Solo in un Paese che abbia perso completamente ogni bussola morale, istituzionale e politico-culturale potevano apparire normali dichiarazioni come quelle pronunciate venerdì, e poi ancora sabato e domenica, da Giorgia Meloni e da tutto il suo governo, con l’ormai abituale ma non per questo meno scandalosa partecipazione del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che si è unito per ben due volte al coro contro la magistratura. Colpevole di avere semplicemente applicato le norme, dovendo tenere conto da un lato della sentenza emessa dalla Corte di giustizia europea sulla necessità che i cosiddetti Paesi sicuri siano tali per ogni categoria di persone, dall’altro del fatto che i Paesi di provenienza dei migranti in questione erano definiti dallo stesso ministero degli Esteri sicuri, ma «con eccezioni per alcune categorie di persone», vale a dire, nel caso ad esempio dell’Egitto, «oppositori politici, dissidenti, difensori dei diritti umani» (e hai detto niente).
Di qui la scontata decisione dei giudici italiani, che hanno imposto di portare in Italia anche i dodici migranti rimasti in Albania (su sedici che ci avevamo spedito, in tutto), scatenando le reazioni furibonde di cui sopra. Tra le quali meritano una speciale menzione le dichiarazioni del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ha parlato di «sentenza abnorme» e della necessità che la politica intervenga. Ma qui di abnorme ci sono solo le parole della presidente del Consiglio e dei suoi colleghi (quelle di Matteo Salvini non le cito nemmeno), contro i magistrati e contro gli oppositori accusati di comportarsi da anti-italiani. Per non parlare del decreto con cui oggi non si capisce cosa vorrebbero fare: imporre la diretta dipendenza di tutti i magistrati da Palazzo Chigi? Stabilire il primato della legge italiana sulle norme europee? Dichiarare sospesi la Costituzione italiana e i trattati istitutivi dell’Ue?
In tanta desolazione, c’è almeno da augurarsi che le dichiarazioni del Guardasigilli mettano fine una buona volta a un equivoco che non avrebbe mai dovuto nascere e che lo ha fatto qualificare per anni come liberale e garantista: un ex magistrato salito agli onori delle cronache per le sue inchieste su partiti di sinistra, e come tale divenuto immediatamente principe dei commentatori di cose giudiziarie sui mezzi di comunicazione schierati con il centrodestra, nonché suo principale campione nella battaglia contro i magistrati politicizzati. Per meriti, evidentemente, acquisiti sul campo.
Ma se l’apprezzamento della destra è facile da capire, la diffusa passione per Nordio di un certo genere di intellettuali e politici liberali, e persino progressisti, a cominciare dal suo grande estimatore Matteo Renzi, si spiega solamente con la distorsione di un dibattito pubblico che ha perso qualunque ancoraggio al merito dei problemi e alla realtà delle cose. E che rischia ancora una volta di sviare l’opinione pubblica. Proprio chi vorrebbe vedere la magistratura ricondotta entro i giusti limiti delle sue funzioni, da cui ha potuto tracimare negli anni novanta grazie all’enorme prestigio conquistato col sangue versato nella lotta alla mafia e al terrorismo, dovrebbe capire che non è lasciandola sola a combattere in difesa dello stato di diritto e della democrazia che si può sperare di riportarla al suo ruolo costituzionale. Sia nel caso in cui quest’ultima battaglia dovesse vincerla in solitudine, perché ciò la renderebbe ancor più intoccabile, sia nel caso in cui dovesse perderla, perché non ci sarebbero più, di fatto, alcuna Costituzione democratica né alcuna separazione dei poteri da difendere.