È da meno di una settimana che il Mpox è stato dichiarato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) un’emergenza sanitaria internazionale, ma in Italia e nel resto d’Europa c’è ancora molta confusione su questo tipo di virus. A partire dal nome: il vaiolo delle scimmie, definizione che da tempo non si usa più.
L’allarme è partito dall’Africa centres for disease control and prevention (Africa Cdc) che ha comunicato un aumento dei casi nella Repubblica Democratica del Congo e un allargamento anche ai Paesi confinanti, come Ruanda e Uganda. A preoccupare è soprattutto una nuova variante, nota come Clade 1b, che sembra essere più contagiosa e più pericolosa. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha infatti detto che «il numero dei casi segnalati finora quest’anno ha già superato il totale dell’anno scorso, con oltre sedicimila casi e cinquecentoventiquattro decessi». Finora l’unico caso di infezione legato alla nuova variante riscontrato fuori dall’Africa è stato trovato in Svezia e, secondo quanto dichiarato dalle autorità sanitarie, la persona infettata si sarebbe contagiata durante un viaggio in Africa.
Il Mpox è una malattia virale causata dal virus Mpxv, ma che, erroneamente, viene chiamata ancora «vaiolo delle scimmie» (dall’inglese monkeypox). I riferimenti non sono casuali: il virus è un orthopoxvirus, la stessa famiglia del vaiolo, debellato nel 1980 grazie a una lunga campagna vaccinale internazionale (quella della cicatrice circolare sul braccio). Il richiamo alle scimmie deriva dalla prima identificazione del virus, scoperto proprio nelle scimmie in un laboratorio danese nel 1958, prima che facesse il salto di specie. Il primo caso umano fu segnalato nel 1970 in un bambino di nove anni nella regione equatoriale della Repubblica Democratica del Congo. Il riferimento della vecchia denominazione a concetti razzisti e stigmatizzanti ha spinto l’Oms a decidere di sostituire, nel novembre del 2022, monkeypox con mpox.
Il virus è presente tra alcune specie animali, in particolare tra i primati e piccoli roditori, ed è endemico nei Paesi dell’Africa centrale e occidentale, dove sono presenti numerosi focolai, soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo. Altri Paesi endemici sono Benin, Camerun, la Repubblica Centrale Africana, Gabon, Ghana, Costa d’Avorio, Liberia, Sierra Leone e Sudan del Sud.
In questi Paesi la trasmissione avviene prevalentemente da animale a uomo, attraverso il contatto diretto con gli animali infetti. La trasmissione da persona a persona avviene stando a lungo molto vicino a una persona sintomatica, quindi anche solo parlandole faccia a faccia, attraverso lesioni cutanee, rapporti sessuali e anche oggetti con cui la persona è entrata in contatto, come lenzuola, abiti o aghi per iniezioni. È possibile, inoltre, che una donna incinta possa trasmettere il virus al feto attraverso la placenta. Come in molti altri casi, le persone a più alto rischio sono i bambini, le donne in gravidanza, chi ha più partner sessuali e, più in generale, le persone che hanno un sistema immunitario già indebolito.
La malattia può causare sintomi di diversa gravità che durano in genere dalle due alle quattro settimane. I più comuni sono febbre, cefalea, dolori muscolari e linfonodi ingrossati. A questi si aggiungono eruzioni cutanee che possono evolvere in vescicole, pustole e croste. Le eruzioni cutanee e i linfonodi ingrossati sono le principali caratteristiche che permettono di riconoscere la malattia. Alcune persone possono poi andare incontro a complicanze come infezioni batteriche, polmoniti e sepsi. La malattia è particolarmente rischiosa per i bambini, che nei paesi dell’Africa centrale sono i più esposti all’infezione.
I sintomi, comunque, possono variare a seconda del ceppo di virus. Esistono due ceppi principali, chiamati dall’Oms clade I e clade II. Il Clade I è stato trovato per la prima volta nell’Africa centrale ed è la variante prevalente nella Rdc, mentre il Clade II è più diffuso nell’Africa occidentale. Entrambi i ceppi si suddividono nei sottotipi a e b. Il clade I causa dei sintomi più gravi rispetto al clade II, ha una trasmissibilità da uomo a uomo più elevata e un maggior tasso di mortalità (intorno al dieci per cento).
Negli ultimi decenni il numero dei casi è aumentato. Secondo gli esperti la causa è una combinazione di fattori tra cui l’interruzione della vaccinazione contro il vaiolo, che garantiva una certa protezione, l’aumento della deforestazione ma anche un maggiore controllo della popolazione, con un aumento dei test. Un’altra possibile ragione è l’evoluzione del virus in nuove varianti.
