Mosca non può restare impunitaLa disperazione delle famiglie degli ucraini finiti nelle mani dei russi

Al fronte le regole della guerra sono saltate. Molti dei civili che prima svolgevano vite ordinarie sono diventati poi i difensori dell’acciaieria Azovstal e di altri teatri di guerra: di tanti non si hanno notizie da tempo

AP/LaPresse

Nei conflitti armati c’è una netta distinzione tra civili e militari, secondo il diritto internazionale umanitario. Mentre i civili non possono essere in alcun modo obiettivi da parte dell’esercito nemico, i combattenti possono essere attaccati fino alla resa e, se prigionieri, hanno diritto di essere protetti, con accesso a cibo, medicinali e beni di prima necessità. Ogni violazione di tali diritti è considerata crimine di guerra.

Se il conflitto in questione, però, è una guerra di aggressione come quella russa contro l’Ucraina, dove persone che fino all’invasione conducevano una vita pacifica, studiavano, lavoravano, facevano volontariato, hanno scelto di combattere solo per difendere il loro Paese e le loro vite, quella differenza tra civili e militari non riusciamo più a vederla. Ecco perché oggi, in Ucraina, riconoscere e perseguire solo i crimini di guerra e contro l’umanità, lasciando impunita l’aggressione, madre di tutti i crimini, significa non aver compreso la natura di questa guerra e delle sue atrocità.

Quando il 20 maggio 2022 le forze russe hanno preso Mariupol, con l’uccisione di migliaia di civili, duemilacinqucento militari ucraini sono finiti in cattività russa. Alcuni di loro sono morti, altri sono stati liberati, molti restano tuttora imprigionati.

Tra i coraggiosi difensori dell’Azovstal, l’acciaieria di Mariupol diventata simbolo della resistenza, ci sono coloro le cui speranze di riabbracciare i loro cari sono quasi svanite. Sono i centouno prigionieri già condannati dai tribunali russi e per questo esclusi dalla Russia dal processo di scambio dei prigionieri di guerra. Sono quasi tutti nati tra gli anni Novanta e i Duemila, il più giovane è Vladyslav Plakhotnik, ha soli diciannove anni ed è stato condannato dal tribunale di Rostov-on-Don a diciott’anni di reclusione per aver difeso eroicamente la sua Ucraina.

I familiari di questi prigionieri di guerra non ricevono né lettere né telefonate e spesso non sanno neanche dove si trovino. La Croce Rossa e le organizzazioni internazionali non hanno accesso ad alcuna informazione.

Tetyana Vyshniak è una giovane madre che non vede suo figlio Artem, di ventiquattro anni, da dicembre 2021. Ha sentito la sua voce per l’ultima volta a maggio 2022, quando ha saputo che stava lasciando l’acciaieria Azovstal gravemente ferito a un braccio. Solo lo scorso marzo ha appreso da un canale televisivo russo che Artem è stato processato e condannato a ventidue anni di carcere da scontare nella città di Makiivka, nel territorio ucraino occupato. Prima dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, Tetyana lavorava come responsabile delle vendite. Ora dice di vivere esclusivamente per salvare la vita a suo figlio e per liberarlo dai russi.

Tamara Koryagina, ventitré anni, racconta della sua vita prima dell’invasione russa come fosse quella di un’altra persona. Il dolore e la sofferenza che ha visto e che ha provato in questi ultimi anni l’hanno devastata. Tamara si trovava nel teatro di Mariupol, diventato poi rifugio di civili, quando è stato bombardato. Ricorda perfettamente l’esplosione che l’ha resa sorda per tre giorni, così come l’immagine di quell’uomo insanguinato che le è morto davanti e che non è riuscita a salvare. «Dobbiamo tenere duro», è la frase che pronuncia quando parla di suo marito, Serhhii Mykhaylenko, ventisei anni, condannato all’ergastolo. Di lui sa solo che si trova in Siberia, nella colonia “Severnyj Volk” dove era stato detenuto anche Alexei Navalny. Recentemente ha appreso dai media che in quello che chiamano “ricevimento”, le pratiche che si svolgono all’arrivo di un nuovo prigioniero, ha subito violenze tali che gli hanno procurato una commozione cerebrale, una frattura alle costole, contusioni e attacchi di panico. Tamara ha la voce di chi non spera più. Quando ha visto suo marito in un video trasmesso dalla televisione russa, non l’ha quasi riconosciuto perché il suo sguardo era completamente vuoto.

Tetyana e Tamara, insieme ad altri familiari dei difensori dell’Azovstal che sono stati condannati dalla Russia, si sono rivolti al Papa nel corso dell’udienza del 26 giugno, per ritrovare un ultimo barlume di speranza, quello che la giustizia internazionale non riesce (ancora) a dare.

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