L’ingiusta causaQuelli che provano piacere all’idea di togliere la casa agli ebrei

La speranza del ritorno a Gerusalemme, il sogno del posto sicuro, violato e giustificato da "comprensibili motivi". Così, dalle università ai caffè pacifisti l’antisemitismo torna a essere normalità

Magari non proprio in quella di tutti ma, più o meno oscuramente e profondamente, nella coscienza di moltissimi ebrei della diaspora ha sonnecchiato questa certezza: che, fosse per trovarvi riparo o invece per libera destinazione, Israele avrebbe sempre rappresentato “casa”. Non c’è una formula che contrassegni, vincoli e richiami un popolo quanto vi riesce “L’anno prossimo a Gerusalemme” con il popolo ebraico.

Chi avesse previsto il 7 ottobre avrebbe compreso che quei massacri si sarebbero consumati nel segno di una revoca atrocemente esemplare di quella certezza, nell’ablazione irrimediabile dell’idea che magari altrove, ma non più in Israele, gli ebrei avrebbero potuto essere esposti a una simile violenza. Ma quel che non si poteva prevedere, quel che neppure la più sconsolata lungimiranza avrebbe potuto immaginare, è quanto il Sabato Nero ha generato: e cioè il diffuso compiacimento, la soddisfazione disinibita, il senso di gratificazione per il fatto che gli ebrei possano non sentire più Israele come una cosa sicura, come “casa”.

Davanti all’ebreo che si duole silenziosamente di quella garanzia massacrata, o che se ne indispettisce, o che vi si ribella, c’è il ghigno del nazicomunista in versione antisionista che si gode l’imminenza del repulisti dal fiume al mare o, tutt’al più, ci sono le braccia allargate del realismo pacifista, quello che deplora bensì ogni guerra e ogni violenza, ma non rinuncia a riconoscere ciò che è obbligatorio riconoscere, vale a dire che ci sono settantacinque anni di usurpazione a spiegare lo sviluppo di un risentimento che, “purtroppo”, rischia di assumere quelle forme.

La comunista che, al tavolino di un caffè romano, con indulgenza verso sé stessa, confidava all’amico di aver avvertito un filo di piacere percorrere i propri lombi femministi quando sullo smartphone fiorivano le immagini degli eccidi, preconizzava il contegno degli eserciti democratici sempre più insofferenti alla coscrizione delle Giornate della Memoria e dei “Mai più” intollerabilmente difettosi se officiati secondo quel protocollo desueto, e cioè nella dimenticanza dell’apartheid e nella rimozione del fatto inoppugnabile che il 7 ottobre non viene dal nulla.

La creatura progressista che si lasciava andare a quella dichiarazione confessoria, spacciandola per la precaria aberrazione dal solco giudizioso dei “due popoli, due Stati” e dal tracciato democratico punteggiato di “tanti amici ebrei”, non temeva neppure vagamente di condividere le fattezze sentimentali dei distributori di dolcetti nel tripudio per l’eccidio.

La sussunzione del 7 ottobre in ottica retributiva è ciò che spiega il carattere solo apparente dell’indifferenza comune rispetto alla catena infinita di aggressioni e attentati antisemiti sospinti a forza, e con noia, nella routine dei trafiletti. Non è indifferenza. Il rosso delle mani impresso sul Memoriale parigino non ha impressionato poco, come si sarebbe potuto sperare, perché sporcava solo simbolicamente una cosa incancellabile, ma perché evocava la specie di giustizia acclamata sotto a quel balcone, il festoso tributo alle mani lorde di sangue dopo l’investigazione nelle viscere dell’ebreo sventrato.

Paradossalmente, cioè, proprio il profilo più osceno era il motivo assolutorio di quel vilipendio. E così ovunque, dalla caccia all’ebreo nell’aeroporto del Dagestan, l’esotico conato di un’infezione che si sarebbe diffusa presto nell’Occidente sprovvisto di vaccino, fino ai triangoli capovolti che nei reportage delle belve del 7 ottobre indicavano gli ebrei giustiziati e nelle università della Repubblica democratica fondata sull’antifascismo sono i vessilli profilattici contro l’infiltrazione sionista. Un odio liberato così, gioiosamente e senza condizioni, contro le speranze di sicurezza degli ebrei.

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