parole con cui sabato, dalla conferenza stampa del G7, Giorgia Meloni ha commentato l’aggressione di un deputato dell’opposizione da parte di numerosi esponenti della maggioranza e del suo stesso partito, nel bel mezzo dell’aula, avrebbero meritato maggiore attenzione. Si tratta di quarantacinque secondi che vi invito ad ascoltare per intero (qui il video). Per chi se li fosse persi o avesse letto solo le sintesi dei giornali, cominciano così: «Io trovo molto grave che ci siano esponenti della maggioranza che cadono nelle provocazioni. Prevedo che le provocazioni aumenteranno. Penso che i cittadini italiani si debbano interrogare su quale sia l’amore che hanno per la loro nazione esponenti politici che cercano di provocare per ottenere un risultato come quello che hanno ottenuto dileggiando membri del governo, cercando di occupare i banchi del governo, proprio mentre gli occhi del mondo sono puntati su di noi».

Come si vede, Meloni non solo non si sogna neanche lontanamente di scusarsi, e nemmeno di criticare i parlamentari che hanno fisicamente aggredito un rappresentante dell’opposizione, ma se la prende addirittura con gli avversari, cioè anzitutto con l’aggredito, per le loro «provocazioni». Certo, non ha domandato quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito e non ha aggiunto che assume lei sola la responsabilità politica, morale, storica, di tutto quanto è avvenuto – come fece uno dei primi manager da lei nominati alla guida di una società pubblica, citando Mussolini, in un’email al cda che gli costò il posto – ma è comunque un modo molto efficace di celebrare i cento anni dall’omicidio Matteotti. Direi anche filologicamente impeccabile. Non meno grave è però il fatto che, per malafede o per colpevole sciatteria, fior di giornalisti continuino a definire «rissa» quella che è stata un’aggressione in dieci contro uno.

Basta guardare il video per verificare come nel modo in cui il deputato Leonardo Donno si avvicina al ministro Roberto Calderoli stendendo un tricolore non vi sia nulla di minaccioso. Tra l’altro, Donno è immediatamente bloccato dai commessi. Gli esponenti di Lega e Fratelli d’Italia che lo aggrediscono non intervengono dunque per fermarlo – perché quando arrivano il deputato del Movimento 5 stelle è stato già fermato – ma per picchiarlo. Dover ripetere queste banalità è piuttosto penoso, ma il dibattito orwelliano attorno alla «rissa» e l’indifferenza dinanzi alle parole della presidente del Consiglio lo rendono obbligatorio. E costringono a fare i conti anche con alcuni errori di valutazione purtroppo molto diffusi.

In pochi infatti sembrano avere capito che Fratelli d’Italia non è l’erede di Alleanza nazionale e della svolta di Fiuggi, ma del Movimento sociale. Sarei tentato di dire, facendo un parallelo con le vicende della sinistra, che non è l’equivalente del Pds, ma di Rifondazione. Sarebbe però un errore anche questo. Dai manifesti contro «l’usuraio» Soros di qualche anno fa ai francobolli celebrativi dedicati agli squadristi oggi, dai nostalgici nominati a frotte nelle società pubbliche fino ai legami mai recisi con ambienti, simboli e personaggi legati al terrorismo nero che rispuntano di continuo, tutto, ma proprio tutto, dimostra che il parallelo con l’evoluzione della sinistra post-comunista è completamente infondato e pericolosamente fuorviante. Al contrario, il paragone dimostra semmai, ex post, quanto fossero diversi i partiti di provenienza. E non solo perché, sin dalle origini, gli uni stavano con il regime e l’occupante nazista, gli altri con la resistenza e i liberatori. Ma anche per il rapporto ben diverso che ebbero con i rispettivi estremisti dalla Liberazione in poi, e specialmente negli anni settanta.

La differenza delle radici è dimostrata dai frutti: anche nel momento della svolta a sinistra, o della deriva populista (peraltro cominciata già qualche tempo fa), il Partito democratico di Elly Schlein rimane, dal punto di vista dell’affidabilità costituzionale, un partito paragonabile in tutto e per tutto all’ala sinistra di qualunque partito democratico o socialdemocratico occidentale. Il partito di Meloni, al contrario, non è e non ha alcuna intenzione di diventare nulla di diverso dai suoi presenti e futuri alleati dell’estrema destra europea, a cominciare dai fautori della «democrazia illiberale» ungheresi e polacchi, che solo una stampa pronta a negare il significato stesso delle parole può accostare alla «destra liberale» di qualsiasi paese occidentale.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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