Abbiamo dunque scoperto il melonismo come fase suprema del berlusconismo. Forse più tosta, potenzialmente più inquietante. Perché Silvio Berlusconi, stringi stringi, attaccava la magistratura soprattutto per difendere sé stesso e le proprie aziende: era un uso fondamentalmente personale della battaglia contro i pubblici ministeri e poco gl’importava del garantismo come filosofia di un diritto inteso civilmente, o dello stato delle carceri, o dei diritti dei poveri cristi. Magari i berlusconiani più intelligenti la mettevano così, ma non lui.
Con il melonismo-salvinismo la questione è diversa. Premier e vicepremier attaccano la magistratura seguendo certo gli stilemi classici del berlusconismo (vogliono rovesciare il governo «eletto dal popolo»), ma con un tasso di politicità generale in più. La magistratura non è solo contro la premier, ma contro una politica. Pertanto, «si facciano eleggere».
Di qui il naturale passo successivo è la mobilitazione dei propri elettori contro il «partito dei magistrati»: Silvio ci andò molto vicino – ricordiamo l’adunata dei suoi parlamentari sulla scalinata del palazzo di giustizia di Milano – ma non arrivò al punto di rottura.
Come Berlusconi, Meloni mobilita un pezzo di Italia con la televisione, brandendo la Rai molto più di Silvio (altro che Aventino bisognerebbe fare), e tocca a Carlo Nordio, il «garantista», fare la parte del giacobino ma nel senso reazionario del termine. «Noi rispondiamo al popolo, se il popolo non è d’accordo con quello che facciano noi andiamo a casa», ha detto il ministro. E no, mentre governate non siete legibus solutus, caro ministro «garantista»: questo è trumpismo.
Da parte sua Matteo Salvini a Palermo ha penosamente imitato il padrone della Fininvest, ma siamo sempre nell’ambito di una questione personale (infatti c’erano solo i leghisti), mentre la presidente del Consiglio dà l’idea di voler sfidare l’ordine della magistratura «in ogni modo», come diceva il Caimano di Nanni Moretti – quando si dice corsi e ricorsi – anche se per ora solo con il Tg1 e l’arma del decreto legge, quello che verrà varato domani, ma tutto lascia supporre che la cosa non si fermerà qui.
Il fatto è che Meloni ha individuato il punto di caduta di tutte le sue paranoie e in questo senso la magistratura è la perfetta sua valvola di sfogo. Per ora ha spaccato l’Italia. Sapendo che sulla questione generale dell’immigrazione una buona parte del Paese è con lei, quella parte che detesta i giudici e l’Europa, gli «imputati» della premier, perché alla fine a mezza Italia e forse più importa poco di leggi e sentenze e il messaggio vittimistico di Meloni passa eccome. Per tutte queste ragioni stiamo assistendo a una sorta di «trumpizzazione» della destra italiana nel senso di un uso massiccio della falsificazione della realtà non ancora violento. Ma nessuno può giurare che la situazione non degeneri.