Di piazza e di talk show«Contestare Netanyahu non è antisemitismo» e altre balle antisemite

Il guaio è che non c’è solo l’immenso esercito di quelli che amano tanto la democrazia israeliana: ci sono anche, purtroppo, infime e sparute minoranze secondo cui Israele è uno Stato colonialista che fa apartheid e pulizia etnica da settantacinque anni

(La Presse)

Lo ignora l’imbecille e fa mostra di ignorarlo il mascalzone: ma attribuire la guerra di Gaza alla responsabilità di Benjamin Netanyahu e della sua compagine governativa di fondamentalisti non solo offende la verità di un popolo in armi per la propria sopravvivenza, ma rappresenta inoltre l’ennesima pagina dell’inesausto romanzo antisemita con fascetta from the river to the sea.

Per quale motivo, infatti, se non per pregiudizio antisemita, ci si esercita nella ricognizione delle malefatte di Bibi? Perché è un trafficone? Lui, Netanyahu: non il medio autocrate arabo o asiatico che organizza il proprio potere e il proprio lusso nei Paesi mangiati dalla corruzione, col popolo alla fame e analfabeta. Oppure perché è un genocida. Lui, Netanyahu: non il macellaio siriano né questo o quel signore delle decine di guerre di sterminio che in Africa e in Medio Oriente hanno fatto tranquillo corso nell’assopimento di “Sua Eccellenza” Antonio Guterres e nella distrazione dell’editorialismo pacifista. Oppure ci si occupa del manigoldo Netanyahu perché si ama troppo la democrazia israeliana per assistere a come muore sotto quel tiranno. Forse il motivo è proprio questo.

È per questo, infatti, che dai cortei, dalle università, dalle prime pagine e dai talk show si chiede agli israeliani di farsi guidare da un altro nella guerra per neutralizzare i miliziani e i civili palestinesi che hanno fatto il pogrom del Sabato Nero. È per questo che da quelle tribune, senza sosta, si ingiunge al popolo israeliano di dotarsi di un altro primo ministro che distrugga i tunnel del terrore costruiti con i soldi della cooperazione internazionale. È per questo che l’Italia progressista ispirata alla Costituzione antifascista fondata sulla resistenza antifascista reclama per Israele l’avvento di un premier diverso, non più Bibi, ma finalmente un altro capace di fare la guerra a quelli che hanno incenerito la Galilea facendo sessantamila profughi in terra propria. È per questo che si indugia sull’impresentabilità di Netanyahu: perché si vuole che Israele abbia un leader diverso, meno in puzza di traffici societari ed elettorali, per stanare i terroristi dagli ospedali e dalle scuole dell’Unrwa. Uno come Yitzhak Rabin, ci vorrebbe. Un ebreo diventato buono, buonissimo da quando è stato ucciso. E buonissimissimo siccome l’ha ucciso un fondamentalista “de destra”.

Ora sbrogliamo la matassa. Se è un trafficone tra i tanti, un “genocida” (pensa te) tra i tanti, un antidemocratico tra i tanti, com’è che fanno le bucce a lui e non ai tanti? Come sopra: «Eh no, quella è una meravigliosa democrazia, che amiamo tanto, ovvio che ci indigna il fatto che a governarla sia uno come lui». Ma certo, sicuro. Il guaio è che non c’è solo l’immenso esercito di quelli che amano tanto la democrazia israeliana: ci sono anche, purtroppo, infime e sparute minoranze (senza partiti, senza tv e senza giornali, per fortuna) secondo cui Israele è uno Stato colonialista che fa apartheid e pulizia etnica da settantacinque anni.

Aho, giovani, quello è un filibustiere: ma lo capite che, per come è usata, e per il pulpito da cui è usata, la fregnaccia «contestare Netanyahu non è antisemitismo» rappresenta la versione più pura e subdola della solita rogna antisemita?

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