Fortezza inclusivaL’Unione europea ha il dovere di aiutare la popolazione ucraina a sopravvivere

In missione diplomatica a Kyjiv, la presidente di Volt Francesca Romana D’Antuono ha vissuto la nuova normalità dei suoi abitanti, che hanno imparato a vivere negli intervalli tra gli allarmi antimissile, e ha individuato le linee secondo cui deve agire Bruxelles per garantire la sicurezza del continente

AP/LaPresse

Siamo arrivati a Kyjiv dopo diciotto ore di treno da Varsavia. È mattina, l’aria è frizzante e c’è un bel sole. I miei compagni e le mie compagne di viaggio sono altri membri di Volt Europa, il partito politico paneuropeo di cui sono presidente dal 2021. La maggioranza di loro è candidata alle prossime elezioni europee, che si terranno a giugno, in diversi Paesi Ue. Se saranno eletti, andranno a nutrire le fila dei progressisti, cioè la componente minoritaria del prossimo Parlamento Europeo che, secondo i sondaggi, sarà dominato dai conservatori ed estreme destre.

Stando all’Eurobarometro primaverile, la difesa e la sicurezza sono diventati il terzo argomento più importante per cittadini e cittadine, confusi e intimoriti da ripetuti sconvolgimenti internazionali e dalle faglie sociali amplificate da questi stessi conflitti. È per questo che siamo venuti a Kyjiv: per assicurarci che la guerra in Ucraina sia rappresenta in Europa come la lotta di una società che crede nei diritti umani e nell’autodeterminazione dei popoli contro le derive autoritarie. E perché non venga dimenticata o messa in disparte con l’emergere di forze politiche sempre più a destra, sovraniste e focalizzate su un’Europa-fortezza che esclude anziché accogliere.

Il tragitto dalla stazione ci mostra una città inaspettatamente vivace. Una sensazione che si scontra con le sirene d’allarme che entrano in funzione appena arrivati a destinazione, e che ci costringe a dirigerci verso un rifugio sotterraneo, uno stanzone in cui ci fanno attendere finché l’allarme non smette di suonare.

Questo contrasto sarà il leitmotiv della missione: la consapevolezza di essere in un Paese che affronta una guerra in via di peggioramento, ma in una città dove gli abitanti hanno creato una nuova forma di normalità. Si va al lavoro, si portano a spasso i cani, si beve in compagnia la sera dopo essere stati a ristorante. Questa normalità, costruita faticosamente e continuamente a rischio, è la testimonianza più importante di un desiderio di vivere che è più forte perfino delle bombe e dei droni.

La nostra visita – organizzata dall’ufficio di Damian Boeselager, parlamentare europeo eletto da Volt nel 2019 e candidato di nuovo a giugno – non ha lasciato però spazio ad attività che non fossero incontri con importanti attori locali: da Natalie Pauwels, che ha negoziato gli aiuti finanziari all’Ucraina dal lato Commissione europea, a Natalia Shapoval, presidente della Scuola Economica di Kyjiv, e a Daria Keleniuk, direttrice esecutiva del Centro nazionale anticorruzione.

La fotografia che ci è stata restituita è quella di un Paese completamente proiettato al futuro, che si immagina europeo, democratico e in pace. L’incontro con i parlamentari Dmytro Nataluka  e Lisea Vasylenko nel palazzo del Parlamento è stato un momento di discussione tecnica ma allo stesso tempo altamente emotiva, e ha portato con sé il racconto dei primi giorni di guerra, di come i parlamentari ucraini del partito filorusso hanno reagito all’invasione (alcuni scappando, altri ammettendo di essere stati dalla parte sbagliata e mettendosi a fianco dei propri colleghi), della sensazione surreale di essere trasportati in un’altra abitazione con la propria famiglia senza poter fare le valigie perché si appare sulla lista degli obiettivi dell’esercito russo.

In risposta a questi spunti e a partire dalle competenze dei nostri esperti, abbiamo delineato cinque azioni principali che l’Unione europea e l’Ucraina dovrebbero condurre per garantire una difesa efficace di Kyijv. La prima è il delineamento di una strategia a lungo termine per aiutare l’Ucraina a vincere la guerra, e in cui l’Ue si deve assumere la responsabilità della propria sicurezza, e in cui deve parlare con una sola voce all’interno della Nato, istituendo non solo una commissione di Difesa – come stanno proponendo Ursula von der Leyen e Emmanuel Macron – ma un vero e proprio ministero della Difesa con un budget ben definito, e mirando a uniformare gli eserciti fino a creare un’unica forza europea.

Gli Stati membri, poi, devono incrementare le consegne di armi strategiche e gli acquisti congiunti, senza limitazioni autoimposte. Fino a che l’esercito russo sarà in grado di avanzare non potranno esserci accordi di pace. L’Ucraina ha bisogno immediatamente di difendersi, e dunque di scorte significative di munizioni di artiglieria e di almeno altri dieci sistemi di difesa aerea Patriot o equivalenti.

Ancora, le sanzioni comminate devono essere più efficaci, dal momento che, mentre il popolo russo viene imbevuto di propaganda e tantissime persone vivono in povertà, il governo di Vladimir Putin elude le sanzioni sul petrolio utilizzando petroliere inquinanti e prive di licenza per l’asportazione. Per quanto poco efficaci, le sanzioni attuali stanno comunque funzionando, come segnalano le perdite colossali di Gazprom nel 2023, e dobbiamo quindi evitare che, con la complicità degli stessi Paesi che hanno imposto tali sanzioni, terzi vendano il petrolio russo continuando ad alimentare la macchina da guerra del Cremlino. È necessario stabilire nuove sanzioni più efficaci, in particolare per i metalli, il Gas naturale liquido (Gnl) e l’uranio.

L’Unione europea dispone inoltre di trecento miliardi di euro di asset russi congelati che dovrebbero essere impiegati per finanziare la difesa e la ricostruzione dell’Ucraina, oltre che essere usati come garanzia per emettere obbligazioni di guerra dell’Ue. E l’Europa, infine, dovrebbe sostenere la società civile ucraina per implementare riforme governative che abbiano un impatto tanto a livello istituzionale quanto nella quotidianità della popolazione. Vogliamo che l’Ucraina diventi uno Stato membro dell’Ue entro il 2030 e che partecipi all’Unione per fasi anche prima della formale adesione.

Il sole splendeva anche quando abbiamo lasciato Kyjiv, pronti alla lunga traversata che ci avrebbe riportati in luoghi di pace, dove non scattano allarmi aerei e non dobbiamo chiederci se la nostra casa, il nostro lavoro, la nostra città esisteranno il prossimo anno. In stazione questa consapevolezza è diventata più forte, mentre passeggiavano per cercare il nostro posto tra famiglie che si salutavano, innamorati con gli occhi pieni di lacrime, bambini appoggiati ai finestrini del treno con le mani e con la faccia per salutare senza parlare. Fino all’ultimo momento possibile: «Ciao, arrivederci, a presto, mi mancherete». È tempo di agire con coraggio e convinzione. Il futuro pacifico, libero, democratico ed europeo dell’Ucraina è il futuro di tutti noi in Europa.

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