Eterno ritornoGli addendi dei sovranisti in Europa cambiano, ma il risultato rimane lo stesso

Nonostante le mosse strategiche di Matteo Salvini e Giorgia Meloni per creare nuove alleanze, i partiti di destra ed estrema destra si ritrovanno nella stessa situazione di marginalità nel Parlamento europeo

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Tanto tuonò che non piovve: i movimenti interni all’estrema destra europea, iniziati prima delle elezioni, potrebbero concludersi con la nascita di un nuovo gruppo parlamentare a Bruxelles, ma senza grosse novità sostanziali. Negli scorsi giorni, Orban ha annunciato di voler dare vita a “Patrioti d’Europa”, un gruppo verso cui hanno già manifestato interesse l’Fpö austriaco, il Movimento per l’azione dei cittadini insoddisfatti (ceco), il Chega portoghese e la Lega di Salvini. 

Prima delle elezioni, il gruppo di Identità e Democrazia, che includeva tra gli altri l’Afd tedesca, il Rn francese e la Lega, aveva visto un fuggi-fuggi generale dopo alcune dichiarazioni dell’eurodeputato tedesco Maximilian Krah, troppo indulgenti verso il passato nazista. Per quanto (forse) strumentale, l’uscita della Lega dal gruppo aveva aperto al partito una serie di prospettive per la legislatura attuale. Innanzitutto, quella di non subire più il “cordone sanitario”, cioè la prassi messa in atto dagli altri gruppi parlamentari europei di impedire che all’estrema destra vengano assegnati dossier legislativi o ruoli di rilievo nelle commissioni. In secondo luogo, la mossa avrebbe potuto anche smorzare le critiche interne a Salvini, sempre più forti dopo il calo elettorale, per aver portato il partito sulle posizioni dell’estrema destra, abbandonando temi più tradizionali per la base settentrionale. 

Il nuovo gruppo orbaniano, invece, anche qualora nascesse (servono 23 deputati che rappresentino un quarto degli Stati membri), rischia di essere troppo simile a Id, una sorta di Visegrad 2.0, un’alleanza tra partiti considerati dei pària a livello europeo e, spesso, anche nei paesi di provenienza. In questa prospettiva, l’ingresso della Lega vanifica una serie di possibilità interessanti che si sarebbero potute aprire dopo l’abbandono di Identità e democrazia.

Questo epilogo fa il paio con quanto successo a Meloni: nonostante il risultato elettorale italiano, il gruppo Ecr, dove Fratelli d’Italia è la forza principale, non ha i numeri per essere decisivo nel formare una maggioranza. Dopo aver annunciato una grande vittoria sul piano nazionale, a Bruxelles Meloni ha dovuto fare i conti col fatto che l’alleanza tra popolari e destra non aveva le gambe, perché senza i numeri dei socialisti, che su Ecr hanno messo il veto, non si va da nessuna parte. Di fronte al formarsi della (prevedibilissima) intesa tra popolari, socialisti e liberali, Meloni si è limitata a non votare l’accordo sulle nomine per i vertici delle istituzioni europee.

Nella prossima legislatura europea, dunque, la destra rischia di non toccar palla su molti dossier come nella precedente. Ma questo non avviene tanto per un sovvertimento del voto popolare, come vorrebbe qualche dichiarazione un po’ vittimistica dei giorni scorsi di alcuni esponenti di governo: i numeri attuali al Parlamento Europeo erano largamente preventivabili, così come il fatto che non sarebbe bastata la vittoria elettorale a cambiarli. Piuttosto, si trattava di prendere atto del ruolo di minoranza in Parlamento, cercando di pesare di più in Consiglio, non nell’ottica di bloccare le nomine ma di ottenere, con un atteggiamento diverso, un ruolo più centrale per l’Italia. Per giunta, l’eventuale ingresso nella destra polacca, che oggi siede in Ecr, nel nuovo gruppo di Orbàn potrebbe complicare la situazione per Fratelli d’Italia anche sul fronte parlamentare, riducendo i seggi di Ecr e subendo la concorrenza a destra.

La strategia adottata dalle due forze della destra italiana, invece, dimostra un’enorme difficoltà nel gestire una fase politica diversa rispetto agli ultimi cinque anni, uscendo dal ruolo classico dell’opposizione e da una cornice politica e comunicativa ormai consolidatasi nel ruolo di outsider europei. Mentre la Lega si lascia incasellare nel solito gruppo sovranista uguale ai precedenti, Meloni lascia prevalere il suo ruolo di leader di partito sul peso che l’Italia può avere in Consiglio. Il prezzo da pagare, per la destra, potrebbe essere quindi quello di una legislatura decisamente simile alla precedente. 

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