
Dopo aver raggiunto un accordo segreto nei giorni scorsi, Stati Uniti e Russia hanno scambiato ventiquattro prigionieri, in un’operazione con pochi precedenti nell’era post-Guerra fredda. Sedici uomini in totale sono stati rilasciati da Mosca, tra cui il giornalista del Wall Street Journal Evan Gershkovich e l’ex marine americano Paul Whelan. Con loro diversi prigionieri politici e dissidenti, tutti accolti nella notte italiana alla Joint Base Andrews nel Maryland dal presidente Joe Biden e dalla vicepresidente Kamala Harris. «Finalmente sono liberi», ha esultato Biden in una conferenza stampa, circondato dai familiari dei prigionieri rilasciati. Mentre la famiglia di Gershkovich ha voluto rilasciare un messaggio per ringraziare il capo della Casa Bianca per averle restituito Evan: «Non vediamo l’ora di dargli l’abbraccio più forte e di vedere da vicino il suo sorriso dolce e coraggioso. La cosa più importante ora è prendersi cura di Evan e stare di nuovo insieme».
Allo scambio, avvenuto all’aeroporto di Ankara, hanno partecipato in totale sette Paesi – oltre le due superpotenze e il Paese ospitante, si contano anche Germania, Polonia, Slovenia e Norvegia. L’accordo, scrive il New York Times, è stato raggiunto dopo un’elaborata rete di trattative dietro le quinte, che può essere considerato una vittoria diplomatica per Biden, impegnato da tempo a riportare a casa i prigionieri americani e a sostenere il fiacco movimento pro-democrazia della Russia.
È anche la prima volta dalla caduta dell’Unione Sovietica che Mosca libera così tanti dissidenti, anche mediaticamente così rilevanti, all’interno di uno scambio di prigionieri. In cambio, la Russia ha ottenuto la liberazione di otto persone da parte dei Paesi occidentali, presentando al suo popolo l’affare con un trionfo: Vladimir Putin ora può strumentalizzare questo accordo per sottolineare la sua lealtà verso i russi che vengono arrestati all’estero.
Tra quelli tornati in patria c’è Vadim Krasikov, un russo condannato per l’omicidio di un ex combattente separatista ceceno a Berlino nel 2019 su ordine del governo russo, rilasciato dal governo tedesco. Poi anche Ilya Yashin, quarantunenne, il politico dell’opposizione più popolare a essere ancora dietro le sbarre; Vladimir Kara-Murza, quarantadue anni, un attivista veterano che scrive anche per il Washington Post, e Oleg Orlov, settantunenne, co-presidente di Memorial, un’organizzazione per i diritti umani.