
Donald Trump con il volto insanguinato che si sporge pericolosamente oltre l’abbraccio degli uomini della sicurezza, con il pugno alzato, per incitare i suoi sostenitori a «combattere»: è questa, senza dubbio, l’immagine decisiva dell’attentato di sabato. E mi ha ricordato le pagine dedicate dallo scrittore spagnolo Javier Cercas a Adolfo Suárez nel suo «Anatomia di un istante», dettagliato racconto del fallito colpo di stato guidato dal colonnello della Guardia Civil Antonio Tejero, che il 23 febbraio del 1981 entrò nel parlamento di Madrid armi in pugno, alla testa di un gruppo di militari sediziosi, mettendosi a sparare in aula, dopo avere intimato ai rappresentanti del popolo di buttarsi a terra. Cosa che tutti si affrettarono a fare. Tutti tranne tre.
E tra questi, in prima linea, Suárez, il capo del governo uscente che aveva appena guidato la Spagna dal franchismo alla democrazia, lui che franchista lo era stato e proprio per questo era arrivato al potere senza suscitare troppe preoccupazioni. Un uomo dal passato certo non limpido, dunque, che tuttavia aveva fatto qualcosa di grande, e che in quel momento decisivo, consapevole di essere l’obiettivo principale degli assalitori, decide di tornare a sedersi lentamente al suo scranno, e rimanersene lì seduto, impassibile.
Scrive Cercas: «Dato che è un gesto di coraggio, quello di Suárez è anche un gesto di grazia, di indubbio valore estetico, perché ogni gesto di coraggio, come osservò Ernest Hemingway, è un gesto di grazia compiuto sotto pressione. In questo senso è un gesto affermativo; in un altro senso è un gesto negativo, perché ogni gesto di coraggio, come osservò Albert Camus, è il gesto di ribellione di un uomo che dice no. In entrambi i casi si tratta di un gesto sovrano di libertà; non è una contraddizione considerarlo anche un gesto di istrionismo: il gesto di un uomo che interpreta un ruolo».
A questo proposito Cercas cita un romanzo incentrato sul golpe Tejero scritto da Josep Melià, giornalista inizialmente molto critico con Suárez, diventato poi un suo stretto collaboratore: «Melià si chiede a cosa avesse pensato Suárez nel sentire il primo sparo nell’emiciclo; si risponde: alla prima pagina del New York Times dell’indomani. La risposta, che può apparire innocua o malevola, vuol essere amichevole; a me sembra soprattutto azzeccata. Al pari di qualsiasi politico puro, Suárez era un attore consumato (…) concepiva la politica come spettacolo e nei lunghi anni di lavoro nella televisione pubblica aveva imparato che non era più la realtà a creare le immagini, ma le immagini a creare la realtà».
Non c’è dubbio che Trump, sin dai tempi del suo fortunato reality televisivo, abbia imparato la stessa lezione. «Quel pomeriggio del 23 febbraio – prosegue Cercas a proposito di Suárez – non fu solo il pomeriggio più drammatico della sua vita politica, ma il più drammatico della sua vita in assoluto e, nonostante ciò (o proprio per questo), è possibile che, mentre le pallottole fischiavano intorno a lui nell’emiciclo, l’intuito maturato in anni di protagonismo politico gli suggerisse un dato evidente: qualunque fosse il ruolo che gli riservava il finale di quella drammatica sceneggiata, non avrebbe mai più avuto l’occasione di recitare davanti a un pubblico tanto numeroso e attento. Se così fu, non si sbagliò: il giorno dopo la sua foto campeggiava sulla prima pagina del New York Times e su tutti i giornali e le tv del mondo.
Il gesto di Suárez è, in tal modo, il gesto di un uomo che sta posando. Questo è quello che immagina Melià. Ma a pensarci bene la sua immaginazione pecca forse per difetto; a pensarci bene, la sera del 23 febbraio Suárez non stava forse posando solo per i giornali e le tv: come avrebbe fatto a partire da quel momento nella sua vita politica – come se in quel momento avesse capito davvero chi era – forse Suárez stava posando per la storia».
L’aspetto disturbante del parallelo sta nel fatto che Suárez era l’uomo che aveva portato la Spagna dalla dittatura alla democrazia: questo era il ruolo storico che in quell’istante decisivo, mentre le pallottole fischiavano alle sue orecchie, sentiva di avere l’occasione di difendere – e per certi versi riscattare – per sempre. E questo ottenne. Il guaio è che Trump, semmai, è l’uomo che ha tentato di far compiere alla democrazia americana il percorso inverso. Auguriamoci che non abbia lo stesso successo.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.