La nuova variante appartiene al ceppo I, ma viene indicata con la dicitura 1b, ed è stata trovata per la prima volta in un focolaio della cittadina di Kamituga, nella Rdc. Secondo l’Oms il nuovo ceppo virale sta colpendo soprattutto gli adulti e sembra diffondersi in gran parte, ma non esclusivamente, attraverso i rapporti sessuali, soprattutto nelle reti sessuali.
Dalla Rdc il virus si è diffuso ai Paesi vicini quali Burundi, Kenya, Ruanda e Uganda, che non avevano mai segnalato casi di mpox prima. Quelli causati dal ceppo 1b confermati dai test sono più di cento, ma secondo gli esperti è possibile che il numero reale sia molto più alto perché non tutte le persone con sintomi compatibili con l’infezione sono state testate. Inoltre, nel corso dell’anno erano già stati segnalati altri casi di mpox legati al ceppo Ia nella Repubblica centrafricana e casi legati al ceppo II in Camerun, Costa d’Avorio, Liberia, Nigeria e Sudafrica.
La dichiarazione dello stato di emergenza ha lo scopo di mobilitare risorse economiche, mediche e umane per intensificare i test sulla popolazione, fare le diagnosi più velocemente e garantire cure adeguate, viste le strutture sanitarie non particolarmente efficienti. Monitorare e contenere i contagi a livello locale è importante per contrastare il più possibile la diffusione del virus a livello globale. Non è la prima volta che il Mpox diventa un’emergenza sanitaria internazionale. Già nel 2022 erano stati segnalati dei casi anche in Paesi non endemici, anche in Europa, e a partire dall’agosto 2022 era stata fatta una campagna vaccinale per contrastare l’epidemia internazionale.
Oggi esistono due vaccini contro il virus Mpxv, ma nei Paesi più colpiti dall’epidemia non sono ancora state fatte delle campagne vaccinali abbastanza efficaci a causa dell’elevato costo delle dosi e dell’assenza di normative nazionali. L’Oms sta chiedendo alle aziende produttrici di presentare dei dati che dimostrino la sicurezza e l’efficacia del vaccino per inserirlo nell’elenco per l’uso di emergenza. Questa procedura (Emergency use listing procedure – Eul) permette che in una situazione di emergenza sanitaria i vaccini e altri prodotti medici possano essere immessi sul mercato più velocemente.
La strada più rapida appare quella delle donazioni. Le organizzazioni internazionali stanno iniziando a mobilitare le proprie risorse per distribuire i vaccini dove c’è più bisogno. L’Hera, l’autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie, ha detto di aver acquistato oltre centosettantacinquemila dosi di vaccino da donare ai Paesi colpiti e altre quarantamila dosi saranno donate dalla Bavarian Nordic, l’azienda produttrice del vaccino più diffuso.
Ora ci si chiede se i Paesi Europei terranno per sé le scorte, nell’eventualità di una diffusione del virus, o se decideranno di inviare le dosi dove servono ora. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive (Ecdc) ha raccomandato agli Stati membri dell’Ue di comunicare delle linee guida per le persone che viaggiano da e per le zone colpite e di consigliare la vaccinazione alle persone più a rischio, ma per il comitato Ue non c’è bisogno di avviare vaccinazioni di massa in Europa perché si prevede che l’impatto del virus sarà abbastanza basso.
Tuttavia, sono ancora pochi i Paesi che si sono attivati concretamente per donare i vaccini. Se il primo ministro francese Gabriel Attal ha detto che il suo Paese invierà un numero non specificato di vaccini in Africa, gli olandesi sono meno propensi alla condivisione. La ministra della Salute Fleur Agema ha detto che prima di donare i vaccini, deve assicurarsi che i Paesi Bassi abbiano abbastanza dosi. All’estremo opposto c’è la Russia che rifiuta qualsiasi approccio scientifico e, probabilmente in riferimento all’elevato numero di infezioni tra gli omosessuali, si affida più ai «valori tradizionali» che ai vaccini per il contenimento dei contagi.
In ogni caso, secondo gli esperti il Mpox non è un nuovo Covid. L’Ecdc, inoltre, ha fatto sapere che i vaccini usati durante la campagna vaccinale della precedente epidemia sembrano avere un’efficacia contro il ceppo I simile a quella contro il ceppo II, anche se non ci sono ancora studi completi su tutte le varianti.