Ieri pomeriggio presso la stampa della Camera dei Deputati è stata presentata una proposta di legge di iniziativa popolare, che è possibile sottoscrivere via Spid sulla piattaforma digitale pubblica del ministero della Giustizia, per il ritorno al nucleare nel mix della produzione elettrica nazionale, come soluzione più economica e sostenibile per perseguire gli obiettivi di neutralità climatica e sicurezza energetica.
Il nucleare di cui parla la proposta di legge non è quello futuro, di quarta generazione, o futuribile, la fusione, ma quello presente, cioè la terza generazione a fissione, che, secondo il nuovo fronte pro nucleare, per la continuità del servizio e l’affidabilità garantisce non solo l’azzeramento delle emissioni di anidride carbonica e standard assoluti di sicurezza per la salute umana e l’ecosistema, ma anche l’abbattimento dei costi del sistema elettrico.
A lanciare l’iniziativa è stato un comitato promosso da Azione con il segretario Carlo Calenda e dalla Fondazione Luigi Einaudi, con il presidente Giuseppe Benedetto, a cui partecipano scienziati, accademici e giornalisti esperti di temi economici e ambientali, una rete di organizzazioni di discussione e mobilitazione pubblica – Associazione Italiana Nucleare, Avvocato dell’Atomo, Nucleare e Ragione, Giovani Blu – che da anni contestano l’egemonia scientifico-culturale della vulgata anti-nuclearista e due organizzazioni che nella loro storia erano state inizialmente schierate sul fronte anti-nucleare: il partito di Radicali italiani e l’associazione ambientalista Amici della Terra.
Con una sfida rivolta trasversalmente a tutte le forze politiche, i promotori della proposta hanno spiegato che soddisfare la domanda elettrica attesa in Italia per il 2050, superiore al doppio degli attuali 320 TWh, puntando solo su fonti rinnovabili, per loro natura intermittenti, rischia di essere impossibile dal punto di vista pratico e sarebbe in ogni caso insostenibile sia dal punto di vista economico, con maggiori potenze da installare (tra i settecento e i novecento GW), che dal punto di vista ambientale, per il consumo di suolo (stimati tra gli undicimila e i quindicimila km quadrati, superiori a quelli della Regione Campania). Il mix di rinnovabili e nucleare risulterebbe quindi la soluzione più razionale e tecnologicamente più innovativa per soddisfare il fabbisogno energetico e minimizzare le emissioni climalteranti.
I promotori, che hanno considerato l’opzione del referendum, tecnicamente però impercorribile vista la natura puramente abrogativa dell’istituto referendario e l’assenza di una normativa da “ritagliare” per giungere allo stesso obiettivo, ritengono che la proposta di legge di iniziativa popolare possa comunque innescare una discussione pubblica in grado, se non di ribaltare, almeno di contrastare efficacemente il populismo energetico che contrassegna il dibattito sulla transizione green e aiutare all’interno delle forze politiche di destra e di sinistra le componenti riformiste ad affrontare il senso comune anti-nuclearista, tuttora molto diffuso.
Dal testo della proposta di legge emerge chiaramente che la logica e il disegno normativo non sono quelli di un “nucleare di stato”, ma della costruzione di un quadro di regole entro il quale gli operatori privati potranno operare, con proprie risorse e investimenti, secondo dinamiche di mercato e incentivi del tutto analoghi a quelli presenti nel settore delle energie rinnovabili. I tempi per la raccolta firme sono, per legge, fino a sei mesi, ma i promotori intendono raggiungere l’obiettivo molto prima, per anticipare la presentazione del disegno di legge del Governo, atteso entro fine anno, ma di cui sono ancora incerti i termini concreti, a partire da quello fondamentale: di quale tecnologia nucleare parla Pichetto? Di quella di oggi, di domani o di dopodomani?