L’oro del Pibe de oroL’inutile ed estenuante contenzioso di Maradona col fisco italiano

Nonostante il Napoli avesse già sanato la sua posizione fiscale e, per estensione, quella di Maradona, il Fisco ha continuato a perseguire il calciatore, disperdendo ingenti risorse pubbliche in un processo lungo e complesso durato venticinque anni. L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni

LaPresse

Maradona è morto ma il suo contenzioso con il fisco italiano è ancora vivo. Solo il primo luglio scorso, la sentenza della Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado della Campania n. 4235/2024 ha (forse) chiuso la contesa tra lo Stato ed el Pibe de oro. Un processo durato oltre venticinque anni, scandito da diverse pronunce delle corti tributarie e persino della Corte di Cassazione, richieste di sospensione e interruzioni varie, oltre che dalla morte del numero 10.

Il tutto nonostante la questione fosse, tutto sommato, relativamente semplice: l’Agenzia delle entrate aveva riqualificato alcune somme erogate dalla società Calcio Napoli – ancora negli anni dal 1986 al 1990 – come redditi da lavoro dipendente contestando alla società la mancata effettuazione delle ritenute d’acconto su tali importi. La società aderiva quindi al cd. “condono tombale” del 2002, sanando tale irregolarità tramite il versamento delle imposte dovute su tali compensi erogati al calciatore. Anche Maradona subiva, tuttavia, una verifica fiscale sulla medesima questione, a cui egli opponeva l’avvenuta regolarizzazione del rapporto tributario da parte della società calcistica.

Difatti, il Napoli, in qualità di sostituto d’imposta, era il soggetto in prima battuta responsabile degli obblighi di versamento delle ritenute. Non solo, la stessa disciplina istitutiva del condono esplicitava che la definizione della pretesa fiscale da parte di uno dei coobbligati esplicasse efficacia a favore degli altri soggetti del rapporto tributario.In definitiva, un casus belli non particolarmente ostico da comporre: l’adesione della società calcistica al condono tombale (la cui efficacia mai è stata messa in dubbio) si estendeva automaticamente anche a favore Maradona.

Ciò che stupisce è la perseveranza del fisco nel recuperare le somme contestate al calciatore, con evidente e ingente dispersione di risorse pubbliche per la gestione dei processi, e altresì stupisce che la giustizia tributaria abbia dovuto attraversare, varie volte, tutti i tre gradi di giudizio prima di arrivare a constatare l’evidente. Viene da chiedersi se il principio di legalità, il diritto al contraddittorio e il diritto al giusto processo entro un termine ragionevole, che costituiscono la quintessenza dello stato di diritto possano dirsi veramente effettivi in un ordinamento che consente un processo del genere, per una causa del genere.

Last but not least, vale la pena sottolineare l’importo oggetto di contestazione: l’azione accertativa e le lungaggini processuali potrebbero forse assumere connotati diversi, dal punto di vista della sensibilità sociale, se le somme pretese dal Fisco fossero state ingenti e quantificabili in una scala milionaria. In realtà, niente di tutto ciò: la società calcistica aveva già estinto il debito aderendo al condono, e, come riportato nella sentenza menzionata in apertura, il debito per imposte di Maradona ammonta a meno di mille(mille) euro. El pibe de oro, nelle more del giudizio – come si dice pomposamente – è deceduto. E almeno le relative sanzioni sono divenute inesigibili.

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