Piccoli MünchhausenUsiamo i social come se fossero il nostro testamento per il terrore di essere dimenticati

C’è chi, preso da furia iconoclasta, decide che ogni giorno dirà qualcosa di sconveniente perché ci si ricordi di lui e c’è chi sta sempre col braccio alzato per rispondere a domande che nessuno gli ha mai fatto

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Questo non è rilevante, vostro onore. Ma nemmeno noi. Non è terribile? Lo è. Viviamo con la paura che il pubblico smetta di applaudire (lo farà), smetta di ridere (succederà), lasci la stanza (non siamo poi così attraenti). Abbiamo tutti un pubblico, che sia la nostra famiglia, i nostri figli, i mariti e le mogli, i colleghi e i lettori, e nessuno vuole essere dimenticato. Chi ha figli vive dicendo a chiunque, anche fermando la gente per strada, «Tutto quello che faccio lo faccio perché mio figlio sia orgoglioso di me, perché mio figlio si ricordi di me». Chi non li ha vive dicendo al proprio cane «Tu ti ricorderai di me, tu mi rimpiangerai». La paura della morte si esorcizza sostituendola con la paura di essere dimenticati.

Sono anni, questi, dove si corre dietro al rischio zero, ma il rischio di essere dimenticati non è prevedibile. Tuttavia, la paura è un riflesso positivo visto che ci tiene alla larga dalle finestre, dai burroni, da chi come lavoro scrive “attivista e podcaster”. La paura è la risposta fisiologica a una minaccia, solo che c’è chi, preso da furia iconoclasta, decide che ogni giorno dirà qualcosa di sconveniente perché ci si ricordi di lui e c’è chi sta sempre col braccio alzato per rispondere a domande che nessuno gli ha mai fatto invece di essere in mezzo alla savana con un leone davanti, siamo sul divano di casa nostra con davanti uno specchio e dietro il mondo che ci guarda. Com’è ovvio, era meglio il leone. Nella teoria dei giochi di Eric Berne ce n’è uno che si chiama “Non è terribile?” che lui spiega così: «Nel “Non è terribile?” la gente va in cerca dei torti per lamentarsene con un terzo, e la partita così si svolge a tre: l’Aggressore, la Vittima e il Confidente». E fu così che Berne inventò i social.

C’è chi, preso dalla furia iconoclasta, decide che ogni giorno dirà qualcosa di sconveniente per non finire nel dimenticatoio, uno che sta sempre col braccio alzato per rispondere a domande che nessuno gli ha mai fatto. Andrò controcorrente, ma Hitler non aveva poi così torto, voi che cosa ne pensate? Non so se l’ha già detto qualcuno, ma a voi non sembra un po’ strano che nell’estate più calda di sempre piova? Ditemi che non sono il solo a pensare questo e quell’altro. Non è terribile essere sempre le vittime? Lo è

Questo effetto si porta dietro un problema senza soluzione: se entri in una massa di persone che ha costantemente il braccio alzato – una massa acritica, irresponsabile, suggestionabile, che tra l’altro usa nomi d’arte – come ci si può ricordare di te? Non si può, non è terribile? Lo è. È come vivere dentro una setta, ma senza leader carismatico – e i film non si fanno con le sole comparse.

Un altro effetto del percepirsi irrilevanti, quindi dimenticabili, è l’epidemia di sindrome di Münchhausen che vediamo in giro. Tutti hanno una malattia mai diagnosticata, che sia adhd, neurodivergenza, oppure una malattia talmente invisibile da non esistere. Si ricorderanno di me perché sono malata, si ricorderanno di me perché mio figlio è malato, pure il cane è malato, non sarebbe terribile dimenticarsi di me? Eccome. Siamo ossessionati dalla memoria, ma il nostro cervello si è rimpicciolito, non ricordiamo niente, usiamo il nome di nostro figlio come password, poi arriva il giorno in cui ti dimentichi la password e insomma di sicuro nessuno ti dirà che sei il genitore dell’anno.

Avendo io paura dei medici e dei complotti, ho rimediato pensando di non avere metri di paragone. Non leggo narrativa, non conosco nessuno che lo faccia senza essere pagato. Non ascolto musica che non conosco già, evito in realtà di ascoltare qualunque cosa: persone, canzoni, podcast, radio. Non guardo film appena usciti, non guardo serie tv, non mi guardo allo specchio, non viaggio, non lo farei nemmeno pagata. Esco raramente, e quando lo faccio vado in posti che conosco. Non voglio niente intorno che possa ricordarmi di essere irrilevante. Non voglio leggere, ascoltare, guardare gente più brava di me, non voglio nemmeno che ci sia la possibilità di questo scenario. Thomas Bernhard l’ho buttato in un deposito o non so dove, continuo a ricomprarlo e a non leggerlo, lo tengo lì a ricordarmi qualcosa che volevo essere, ma non sono. Non è terribile? Lo è. Leggo solo trattati, il Dsm, roba di medicina. Non li capisco granché.

Nessuno ammette di essere mediocre: sarebbe una scelta soddisfacente arrivati a un certo punto, ma nessuno è disposto a non essere speciale. Pensiamo che i social siano diari, ma sono testamenti. C’è l’album di Instagram per farsi ricordare giovani e belli, c’è il lascito su X per sembrare scomodi e intelligenti, su Facebook lasciamo ricordi ed eredi: i nostri sono tutti profili commemorativi. Non è terribile?

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