«E lei non si è spaventato?», chiese Martin Heidegger al giornalista. «Io sono rimasto scioccato», continuò il filosofo. È uno dei passaggi più drammatici della celebre intervista a Der Spiegel del 1966, secretata poi per sua espressa volontà e disvelata dieci anni dopo, a cinque giorni dalla sua morte. Una conversazione profonda, a tratti anche inospitale per l’autore, acclamato e contestato, de “La questione della tecnica”. È lo scritto famoso dove Heidegger, tra pensieri densi e rapide esternazioni, dichiarerà anche la morte della filosofia e la sua sostituzione con la cibernetica. Ma che cosa lo aveva turbato così tanto? Il filosofo racconta del terrore che gli avevano procurato le prime immagini del pianeta Terra (visto nella sua sfericità) scattate dall’orbita lunare. La visione di quelle fotografie lo aveva precipitato nell’angoscia.
Ma che cosa avevano di così terrificante quegli scatti? In quelle righe Heidegger non lo dice espressamente. Parla del sentimento che gli avevano suscitato, indica l’oggetto che aveva prodotto quello stato d’animo, ma non chiarisce le motivazioni del suo smarrimento. Quello scambio d’impressioni di allora evoca oggi l’orizzonte esplorativo sull’intelligenza artificiale generativa di questa mia incursione filosofica (“Il pianeta latente”) e del trittico speculativo che la compone (”L’ultima parola”, ”L’occhio assente”, ”L’atto osceno”). È giusto, allora, raccontare quel momento in questo avvio perché illumina il percorso e restituisce il senso di questa esplorazione.
Non avendo Heidegger esplicitato le ragioni del suo spavento, dobbiamo esercitarci con un po’ di ricostruzioni. Con soli due elementi investigativi a supporto: quel contenuto fotografico che arrivava dallo spazio e il suo modo filosofico denso di guardare al mondo. Intanto quelle immagini terrificanti per il filosofo: pubblicate poco prima dell’intervista sui giornali dell’epoca con grande risalto, ritraevano il nostro pianeta catturato in bianco e nero dall’occhio fotografico di una sonda orbitale (in particolare si trattava di Lunar Orbiter 1), un dispositivo di ricognizione che preparava l’allunaggio delle missioni Apollo di quegli anni attraverso immagini fotografiche e cartografiche lunari.
La resa visiva del nostro pianeta in quelle immagini non fu straordinaria. Gli scatti stessi furono casuali essendo la Luna l’obiettivo della missione fotografica e non la Terra. Ma l’impatto che ebbero fu rimarchevole. Per la prima volta la Terra appariva all’umanità nella sua sfericità. Le fotografie restituirono l’immagine di un pianeta spoglio, cupo e arido, avvolto nel nero dello spazio circostante insieme a uno scorcio desertico di superficie lunare. Furono quelle fotografie a impressionare il filosofo. Nulla a che vedere con quelle colorate e più consolanti, poi divenute iconiche, scattate dagli astronauti negli anni successivi (1968 e 1972).
Da dove derivava, allora, quel turbamento di Heidegger? Si può intuire dal contesto che ad angosciarlo fu soprattutto il carattere automatico, robotizzato e senza intervento umano di quella visione. L’assenza umana, dunque, da una procedura cognitiva e decisionale così significante per l’umanità. Era la conferma nefasta dell’avverarsi del dominio planetario della tecnica che Heidegger era venuto prefigurando nei suoi scritti.
Poi, certo, c’era anche la stranezza in sé dello scatto perché anche la composizione visiva risultava straniante. Tetre e austere, davano un senso di vertigine e di spaesamento a guardarle con l’immagine della Terra posta in verticale rispetto all’orizzonte della Luna. Certamente non erano immagini familiari per l’occhio umano. D’altro canto, nello spazio extraterrestre alto e basso, destra e sinistra, verticale e orizzontale perdono il significato che hanno nell’esperienza umana terrestre. Erano immagini «oscene», in un certo senso, perché non rispecchiavano il comune senso dell’umano e del nostro abitare esperienzialmente il pianeta Terra. A guardarle ancora oggi non sono immagini gradevoli e che consolano. Sono immagini che turbano e sconcertano. E che richiederebbero, questo è il punto, un pensiero sovrumano e oltreumano per acquisire il giusto significato e, quindi, venire accolte.
Per Heidegger fu uno shock. Che confermava in realtà quanto il filosofo già pensava del rapporto di dominazione della tecnica sull’umano e di sradicamento terrestre della condizione umana. Ma il turbamento non fu solo del filosofo, a conferma di una questione antropologica più ampia che si apriva. Così quello sguardo impossibile per l’umano e quelle viste troppo impopolari vennero addolcite e rese meno inumane. Infatti, nelle pubblicazioni successive, si ruotò intenzionalmente quello scatto da verticale in orizzontale in modo che l’immagine della Terra dalla Luna assomigliasse a una più conosciuta alba. Earthrise: il sorgere della Terra dalla Luna doveva essere reso culturalmente più familiare.
Questo racconto ci introduce al centro di questo saggio perché la condizione umana che viviamo oggi richiama quel senso di turbamento che l’umano ha vissuto un tempo. E che ora ritorna nel fronteggiare quella tecnologia che, volgarmente e storicamente, chiamiamo «intelligenza artificiale». Di nuovo, un orizzonte in cui si producono scene e viste insolite e perturbanti sul nostro mondo e sul nostro futuro, le cui ansie cerchiamo di sedare invocando l’umanesimo invece di promuovere, in positivo, la necessaria innovazione culturale che ci consentirebbe di leggere e orientare al meglio le trasformazioni planetarie in corso (senza nasconderci le complessità e le rischiosità che ogni terraformazione comporta). Perché, sì, questa di cui stiamo facendo esperienza è una nuova terraformazione. Non è una semplice innovazione.
Tratto da “Il pianeta latente” (Egea) di Cosimo Accoto, pp. 144, 18,00€
