È un signore minuto e sagace, Richard Geoffroy, l’ex chef de cave di Dom Pérignon, uno degli uomini che ha modellato la strada di questo vino straordinario e ha contributo a segnare la sua storia. E oggi, a settant’anni, si sente un uomo finalmente libero: «Ma la libertà è una conquista, ce la si guadagna» proclama sicuro in un colloquio a tu per tu con Gastronomika, durante la presentazione della nuova strada di Bellavista, sua attuale casa enologica. E continua: «Oggi mi sento libero, non sono geloso delle mie conoscenze e anzi sono felice di canalizzarle. E dopo ottanta vendemmie che sono riuscito a fare nella mia vita, perché ho viaggiato continuamente in tutti i continenti, è come se magicamente tutto fosse diventato chiaro, tutti i tasselli fossero al loro posto. La mia ultima esperienza in Giappone (dove l’enologo passa molto del suo tempo per dedicarsi a una produzione di sakè, ndr) è stata determinante. Se adesso tornassi in Champagne, dopo questa nuova avventura, cambierei alcune delle cose che ho fatto. Ed è questa esperienza composita che mi porta qui e mi dà grande slancio».
E infatti non c’è solo il Giappone nella sua vita professionale: oggi, il guru dello Champagne è il mentore di Francesca Moretti, enologa e seconda generazione del gruppo che produce Bellavista, in Franciacorta. Il tocco di questo uomo innamorato dell’Italia fin dall’adolescenza, quando coi suoi veniva in vacanza al logo di Como e Maggiore, è inequivocabile, soprattutto in produzione. Anche se: «È solo l’uva che conta davvero» quando si fa il vino. Ma la sua impronta qui è marcata e determinante, e porta il savoir faire francese in un territorio che lui definisce «ancora poco esplorato, con enormi potenzialità da cogliere».
La sua attività principale in Giappone, che sta caratterizzando questa seconda parte della sua vita professionale, lo sta seducendo, e pensa che questa nazione, insieme all’Italia e alla Francia, siano i Paesi del bello, uniti da una visione e da uno stile peculiare che li rende unici, con qualche differenza: «Gli italiani, come i giapponesi, non sono consci delle loro qualità e spesso chi li vede da fuori li ammira e apprezza più di quanto facciano loro. I giapponesi in questo senso sono persino peggio degli italiani: hanno un grande senso di collettività che impedisce loro di lavorare sull’esaltazione delle individualità. Ma anche voi in questo dovete ancora migliorare: avete un patrimonio meraviglioso che troppo spesso non vedete».
I principi su cui si basa sono da sempre tre, armonia equilibrio e complessità, che sostiene e promuove nel suo lavoro quotidiano nel mondo del vino. E li sta portando anche qui in Franciacorta, con il tramite di Francesca Moretti, con cui sta condensando in un nuovo progetto il bagaglio d’esperienza che ha maturato in giro per il mondo. E già nei primi due anni di affiancamento si sono visti molti cambiamenti, che vanno a completare l’approccio fusional tra vigna e cantina già presente qui al suo arrivo: il team è riuscito ad assorbire il know how e l’enologo francese ha già apprezzato una crescita impressionante, sostenuta da una sana competizione tra i comparti che lavorano al progetto: «È la cosa più elettrizzante, quella che mi sta dando maggiori soddisfazioni e che mi sta facendo imparare di più, qui. Questa voglia sana di competizione tra i reparti, di eccellere per un miglior risultato finale collettivo. E questo abbraccio di una famiglia accogliente, che tiene insieme tutti. Qui mi sento bene, ho ritrovato energia e voglia di portare avanti un progetto di spessore. Alla fine, le persone sono parte del terroir».
Terroir franciacortino che insieme al fattore umano ha davvero colpito Geoffroy, che pensa sia ancora in gran parte da esplorare, e con un potenziale intatto. Per l’enologo qui c’era già una buona base, ma bisognava lavorare sul focus, che rimane l’uva, imparando a lavorare alla verifica puntuale dei livelli di maturazione, con controlli precisi sul frutto e poi pensando al resto, al lavoro in cantina. Come sottolinea Francesca Moretti: «È già nella natura di questa terra quel potenziale: non abbiamo bisogno di grandi lavorazioni, ed è questa la nuova strada che abbiamo deciso di intraprendere. Negli ultimi tre anni abbiamo lavorato a una maggiore parcellizzazione delle vigne e a una maggiore attenzione alla viticoltura, che ha portato a tantissime sperimentazioni: nello stesso vigneto, per esempio, lavoriamo in maniere differenti. Una parte viene lavorata con una pacciamatura con materiali naturali di scarto delle vigne, un’altra con letame, lasciando che l’architettura delle vigne sia più libera, così che l’apparato fogliare vada a coprire maggiormente i grappoli, per creare un ambiente più fresco ed evitare il più possibile le scottature. Ma anche per mantenere la freschezza e l’acidità dei grappoli, per allungare il momento della raccolta senza raccogliere uve sovramature, che rimane uno dei grandi temi di questi anni. Ovviamente a questo segue un lavoro in cantina, legato al gusto del frutto, con una divisione dei nostri 200 ettari in 129 parcelle, tutte assaggiate una ad una, con l’idea del gusto che deve caratterizzare il vino in bottiglia. L’obiettivo di questo grande lavoro in vigna, cominciato vent’anni fa con Simonit & Sirch, è di lavorare sempre meno in cantina, per avere un’enologia sempre più leggera».
Da questa nuova strada nasce la storia di Alma Assemblage 1, che diventa il vino di punta di questa azienda che sposta il suo focus e guarda al vino del futuro con uno slancio diverso: una scelta di amicizia e famiglia, con un focus sul Pinot Noir, un uso più pacato del legno, e l’idea di fare di ogni annata un nuovo inizio, per bilanciare lo stile della cantina con le peculiarità della vendemmia. E una grande attenzione al tema centrale di questi anni, come sottolinea Moretti: «Dobbiamo prevedere che cosa succederà con il cambiamento climatico e prevenire quello che sarà: non possiamo rincorrere il cambiamento ma dobbiamo precederlo e anticiparlo. Essere contemporanei significa prevenire, e una vigna in salute è l’unico modo di gestire questa evoluzione climatica. Non abbiamo regole certe da seguire in questo momento così complesso, ma di sicuro prenderci cura delle vigne è prioritario».

