«Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica in quattro e quattr’otto. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» (Tancredi Falconieri, nipote di don Fabrizio Corbera, Principe di Salina ne “Il Gattopardo”).
Lo stato dell’Unione europea dopo le elezioni ricorda il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, con le apparenti trasformazioni nella vita e nella società siciliana durante il Risorgimento, dal momento del trapasso dal Regno Borbonico alla transizione unitaria del Regno d’Italia insieme alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi, con la decadenza della nobiltà e il prevalere della borghesia – oggi diremmo «capitalista» – assetata di potere economico e pronta a compromettersi con la Casa Sabauda.
La scorsa settimana, dal loggione virtuale del Parlamento europeo, abbiamo assistito alle inedite e inutili sceneggiate di uno scontro tra la presidente uscente e, al contempo, entrante della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il «legittimo» presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, Viktor Orban. Quest’ultimo è anche il leader di fatto del terzo gruppo politico nell’emiciclo, composto dai «patrioti», che include il Partito della Libertà austriaco, fresco vincitore delle recenti elezioni legislative nel paese natale di Adolf Hitler, e il Partito della Libertà olandese, anch’esso reduce da una vittoria, sebbene meno recente. Al gruppo si uniscono anche gli indipendentisti fiamminghi, vincitori in patria, il Rassemblement National, che ambisce a conquistare l’Eliseo nel 2027, la Lega di Salvini, ancora avvinghiata al governo Meloni, e i neofranchisti di Vox, fino a qualche mese fa hand and glove (per usare la più elegante espressione inglese di quella più volgare italiana e spagnola) con Giorgia Meloni, loro temporanea musa ispiratrice. Poi danesi, greci, lettoni, polacchi, portoghesi e cechi tutti con simpatie neofasciste.
Oltre a cantare Bella Ciao e a esibire il pugno chiuso, la Left, una parte minoritaria della sinistra europea, non ha fatto nulla per convincere socialisti, verdi e liberali a esigere dal Consiglio europeo di sottrarre a Viktor Orban la sedia di Presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea. Del resto, socialisti e verdi, insieme ai liberali, si sono ben guardati dall’andare fino in fondo per denunciare il caos istituzionale provocato dal governo illiberale ungherese.
Con la stessa mancanza di logica, gli europeisti hanno evitato di chiedere all’ineffabile Charles Michel – quello del sofà offerto ad Ankara alla sua collega Ursula sotto gli occhi divertiti di Erdogan – le ragioni per cui ha deciso di rendere omaggio a Viktor Orban a casa sua, portando nelle sontuose sale del Palazzo Sandor l’iraconda Ursula von der Leyen, che non vorrà certo mancare all’appuntamento con la storia con la “s” minuscola, insieme alla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e a ventisei Capi di Stato e di Governo. Questi ultimi, si saranno scambiati il giorno prima inutili convenevoli con i loro colleghi della inutile Comunità Politica Europea, il cui unico interesse mediatico sta nello stabilire la lista degli assenti.
Al di là della sceneggiata in omaggio ai parlamentari da parte dei due leader delle istituzioni europee, nulla è cambiato: Viktor Orban continua a dirigere il suo governo dal 2010 in spregio dei valori e delle leggi europee, avendo ricevuto da Ursula von der Leyen alla fine del 2023 oltre dieci miliardi di euro (una moneta che tuttavia non circola ufficialmente a Budapest). Le farraginose regole europee dell’articolo 7 del Tue (Trattato sull’Unione Europea) hanno finora impedito di togliere al paese magiaro il diritto di voto nel Consiglio dell’Unione, nel Consiglio europeo e negli organi intergovernativi.
Nel frattempo, il Ppe – e cioè il Partito popolare europeo dell’iraconda Ursula von der Leyen – stringe accordi parlamentari con i patrioti guidati dietro le quinte da Viktor Orban, con i conservatori dell’Ecr (Gruppo dei conservatori e riformisti europei) attualmente teleguidati da Giorgia Meloni, ma destinati a passare presto sotto la leadership del polacco Morawiecki. Il Ppe collabora anche con ben ventidue partiti nazionali e con l’Europa delle Nazioni Sovrane, guidata dalla tedesca Afd (Alternative für Deutschland), fresca vincitrice in Turingia e Sassonia, ma con ramificazioni di estrema destra in Bulgaria, Francia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. Questi quattro gruppi, solo apparentemente rivali, formano con trecentosettantasette parlamentari la maggioranza assoluta nell’Assemblea, e possono quindi cercare di gettare alle ortiche l’accordo della maggioranza europeista, raggiunto il 18 luglio con il voto di fiducia a Ursula von der Leyen.
