Circolo viziosoSmentendo le previsioni, il governo ammette la tragedia della produttività

Palazzo Chigi conferma che nonostante l’incremento dell’occupazione, il prodotto interno lordo aumenterà di poco, e sia gli investimenti sia i consumi saranno inferiori alle attese

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Va in pensione la NaDef, ovvero la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza. Al suo posto arriva il Piano strutturale di bilancio, più vincolante per l’Italia, che la impegna a tagli al deficit strutturale non solo per l’anno dopo, ma per i cinque successivi. Tuttavia, come spesso capita nel nostro Paese, anche quando tutto sembra cambiare, rimangono vecchie abitudini e vecchi vizi. 

Tra questi, per esempio, c’è il consueto ridimensionamento delle previsioni di crescita del Pil rispetto a quelle fatte in precedenza e il maggiore ottimismo rispetto alle stime di altri soggetti, istituzionali e non, italiani e soprattutto stranieri. E del resto è questo ottimismo che costringe poi a fare marcia indietro l’anno successivo.

Così, per il 2024, l’esecutivo vede un incremento del prodotto interno lordo dell’uno per cento, che è più del +0,8 per cento vaticinato dalla Commissione Europea a settembre e del +0,7 per cento previsto dal Fondo Monetario Internazionale a luglio, anche se perlomeno è in linea con quanto aveva stimato l’Istat. Ma con la revisione dei Conti economici nazionali i numeri del nostro istituto di statistica potrebbero cambiare ancora. 

Ma, soprattutto, i dati del Piano strutturale di bilancio contraddicono la NaDef dell’autunno del 2023, mostrando che avevano ragione coloro che un anno fa avevano alzato un sopracciglio davanti alla previsione di una crescita dell’1,2 per cento nel 2024, per non parlare di quella dell’1,9 per cento fatta a fine 2022. Guarda caso anche per il 2025 il +1,4 per cento della NaDef di un anno fa diventa un +1,2 per cento oggi, mentre il Governo trasferisce l’ottimismo, per quanto moderato, sul 2026, che dovrebbe vedere un aumento del Pil dell’1,1 per cento, superiore a quello previsto nel 2023. 

Migliore è il panorama offerto dai dati sul deficit e sul saldo primario. Nonostante l’impatto negativo del Superbonus sui conti del 2023, almeno per quanto riguarda il 2024 e il 2025, grazie a un maggior gettito, i deficit dovrebbero risultare inferiori rispetto a quanto stimato meno di un anno fa. Per quest’anno  si prevede un deficit del 3,8 per cento, rispetto al 4,3 per cento precedentemente stiamto.  invece del 4,3 per cento. Dovremmo addirittura raggiungere in anticipo l’avanzo primario, con le entrate che dovrebbero superare le uscite, interessi esclusi, dello 0,1 per cento.

Dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze

Il maggiore gettito è stato anche dovuto a una crescita dell’occupazione che ha superato le aspettative precedenti, sia nel 2023, sia nel 2024. Quest’anno, per esempio, secondo il Governo dovrebbe essere dell’1,2 per cento, mentre la NaDef di un anno fa la vedeva allo 0,7 per cento. Allo stesso modo, il tasso di disoccupazione arriverà al sette per cento, e al 6,6 per cento nel 2025. Sempre a fine 2023 le stime la vedevano rispettivamente al 7,3 e al 7,2 per cento.

Dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze

Ma allora, la domanda sorge spontanea: perché, se l’occupazione va meglio e ci sono più lavoratori che generano più entrate per lo Stato, invece il Pil non cresce di pari passo? Un indizio viene dall’andamento dei consumi, che nel 2023 sono aumentati meno di quanto preventivato un anno fa, ovvero dell’uno invece che dell’1,3 per cento e che, soprattutto, nel 2024 dovrebbero salire solo dello 0,2 per cento, quando le previsioni precedenti erano di un +1,3 per cento. La maggiore spesa pubblica e il saldo positivo tra esportazioni e importazioni, favorito anche dal calo dei prezzi delle materie prime, non sono sufficienti a compensare queste defaillance. Anche perché pure gli investimenti, quelli veri, non quelli legati al Superbonus che hanno gonfiato i numeri del 2023, saranno meno del previsto, sia quest’anno che nel 2025.

Dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze

Il dato più eclatante, però, è quello relativo ai consumi: cosa provoca un loro andamento così stagnante e ben al di sotto delle previsioni di un anno fa, nonostante il solido incremento dei lavoratori? È il vecchio e annoso tema della produttività, che non c’è, non cresce o cresce molto meno di quanto si sperava e il Governo lo ammette tranquillamente nel suo documento programmatico più importante.

Ammette che nel 2023 il Pil per ora lavorata e quello per persona occupata sono addirittura scesi dell’1,7 e dell’1,1 per cento: ogni nuovo posto di lavoro è stato meno produttivo di quelle già esistenti. Lo stesso accadrà nel 2024, quando questi due indicatori dovrebbero scendere dello 0,4 e dello 0,3 per cento. Un anno fa le previsioni sulla produttività del lavoro in generale erano migliori: il dato sarebbe dovuto scendere dello 0,5 per cento del 2023, ma salire della stessa percentuale quest’anno. E invece no, come sempre l’aumento è rimandato al futuro, perlomeno per lo scenario programmatico, visto che per quello tendenziale, senza provvedimenti legislativi, rimarrebbe pressoché ferma anche nel 2025.

Dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze

È un classico: quando si guarda al futuro, soprattutto quello più lontano, la produttività è una parte determinante della crescita del Pil. Nella NaDef del 2022 si immaginava che avrebbe avuto un ruolo decisivo nel 2023, nel 2024 e nel 2025, e che sicuramente avrebbe contribuito per più del venticinque per cento all’espansione dell’economia. Già l’anno scorso c’è stato un ridimensionamento: il Governo ha ammesso che, per esempio, quest’anno solo lo 0,2 per cento della crescita sarebbe stato dovuto all’aumento della produttività totale dei fattori, mentre la parte del leone l’avrebbero fatta il lavoro, tramite l’incremento dell’occupazione, e il capitale, con i maggiori investimenti. 

Con il Piano strutturale di bilancio arriva un’altra doccia fredda, per l’esecutivo nel 2024 e nel 2025 tale produttività accrescerà il Pil solo dello 0,1 per cento, e contribuirà per meno del dieci per cento alla sua crescita. Solo nel 2026 per qualcosa in più, ovvero per il 18,6 per cento.

 

Dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze

L’ennesimo copione già visto: non solo la produttività – il vero motore dell’aumento di lungo periodo del Pil – scarseggia, ma soprattutto il Governo non sembra non capire perché succede e quali sono le dinamiche che innescano la sua carenza e che determinano un aumento occupazionale che non genera vera crescita. E forse è questa la vera cattiva notizia, ancora più del dato in sé.

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