Il trionfo postumo del CavL’Italia non ripudia la guerra, sta proprio ripudiando l’Ucraina

La destra ha ormai reso l’aggressione russa oggetto di una semplice mediazione internazionale utilitaristica, il cui risultato è un’equiparazione tra la capitolazione di Kyjiv e la vittoria

LaPresse

L’articolo 11 della Costituzione è diventato anche nella retorica italianista della destra di governo quel che da tempo era nelle prosopopee pacifiste della sinistra di opposizione: una sorta di comma 22 della responsabilità politica, per cui, essendo l’uso delle armi costituzionalmente bandito «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», sarebbe da considerarsi interdetto anche dove offenda la libertà di un paese aggressore e una controversia internazionale sfortunatamente discenda dalla mancata resa del paese aggredito.

Dunque, su questa base, l’Italia fornisce sì un po’ di armi (pochissime) alle forze di difesa ucraine, ma ritiene che, ad esempio, l’unico modo costituzionalmente corretto per utilizzarle, e intercettare e distruggere i missili e droni che fanno strage ogni giorno di civili in Ucraina, sia quello di provare a fermarli solo quando stanno sulle teste dei loro bersagli, nel cielo di Kharkiv o di Kyjiv, non sulle piattaforme di lancio appena al di là dal confine, in territorio russo.

Ai moderati, abituati a considerare Guido Crosetto quello con la testa sulle spalle nel gabinetto e nel partito di Giorgia Meloni, avrà fatto una qualche impressione lo scapocciamento social del ministro della Difesa, che si è innervosito quando un attivista della causa ucraina gli ha spiegato su X che un’interpretazione così stolidamente pacifista dell’articolo 11 della Costituzione non è giustificata, se nella sua vigenza l’Italia ha partecipato a decine di operazioni militari di «peace enforcing» (dove la pace va imposta con la coercizione militare a istituzioni legali riluttanti ad accettarla) e ha pure partecipato ai bombardamenti della Serbia nel 1999 (governo D’Alema I, vicepresidente Sergio Mattarella) per impedire che in Kosovo Slobodan Milosevic replicasse la macelleria bosniaca, e poi della Libia nel 2011 (governo Berlusconi IV, Ministro della Gioventù Giorgia Meloni) per dar corso a una risoluzione Onu e frenare la mattanza organizzata dal Colonnello Gheddafi.

Vale lo stesso discorso per il moderatissimo Tajani che nello stigmatizzare l’avventurismo di Usa, Regno Unito, Canada e Norvegia e di un bel gruppo di paesi Ue (Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica Ceca e Svezia – tutti i grandi, a parte Italia e Spagna) dice che «siamo fermi a difendere l’Ucraina, ma lo siamo anche nel difendere la pace», dove il senso è tutto in quell’avversativo dal sen fuggito: difendiamo l’Ucraina ma, e sottolineo ma, difendiamo anche la pace, che a quanto pare pure per il più euro-atlantico dei nostri ministri è cosa opposta al difendere l’Ucraina, e passa non dalla vittoria, ma dalla capitolazione di Kyjiv.

Lasciamo da parte scherani e famigli del Cremlino, lasciamo da parte Matteo Salvini, Claudio Borghi e tutta l’allegra brigata leghista, che hanno per il putinismo lo stesso sentimento di molti post-fascisti per il saluto romano – una passione inconfessabile, trattenuta a stento e destinata a riemergere nell’orgasmo della lotta – e lasciamo pure da parte l’opposizione a cui non pare vero di partecipare a questa unità nazionale pacifista del «la Russia non si tocca», da cui, stando alle cronache e non potendosi sindacare i pensieri non dichiarati, si sono dissociati solo Carlo Calenda ed Emma Bonino – e nessun altro tra i leader politici italiani.

Stiamo assistendo, a partiti unificati, al trionfo postumo di Silvio Berlusconi: l’Italia non ripudia la guerra, l’Italia ripudia proprio l’Ucraina, le ragioni di un’alleanza politica e di un’amicizia morale per la lotta di persone libere che vogliono rimanere libere e non vogliono finire oggetto di una mediazione internazionale affaristica, che sarebbe peraltro, per l’Europa, lo stesso pessimo affare di Monaco 1938.

Berlusconi, almeno, consumato dalla malattia e disinibito dall’età lo diceva sinceramente, e non l’affogava nelle stucchevoli tiritere del pacifismo rossobruno: questa guerra, per lui, era un equivoco scappato di mano per la sopravvalutazione di valori che appartengono al massimo al teatrino, ma non alla sostanza della politica, e per l’assenza di veri leader con uso di mondo, capaci di dividere e sacrificare territori, popoli e principi a un accordo di reciproca utilità tra i maggiorenti del sistema globale.

Berlusconi pensava davvero che gli Stati debbano regolare le proprie relazioni come le cosche mafiose negoziano le proprie paci e le proprie guerre, senza che le questioni di diritto e di libertà ingombrino il tavolo della trattativa e senza che nessuno degli uomini e delle donne che ricadono nell’ambito di applicazione del loro «contratto» possano essere considerati fini, di cui considerare individualmente l’umanità, non semplici mezzi di cui valutare cumulativamente il peso e l’utilità, che si tratti di vita o che si tratti di morte.

La destra di governo ha qualche difficoltà a inglobare questa strategia di ripiegamento sempre più orbaniana in una retorica parolaia ancora formalmente legata alla coalizione alleata. Le forze di opposizione, con le poche e piccole eccezioni segnalate, hanno pure meno difficoltà a riposizionarsi su questa linea così italianamente berlusconiana da potere sembrare accorta, intelligente e realistica perfino a sinistra.

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