In Bar Sport, scritto nel 1976 da quel genio dell’irrisione che è Stefano Benni si raccontava un mondo al limite del paradosso dove nei bar di sinistra c’era il calcetto mentre in quelli di destra c’era il calciobalilla. Un modo straordinario per denunciare la deriva polarizzante di quegli anni, che per fortuna, a quanto sappiamo, non è mai arrivata a tanto, anche se la cronaca registrava fatti ben più gravi. Perché se il mondo è un grande Bar Sport, lì dentro, malgrado risse, motorini truccati, discussioni su carpe di venti chili e brioche irrancidite, si convive. Per quanto sia necessario rileggere il comunicato ufficiale di Harley Davidson Motor Company più volte per crederci, oggi abbiamo a che fare con una discussione da Bar Sport, ma su larga scala e soprattutto presa molto seriamente. Il che denota quanto si sia abbassato il tasso di globuli bianchi della leggerezza.
I fatti: Harley-Davidson ha rinunciato poche ore fa (e dopo pochi mesi) al suo programma Diversity, Equity, and Inclusion, quello che nel codice delle politiche aziendali è definito Dei. Sì, d’accordo la colpa è dei social, dove immaginiamo eserciti di Hell’s Angel da tastiera che attaccano vere o presunte lobby Lgbtq e qualunque visione sia contraria al loro lifestyle da moderni cow boy e pistoleri immaginari (o reali). Il fatto è che c’è dell’altro, almeno passando in rassegna le discussioni che il tema sta generando tra Ceo, guru del marketing e accademici. L’azienda dichiara di non avere più una funzione Dei dall’aprile 2024, di non considerare quote di assunzione differenziate e di non fissare alcun obiettivo premiante sullo sviluppo consapevole delle pratiche inclusive. Una scelta coerente con una rivalutazione completa della formazione dei dipendenti e delle sponsorship, con HD che preferisce concentrarsi sulle coccole alla sua community tutta combustibili fossili e playmate da calendario.
Ma la questione è più profonda di così, come da qualche tempo ci avvisano gli analisti bipartisan, da Federico Rampini a Carl Rohdes, preside della Uts Business School all’University of Technology di Sydney. Il suo libro Woke Capitalism ha raccolto recensioni entusiastiche che vanno dal Financial Times alla London School of Economics Review: «Carl Rhodes analizza come l’abbraccio calcolato del mondo aziendale alla giustizia sociale rappresenti una seria minaccia per la società. Svela le ipocrisie e la natura egoistica del capitalismo woke, ma anche il suo effetto nefasto sulla democrazia».
D’altra parte non si può nemmeno sorvolare sul tesissimo contesto elettorale americano nel quale il trumpismo usa il fanatismo anti-woke come ariete contro la cultura dei diritti civili che più o meno e con risultati alterni, è stata sempre portata avanti dalla parte liberal del paese. Tant’è che più dei grandi accademici si dice che a influenzare la decisione di HD sia stato Robby Starbuck, attivista conservatore prodigo di critiche ad Harley. E rimane comunque l’interrogativo che tiene banco su LinkedIn: ok la decisione, ma perché comunicarla con questa enfasi? Quanto incide sul posizionamento l’essere fedeli al Dei o sbandierare di non esserlo? È di fatto una scelta politica o di marketing?
Dal canto suo Harley parla di un motto che contiene già tutta la sua filosofia inclusiva: «United we Ride» e ribadisce che per un’azienda con 121 anni di storia l’unica cosa che conta riguardo il personale è la competenza. «Per me questa scelta non è una novità» scrive su LinkedIn Matteo Flora che insegna Corporate Reputation & Crisis all’Università di Milano Bicocca e a Pavia, «lo teorizzavamo da fine 2022 nei Master di Reputation Management, lo spiegavamo ai clienti che volevano cavalcare la tematica per posizionamento ed era punto focale del mio corso in Corporate Reputation a Pavia: raccontavo come sbandierare e cavalcare in comunicazione un tema che dovrebbe essere gestito internamente, lo trasforma in virtue signaling (cioè come siamo bravi noi, ndr), della diversità e dell’inclusione, e non poteva avere altra naturale manifestazione che non quella accaduta: farlo diventare tema inviso ai consumatori perché polarizzato». E quindi, spiega Flora, «dove un tema è inviso ai consumatori primari della mia azienda, io come azienda non posso fare altro che abbandonarlo come un moda che non serve più, da dismettere quando va contro il business. Come è normale accada in un mercato competitivo verso l’attenzione».
Gli risponde Fabio Bin, il fondatore di We Road, una delle start-up italiane che rappresenta una case history di successo degli ultimi anni: «Il punto è utilizzare questa cosa come vuoto strumento di posizionamento. Vi dico solo che nella nostra azienda io continuo a dire che siamo inclusive by design, abbiamo persone del team, coordinatori e clienti dai background più diversi per strato sociale, orientamento sessuale, etnia, e nel nostro agire quotidiano mettiamo in contatto e in relazione persone diversissime tra loro all’insegna del rispetto. Nonostante questo, alcuni team member continuano a chiedere statement, dichiarazioni pubbliche, adesioni a cause. In pratica continuano a chiedere marketing di inclusività e la cosa che più mi dispiace è che diventi più importante lo statement che il vivere giorno per giorno in un’azienda davvero inclusive».
La questione, per il momento è tutto fuorché risolta e forse è irrisolvibile. Se ci fosse un po’ più di leggerezza la si potrebbe far rientrare a pieno titolo in un dilemma da Collège de pataphysique.