Pessimismo della ragionePer l’Ucraina il risultato delle europee in Italia è peggiore di quello in Francia e Germania

L’illusionismo politico post-liberale e post-occidentale e il voto populista hanno reso il nostro paese il più sensibile alle lusinghe putiniane e il meno disponibile a riconoscere nel regime del Cremlino le caratteristiche di un nemico esistenziale. I risultati delle recenti elezioni ne sono la conferma

LaPresse

Pur con tutto l’ottimismo della volontà del caso, il pessimismo della ragione suggerisce una lettura dei risultati elettorali in Italia molto meno rassicurante di quella circolata nelle ore successive allo scrutinio tra analisti e commentatori.

C’è da dubitare che il voto italiano sia davvero migliore di quello francese e tedesco e la cartina al tornasole della sua sostanziale somiglianza (o non sostanziale differenza) è costituita da ciò che rappresentava, rappresenta e rappresenterà nei prossimi mesi e (Biden aiutando) anni il cuore della politica e del destino europeo: l’Ucraina.

È vero che, prescindendo dalle vicende dell’ex Terzo Polo, a uscire sconfitti dalle urne sono stati in primo luogo Conte e Salvini, la coppia gialloverde di più scoperta militanza putiniana. Ma a sinistra i voti di Conte sono stati redistribuiti tra le altre forze del campo largo (che ora ha un nuovo campiere: Santoro) con un effetto fortemente inquinante all’interno del PD, che ha scelto una strategia di neutralizzazione del M5S per incorporamento. Il risultato è che a sinistra sull’Ucraina ora l’istanza pacifista è, se non unanime, molto più diffusa di quella euro-atlantista e che la garanzia del PD sul punto è venuta meno.

Allo stesso modo, a destra la posizione ufficiale «né con Putin, né con la Nato» – cioè la linea cosiddetta moderata imposta, per successivi scivolamenti, da Meloni, Tajani e Crosetto – esce rafforzata dal voto e benedetta dagli elettori. Non dovrebbe essere difficile capire quanto questa posizione sia difensiva non delle ragioni e dei diritti degli ucraini, ma della volontà e dell’interesse della destra italiana di sganciarsi dal carro euro-atlantico per trattare una sorta di pace separata con Mosca.

Dunque, tutti i pericoli che il successo della destra post-fascista in Francia e della destra post-nazista in Germania comportano sull’atteggiamento, che questi due Paesi matureranno verso la questione ucraina, in Italia non sono rischi, ma certezze.

C’è quindi da attendersi che nei prossimi mesi vedremo all’opera un’Italia politica vieppiù meritevole dei complimenti del Cremlino per la resistenza anti-russofobica e ancora più compromessa a Bruxelles con quella rete di fratellanza putiniana, che negli altri Paesi ha riferimenti importanti e anche imponenti, ma circoscritti e in Italia coinvolgerà invece gli eletti di tutte le famiglie politiche.

In questo volere essere amici dell’Ucraina senza volere apparire nemici della Russia, in questa unità nazionale dell’eclettismo e della ruffianeria strategica, c’è qualcosa di nuovo, ma anche di antico.

C’è di nuovo la prevalenza, a destra come a sinistra, del voto populista e dell’illusionismo politico post-liberale e post-occidentale che ha reso il nostro, ben prima del 24 febbraio 2022, il Paese più sensibile alle lusinghe putiniane e il meno disponibile a riconoscere nel regime del Cremlino le caratteristiche di un nemico esistenziale, non di un alleato funzionale, ancorché intemperante, alla tutela degli interessi nazionali.

C’è di vecchio la filosofia dell’ostpolitik farnesiniana, col suo cinismo levantino e il suo approccio affaristico; lo stesso che portava il teoricamente atlantista Giulio Andreotti a tifare, a Muro quasi caduto, per la tenuta della Cortina di ferro tra le due Germanie, pur di non dare troppi dispiaceri a Mosca.

Se quindi c’è qualche possibilità che l’azzardo di Macron sul voto anticipato a Parigi e la centralità della CDU a Parigi e a Bruxelles frenino il disimpegno franco-tedesco sull’Ucraina, il disimpegno italiano sarà ancora più sfrenato e politicamente condiviso.

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