Chiamata alle armiC’è ancora spazio per un Terzo Polo, ma a guidarlo non possono essere sempre gli stessi

Gli infiniti litigi tra i leader dell’area libdem hanno rafforzato il bipolarismo italiano. Eppure in futuro ci sarà spazio per una forza politica riformista, a patto che non abbia la stessa miopia di sempre

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A volte capita che i fenomeni sociali, e quindi anche quelli politici, possano essere spiegati e conseguentemente previsti con l’accuratezza del metodo scientifico, al pari dei fenomeni naturali. E a quanto pare chi prevedeva, dopo la rottura del Terzo Polo, il fallimento del progetto centrista – la cui genitura ancora oggi, e malgrado il deludente risultato, continua a essere contesa tra i vari leader d’area – ha visto dimostrata la propria tesi per la quale l’unico modo di contrastare il bipolpulismo e la sua polarizzazione tra destra e sinistra, occorreva dare vita e forza a una proposta politica riformista. Dare vita, quindi, a un terzo polo compatto, credibile, superando a ogni costo frammentazioni e ambiguità.

Lo ha fatto ben notare la presidente “Giorgia”, ormai la chiamiamo tutti così, con una dichiarazione lapalissiana, dicendo: «Il sistema sta diventando di nuovo bipolare, è una buona notizia, ci sono visioni che si contrappongono e su cui si chiede ai cittadini da che parte stanno. Oggi ci hanno detto che stanno dalla nostra parte».

Questo è ciò che i cittadini, andati a votare l’8 e il 9 giugno, avrebbero detto, o meglio hanno detto. Quello che però nessuno riferisce apertamente, e probabilmente dovrebbero farlo i leader che a loro volta si erano candidati a rappresentali, è cosa hanno invece detto quegli elettori esuli di un’offerta politica riformista, liberale, europeista, che faccia capo a un progetto credibile e, come qualcuno dei più noti definirebbe, «serio», dunque che abbia come fine ultimo un posizionamento utile a governare in nome dei valori e degli obiettivi che lo ispirano.

Questo elettorato, quello a cui cercano di parlare i vari capitani di cordata dell’area centrista, ha implicitamente detto che l’offerta del polo a pezzi non era sufficientemente credibile, o forse semplicemente che era incomprensibile, e infatti non ci hanno creduto. E purtroppo non sono bastati né candidati famosi o pluricompetenti, né programmi elettorali ben articolati e ancor meglio comunicati per sostenere e spiegare certe scelte tattiche. Perché anche in un mondo dove la complessità è per pochi, l’incomprensibilità e l’ottusità – di quelle scelte – non diventano accettabili, soprattutto per un elettorato abituato a compiere scelte con i lumi della regione e non con gli umori della pancia.

Non c’è una motivazione tra quelle addotte, per quanto ben congegnata e articolata, che possa spiegare perché forze politiche che sostengono le medesime idee, che hanno la stessa matrice ideologica e la stessa visione politica, e che di fatto si rivolgono allo stesso elettorato, non abbiano deciso di procedere insieme – riconoscendo questa come una priorità imprescindibile – per creare quell’alternativa di cui questa Europa, oltre che il nostro Paese, ha più che mai bisogno. Ergo l’unica ragione che appare verosimilmente plausibile, e quindi comprensibile, agli occhi del buon senso comune è l’egoismo politico dei leader, non ce ne sono altre.

Se l’incomprensibile non può essere ragionevolmente giustificato, ma solo potenzialmente superato, ciò che risulta invece inaccettabile è l’epilogo di questa deludente storia, che come in un loop ripercorre il suo prologo, laddove si difendono a oltranza tanto le scelte operate quanto le motivazioni addotte da ciascuno a sostenere la negligenza di aver lasciato nuovamente il campo ai due poli opposti, ma ugualmente populisti.

Se la lezione non ha insegnato, se chi dirige non ha compreso l’errore compiuto, ma addirittura lo rivendica, allora appare oggettivamente difficile immaginare un’evoluzione o addirittura una crescita dell’area politica che da anni i soliti leader – Emma Bonino, Carlo Calenda e Matteo Renzi – cercano di creare. D’altronde, almeno nell’immediato futuro, non sembra neanche semplice immaginare per questi partiti – detti per l’appunto “del leader” – un cambio della guardia che sia decisivo e che non rischi di svuotarli, facendoli lentamente estinguere al venir meno della guida carismatica del loro fondatore, soprattutto in presenza di una struttura organizzativa non ancora ben radicata territorialmente e di una democrazia interna non ancora matura da rendere sostenibile un ricambio naturale del vertice.

Vista comunque la loro, ancorché acerba, diffusione locale, sia Azione – che come si legge a chiare lettere nell’ultimo simbolo elettorale, è ancora «con Carlo Calenda» –, sia più Europa – che invece ha superato, almeno ufficialmente, questa titolarità possessiva con un passo di lato della propria leader, seppur con investiture comunque da lei indirettamente benedette – potrebbero tentare uno slancio evolutivo verso una forma partito più democraticamente diffusa, che possa ispirare il rilancio di un percorso costituente di convergenza delle forze centriste più dalla base.

Ciò premesso, la nascita di un polo unico nell’area Libdem non può chiaramente prescindere dal coinvolgimento di Italia Viva, che a differenza dei partiti di Calenda e Bonino, pur non avendo mai evocato nel proprio simbolo il nome di Renzi, dei tre, fino a oggi, è stato forse quello in cui la coincidenza tra partito e leader è apparsa più marcata e rigida rispetto alla possibilità di un’evoluzione verso una gestione contendibile che muovesse dalla base. Eppure, il dato di novità è che nonostante il più forte piglio carismatico di Renzi, nelle dichiarazioni post voto sia stato l’unico ad aver commentato la dipartita rilanciando: «Terzo Polo con Terzo Nome. O una roba simile. Ma non si può ripartire dalle stesse persone», annunciando «in autunno un congresso libero, aperto, contendibile, dal basso».

Ad ogni modo, al di là delle diverse dichiarazioni d’intenti, le sorti di quest’area politica – così determinanti per una più evoluta dinamica democratica nel nostro Paese – non sembrano essere per ora in buone mani, o per lo meno nelle mani giuste. Allora a chi affidarle affinché nella polarizzazione tra populismi di destra e di sinistra si concretizzi stabilmente un Terzo Polo riformista credibile, che possa realisticamente essere alternativa, tanto al governo della destra guidata da “Giorgia”, quanto alla rinnovata compagine di sinistra a guida Elly Schlein?

Probabilmente, ancora una volta saranno gli intellettuali, i giornalisti, gli economisti, i cosiddetti “tecnici” del mondo liberale, a rilanciare l’ennesima chiamata alle armi dei riformisti tutti, ma questa volta sarà essenziale che a rispondere con decisione siano le seconde, o anche le terze linee, dei tre pezzi di polo, persone che pur riconoscendosi nei valori di questi partiti e nel progetto politico che incarnano, non siano state assertivamente complici della perdurante miopia autoreferenziale dei leader di lungo corso, pur di non perdere le proprie particolari rendite di posizione all’interno del cerchio magico di cui quei leader si sono circondati per garantirsi.

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