Il traffico nelle nostre mutandeTina Brown, e la tragedia delle ragazze di questo secolo

Una come lei non ci sarà mai più. Non so se per scarsa proprietà di linguaggio o per la moderna convinzione che aver copulato sia un’accusa infamante

Pexels

«Tutto quel che Kingsley disse di me fu: belle tette». L’ha detto con un certo divertimento Tina Brown, lunedì, a una cerimonia in memoria di Martin Amis, raccontando di quando erano fidanzati e Amis la portò a conoscere il padre. Ed è, come sempre, un problema di uovo e gallina.

Diventi Tina Brown – una delle figure più importanti dell’ultimo mezzo secolo di giornalismo – perché sei abbastanza sicura di te da trovare divertente che un grande intellettuale col cui figlio vai a letto faccia un commento sulle tue tette?

O non frignare perché, santo cielo, quel maschio tossico patriarcale m’ha commentato le tette, come si permette, non lo sa che buoni voti avevo all’università, è una prova di carattere alla portata solo di quelle che non hanno più niente da dimostrare, che sono cioè Tina Brown?

Mentre la più brava rievocava il più bravo, e le sue insicurezze e il suo timore delle stroncature all’uscita del suo esordio, ventiquattrenne, noi eravamo impegnati col gravissimo scandalo d’una cafonata scritta su una scheda elettorale, che seguiva il gravissimo scandalo d’una lista affissa in un liceo.

Al liceo Visconti di Roma (cioè: in un liceo nel quale vanno i figli dei giornalisti, che è la premessa per cui qualunque puttanata succeda tra liceali venga trattata con dignità di notizia) la settimana scorsa i maschi hanno appeso la lista delle femmine con cui hanno fatto roba (o millantano di: noialtre adulte dovremmo sapere che l’autocertificazione in questi casi non è mai molto attendibile).

L’hanno probabilmente fatto per la ragione per cui un liceale racconta d’aver avuto accesso alle mutande d’una liceale: incredulità. In adolescenza è infatti ancora più spaventevole il divario che durerà tutta la vita, quello tra maschi che si scoperebbero anche le serrature delle porte ma vengono perlopiù respinti, e femmine che, se vogliono scopare, devono sì e no alzare mezzo sopracciglio per convocare il prestatore d’opera.

Le scuole miste sono in genere luoghi in cui gli unici due o tre ragazzini considerati potabili vengono presi e mollati dalle femmine. Tutti gli altri maschi si disperano negli angoli. Nei casi migliori hanno un talento in cui sfogare la frustrazione del loro essere disamati e diventano Cesare Cremonini, nei casi ordinari non si riprendono mai più e diventano l’adulto medio: uno con la perpetua frustrazione che al liceo non gliela dessero.

Fatto sta che, trascrivo le alate parole di Jennifer Guerra, «un gruppo di studenti ha affisso una lista di nomi di compagne, anche minorenni, con cui i ragazzi avrebbero avuto relazioni, comprese quelle sessuali». Accipicchia, anche minorenni. Accipicchia, comprese quelle sessuali. Minorenni che scopano, nientemeno, invece di scambiarsi opinioni sulla “Critica della ragion pura”.

Trascrivo dal TikTok di Studenti.it: «La creazione stessa di questa lista sottolinea una mentalità maschilista». Ah sì? A me pare che il principale maschilismo stia nell’insegnare alle proprie figlie che il portato di «Tizio dice che avete fatto roba» debba essere «Ora mi sotterro per la vergogna» e non «Embè?».

La perentoria ragazza sul social ci spiega che la lista «mostra come il patriarcato sia molto più radicato di quanto pensiamo», ciancia di «gravità anche solo concettuale» del compilare una lista nella quale «le ragazze vengono trattate come fossero trofei conquistati», e io continuo a non capire: certo che sono trofei, essere trofeo è un potere.

Siete adolescenti, siete la parte inutile della società: non sapete guadagnarvi da vivere, non sapete capire il mondo, non sapete sostenere una conversazione interessante. Siete nella più inutile delle età, epperò, se non siete maschi, avete almeno un potere sessuale: non vorrete dirmi che fareste a cambio col maschio che al massimo può vantarsi dell’audace impresa. Non vorrete dirmi che sia più patriarcale dire «Ho messo le mani nelle mutande a Tizia» che ritenere che questa frase costituisca una vergogna e un’umiliazione per Tizia.

Ci eravamo appena ripresi dal danno reputazionale all’imene delle liceali, quando è arrivata la scheda elettorale. Qualcuno posta una foto dello scrutinio. Nella casella Pd, l’elettore ha scritto: «Tromberei volentieri la scrutatrice con la maglia nera».

Io, che vedo sempre il dito e mai la luna, sono commossa. È la prima volta da tre giorni in cui vedo correttamente scritto «scrutatrice». In tutte le polemiche sugli scrutatori mal pagati che hanno abbandonato i seggi, i social pullulavano di gente alla quale le mie tasse hanno pagato la scuola dell’obbligo che scriveva convinta «scrutinatore» e «scrutinatrice».

Il mio preferito è l’utente autopercepito alfabetizzato che, nel pomeriggio di sabato, scrive «Non riescono più a trovare manco un cazzo di scrutinatore (non scrutatore cazzo, lo scrutatore scruta, lo scrutinatore scrutina)». «Lo scrutatore scruta», non fossi contraria alle magliettecollescritte, me lo farei stampare subito sulle tette.

Ora. Se si può arrivare all’età adulta, in un paese in cui ci sono continuamente elezioni, ignari che chi effettua lo scrutinio nei seggi elettorali si chiama «scrutatore», mi pare evidente che si possa anche arrivare al 2024 convinte, neanche si fosse la moglie del Gattopardo, che quella d’aver copulato, allorché femmine, sia un’accusa infamante.

E infatti la foto della scheda elettorale viene rilanciata con commenti – femminili – come «Le donne non avranno mai un posto dove non saranno sessualizzate, molestate, umiliate». Cioè tu sbavi sulla scheda il tuo ruolo di tizio non scopante cui non resta che desiderare da lontano, e quella umiliata sarei io. Tu desideri, e io devo vergognarmene. In confronto alle ragazze di questo secolo, mia nonna con l’altare di padre Pio in camera e il lutto mai tolto per cinquant’anni era emancipata.

Si può arrivare al 2024 col buco sulla camicia da notte e il rosario e il segno della croce «dopo ogni abbraccio», certo: ma almeno la moglie del Gattopardo non cianciava di voler combattere il patriarcato. Si può accomodarsi in un secolo che non sa cosa siano il potere femminile o anche solo l’emancipazione, certo che si può. E, se una Tina Brown tra le oggi ventenni o trentenni o liceali o tiktoker non ci sarà mai, io non so più se sia perché abbiamo un lessico così miserando da non contenere neanche «scrutatori», o se perché non sappiamo dire «embè» quando parlano del traffico nelle nostre mutande.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter