Senz’ariaIl sovraffollamento sta diventando un’emergenza anche per le carceri minorili

L’Italia era considerata un modello in fatto di detenzione e rieducazione dei giovani, ma il governo Meloni ha adottato un approccio inedito e inutilmente punitivo: il Decreto Caivano rischia di causare un incremento degli ingressi e delle presenze negli Ipm

Lapresse

Decine di minori detenuti nel carcere Ferrante Aporti di Torino, che tra giovedì 1 e venerdì 2 agosto hanno devastato uffici e spazi comuni, rischiano una condanna fino a quindici anni di carcere. I reati contestati dalla Procura dei minori sono devastazione e resistenza a pubblico ufficiale. Sarebbero sei gli agenti feriti e una dozzina i minori intossicati dalle esalazioni degli incendi appiccati all’interno dell’istituto. Sono gli stessi ragazzi che, come riferito lo scorso giugno alla Stampa da un sottoufficiale dell’istituto, sono spesso costretti a dormire su materassi messi a terra o su brandine da spiaggia, in stanze in cui sono presenti già quattro o cinque detenuti.

All’istituto minorile torinese la capienza regolamentare è di quarantadue, ma giovedì primo agosto erano cinquantadue i ragazzi in struttura, addirittura sessanta secondo quanto riferito da un video postato su TikTok da uno dei detenuti. Numero più, numero meno, è una situazione di sovraffollamento che continua a ripetersi, e che nei mesi estivi raggiunge livelli di insofferenza estrema.

Numeri che nell’attuale emergenza del carcere per adulti, con un indice di sovraffollamento a livello nazionale del centotrenta per cento e sessantaquattro suicidi, sembrano semplicemente confermare una tendenza. Ma così non è. La detenzione dei minori in Italia per anni è stata un modello, mettendo al centro l’approccio educativo nei confronti di una persona ancora in fase evolutiva. «In Italia la giustizia minorile non si è mai basata sulla sola valutazione del reato commesso, ma della personalità del minore – spiega a Linkiesta Claudia Giudici, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Emilia-Romagna –. La finalità rimane quella di educare il minore con interventi mirati, non quella di punirlo. Questi principi hanno sempre orientato il nostro ordinamento giuridico, ma con gli ultimi interventi legislativi sono stati messi a dura prova».

Il decreto Caivano, promosso dal governo di Giorgia Meloni come stretta definitiva alla criminalità giovanile, va nella direzione opposta. Un provvedimento che in meno di un anno dalla sua approvazione ha prodotto ingressi negli Istituti penali per minorenni (Ipm) come non se ne vedevano da dieci anni, secondo quanto riporta l’associazione Antigone. E che anziché «offrire un’alternativa alla strada, allo spaccio e al crimine stesso», come auspicato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, ha prodotto per la prima volta il sovraffollamento anche tra i minorili e interrotto percorsi educativi costruiti nel tempo, favorendo il trasferimento nelle carceri per adulti di chi ha compiuto la maggiore età ma ha commesso il reato da minorenne.

Secondo i dati raccolti da Antigone solo nei primi sei mesi dell’anno sono entrati negli istituti minorili cinquecentottantasei minori, scesi a cinquecentocinquantacinque a fine giugno, su cinquecentoquattrordici posti ufficiali previsti (che raramente corrispondono ai posti effettivi). Un più 37,4 per cento rispetto ai numeri del 2023, quando a metà giugno si contavano quattrocentosei presenze.

Per Antonio Sangermano, Capo del Dipartimento per la giustizia minorile, il sovraffollamento è evidente «ma sotto controllo», e il decreto «ha oggettivamente prodotto un possibile incremento degli ingressi e delle presenze negli Ipm», ha spiegato nella sua relazione alla Commissione parlamentare per l’infanzia dello scorso luglio. Un incremento che però Sangermano attribuisce all’aggravarsi della criminalità minorile e all’aumento dei detenuti minori stranieri non accompagnati. La realtà è che ampliando le possibilità di arresto anche per reati di furto, piccolo spaccio, resistenza a pubblico ufficiale e riducendo il ricorso alla messa alla prova (cardine della giustizia minorile), gli effetti del decreto si sono fatti sentire. Il 64,1 per cento dei detenuti è ancora in attesa di una sentenza definitiva di condanna.

Un altro aspetto sollevato dall’Osservatorio di Antigone, che svolge visite negli Ipm durante tutto l’anno, è l’incremento registrato nell’uso e abuso di antipsicotici da parte dei minori. Secondo un’indagine di Altreconomia tra il 2021 e il 2022 la spesa a persona per antipsicotici negli istituti per minori è aumentata del trenta per cento. In un anno al Ferrante Aporti di Torino la spesa generale è salita da quattrocentonovantasette euro a quasi milleottocento euro, di cui quasi il cinquanta per cento impiegata nell’acquisto di farmaci come la promazina, la olanzapina e l’aripiprazolo.

Generalmente utilizzati nel trattamento della schizofrenia o del disturbo bipolare di personalità. Secondo lo stesso report all’Ipm Beccaria di Milano si spende in psicofarmaci cinque volte di più di quanto si spenda al carcere per adulti di Bollate. Al Beccaria, va ricordato, la Procura di Milano ha disposto misure cautelari per tredici agenti e otto colleghi accusandoli di tortura, lesioni aggravate e in un caso anche di tentata violenza sessuale ai danni di dodici minori detenuti.

Quale sia la condizione psicologica dei detenuti continua a sembrare un tema accessorio e secondario rispetto a un’urgenza punitiva come quella del decreto Caivano. I ragazzi che esprimono più insofferenza sono spesso i minori stranieri non accompagnati, quelli arrivati dal Mediterraneo dopo mesi di torture e violenze. Tuttavia, di interventi sanitari in termini riabilitativi e terapeutici e di investimenti di qualità dentro agli istituti non c’è traccia. L’organico di educatori, psicologici e psichiatri è rimasto in media sottodimensionato anche negli Ipm e sono spesso le Amministrazioni locali a intervenire.

All’istituto minorile Pietro Siciliani di Bologna è stato il Comune a farlo integrando il personale con una mediatrice culturale e un educatore, perché nell’ultimo concorso pubblico nessuno ha scelto di candidarsi per gli istituti del Nord. Anche a Bologna, dove su una capienza ufficiale di quarantadue i ragazzi sono al momento quarantatré, la dipendenza da sostanze di molti minori rende difficile svolgere adeguatamente il lavoro educativo che sarebbe necessario. Da inizio luglio gli educatori nell’Ipm sono rimasti due, un numero incompatibile con un intervento che richiederebbe un rapporto uno a uno, soprattutto con i minori che non parlano la lingua italiana. Due educatori per quarantatré ragazzi, di cui l’ottanta per cento stranieri.

Nel carcere bolognese fino a che non è stato aperto il secondo piano alla fine del 2021 le attività sono proseguite in maniera regolare con circa una ventina di ragazzi. Sia sul piano educativo, con corsi per l’alfabetizzazione, la licenza media, ma anche per l’università, sia su quello sociale. Nel 2019 è stata inaugurata “Brigata Pratello”, la prima osteria d’Italia aperta dentro un carcere minorile. Tutte attività che procedono ancora oggi, ma che convivono con un peggioramento generalizzato che ha a che fare con i continui ingressi e la condizione sociale e psicologica dei minori (di cui la metà stranieri e non accompagnati).

Intervistato dall’Ordine degli avvocati del capoluogo emiliano il direttore dell’Ipm bolognese, Alfonso Paggiarino, ha messo in luce alcune delle criticità aggravate anche dal decreto Caivano: «Il provvedimento non è più sostenibile per gli istituti minorili. Abbiamo arresti e ingressi continui, per oltraggio, per tentati furti, per piccolo spaccio di stupefacenti. Prima non era così. Noi cerchiamo di sostenerli il più possibile, ma dobbiamo confrontarci anche con minori che oggi sono molto più violenti, anche perché abbandonati a loro stessi, senza famiglie e senza rete sociale». E continua: «Il carcere dovrebbe essere residuale, ora non lo è più. A livello nazionale siamo passati da duecentocinquanta o trecento minori a circa seicento».

«A metà 2024 nel Centro di prima accoglienza, dove arrivano i minori in stato di arresto, i funzionari mi riferiscono che sono già stati raggiunti i numeri dell’interno 2023», racconta a Linkiesta Antonio Ianniello, Garante dei detenuti di Bologna. A giugno sono stati registrati già ottantacinque ingressi, a fronte della trentina degli anni precedenti. Ed è nei numeri degli arresti che si vede l’effetto del provvedimento, che assimilando ancora una volta la detenzione minorile a quella degli adulti, ha ampliato i casi in cui si può ricorrere alla custodia cautelare in carcere e diminuito i massimi edittali di reati che già la prevedevano. Oltre a estenderla anche per fatti di lieve gravità legati alla violazione della legge sugli stupefacenti, anziché favorire l’intervento dei servizi predisposti alle tossicodipendenze delle comunità. Comunità terapeutiche che Antonio Sangermano nella sua relazione definisce «cronicamente insufficienti», ma forse non così tanto da meritare l’attenzione del governo.

La legge ha concretamente sfavorito per i minori l’accesso alle comunità terapeutiche abbassando i limiti edittali per i quali era possibile fare richiesta di collocamento, ampliando contemporaneamente le fattispecie che consentono l’arresto in flagranza, benché facoltativo. Una scelta che costringe ragazzi spesso affetti da profonde situazioni di trauma, aggravate da forti dipendenze, a scontare pene minime all’interno di strutture sovraffollate. E che obbliga da tempo il trasferimento di minori dagli istituti del Nord a quelli del Sud, anche quando si tratta dell’assegnazione alle comunità. Anche in queste, da tempo piene di ragazzi arrivati dalle coste del Nord Africa, è pressocché impossibile trovare posto. Spesso dal Nord si è costretti a spostare i ragazzi a Napoli, a Reggio Calabria o a Catanzaro, distruggendo anche quella minima rete costruita con i servizi sociali e gli enti locali che li supportano anche nel momento dell’ingresso nel carcere.

In Italia gli istituti penitenziari minorili stanno incominciando ad assomigliare sempre di più a quelli per adulti senza che le istituzioni riescano a comprendere la portata distruttiva di un metodo che scredita l’approccio educativo. L’idea che aumentare la permanenza in carcere possa essere risolutiva per l’attuale utenza degli istituti minorili dimostra un’evidente incomprensione delle dinamiche interne, e l’assenza di un dialogo e di una consultazione diretta con la direzione degli istituti, con la polizia penitenziaria o con gli educatori che seguono quotidianamente il percorso di centinaia di ragazzi abbandonati a loro stessi.

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