L’accordo, apparentemente contro-natura, fra i quattro gruppi di centrodestra – che in alcuni casi si sono rifiutati di governare insieme nei loro paesi, ma che in altri casi hanno stretto senza nessuna perplessità e coerenza alleanze regionali o nazionali per conquistare il potere prescindendo dai valori dell’europeismo e della difesa dello stato di diritto– è stato per ora sfruttato per la preparazione delle audizioni dei candidati-commissari e per difendere i «loro» candidati popolari, conservatori e patrioti, sapendo che la maggioranza della futura Commissione potrebbe essere politicamente – e non solo numericamente – controllata dal Ppe.
E lo sarà ancor di più quando si tratterà di cercare di demolire il Patto Verde Europeo, di far evaporare le condizionalità relative al rispetto dello stato di diritto nell’uso dei fondi europei, e di annacquare gli impegni in ambito sociale. Il segnale significativo della distribuzione dei portafogli, con la sparizione della parola «occupazione» e l’attribuzione della «unione per l’uguaglianza» alla commissaria belga Lahbib, responsabile della protezione civile, ne è un chiaro esempio. E sarà evidente anche quando si tenterà di gestire il nuovo Patto di stabilità con rigore frugale, creando non pochi problemi al governo Meloni, mentre la revisione dei trattati, osteggiata dai partiti dell’inedita alleanza tra i quattro gruppi, sarà rimandata a tempo indeterminato. In questo contesto, si intende «proteggere» le frontiere dai presunti rischi di invasione da parte dei richiedenti asilo, demolendo allo stesso tempo l’accordo di Schengen, sostenuto da governi di centro-sinistra. E, last but not least, quando si tenterà di relegare cultura e educazione a politiche marginali.
Vedremo quale sarà la capacità di coesione europeista fra socialisti, liberali e verdi, e se saranno in grado di rovesciare il tavolo politico all’interno del Ppe, facendo appello ai partiti che si ispirano all’universalismo cristiano e all’europeismo di Adenauer, di De Gasperi e di Schuman, che cozza con l’ostilità antieuropea dei patrioti, dei conservatori e dei sovranisti per non parlare delle posizioni radicalmente divergenti in politica estera.
Il destino della legislatura non è ancora definitivamente segnato in negativo e bisognerà usare fino in fondo la determinazione di alcuni futuri commissari, gli spazi delle regole parlamentari nelle procedure legislative, i poteri di iniziativa e di controllo politico del Parlamento europeo ma, soprattutto, la mobilitazione delle organizzazioni rappresentative della società civile nella difesa attiva dei valori europei sfruttando gli strumenti delle iniziative dei cittadini europei, delle petizioni, dei ricorsi alla Corte di Giustizia e all’Ombudsman, dei nuovi intergruppi e di una parte della stampa libera a Bruxelles e nei paesi membri.
Nei prossimi mesi ci saranno tre scadenze importanti tramite le quali cui si potrà verificare se la nuova Commissione sarà coerente con la maggioranza europeista – che ha dato la fiducia alla sua presidente – o se si piegherà allo sciagurato accordo fra i quattro gruppi di centro-destra. La prima è la scelta di adottare il rapporto Draghi come bussola delle politiche europee. La seconda riguarda il piano della Commissione sul futuro dell’Europa, nel quale Ursula von der Leyen si è impegnata a coinvolgere il Parlamento europeo, ma quest’ultimo non ha ancora chiarito come intenda partecipare, a eccezione del mantra grottesco di una sempre più esigua minoranza che insiste sul metodo confederale della Convenzione. Infine, l’ultima scadenza sarà rappresentata dalle proposte sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2032, che includeranno le risorse proprie e la creazione di nuovo debito europeo, necessaria per garantire il livello ambizioso di investimenti richiesti per beni pubblici europei.
Come nel 1980, quando il Parlamento europeo rispose all’immobilismo dei governi con l’iniziativa spinelliana del «Coccodrillo», l’inevitabile conflitto fra l’Assemblea e il Consiglio sul bilancio dovrà essere l’occasione per lanciare un metodo democratico costituente. Al lavoro e alla lotta per superare lo scoglio del gattopardismo europeo.