Rotta atlanticaAlle Canarie il calcio è uno strumento di inclusione sociale per i migranti

Nell’arcipelago al largo delle coste africane arrivano sempre più spesso persone che partono dal Gambia o dal Senegal. Qui le associazioni sportive, i principali club professionistici e alcuni calciatori danno il loro contributo dimostrando di non volersi voltare dall’altra parte di fronte a una grande crisi umanitaria

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Il minuto di silenzio è una ricorrenza comune negli stadi di calcio. Viene osservato per commemorare solitamente grandi campioni del passato scomparsi di recente. Ma quello di sabato 5 ottobre al Heliodoro Rodríguez López di Santa Cruz de Tenerife è stato diverso. Non si è rimasti in silenzio per un decesso del mondo del calcio, ma per l’ennesima tragedia che ha colpito le isole Canarie, la morte di nove migranti al largo delle coste di El Hierro, la più piccola e occidentale delle isole dell’arcipelago spagnolo. Facevano parte di un gruppo di ottantaquattro persone che aveva lasciato l’Africa su un’imbarcazione ovviamente precaria: solo ventisette sono state salvate, mentre quarantotto risultano tutt’oggi disperse in mare.

Quando è stata resa nota la notizia, nella settimana precedente alla partita di sabato contro il Cartagena, lo stesso Tenerife – uno degli storici club locali, militante nella seconda divisione spagnola e conosciuto anche per il gruppo ultras antifascista Frente Blanquiazul – ha comunicato sui suoi canali social l’intenzione di osservare un minuto di silenzio «per tutti coloro che hanno perso la vita nel dramma umanitario dell’immigrazione». Sebbene meno discussa rispetto ad altre, la rotta migratoria che dalle coste africane punta verso le Canarie è una delle più sfruttate e anche delle più letali. Dall’inizio del 2024, più di ventisettemila migranti sono approdati nell’arcipelago, ma ben settecentottantuno sono invece annegati nelle acque dell’Atlantico.

La rotta del calcio
La rotta atlantica è relativamente recente, ma è divenuta in poco tempo una delle principali per chi cerca di entrare in Europa: consente di evitare i lager libici e i controlli alle frontiere marocchine. La via di Ceuta e Melilla – che nel 1994 veniva rocambolescamente superata dai genitori di Iñaki Williams, oggi punta dell’Athletic Bilbao e all’epoca nella pancia della madre – oggi è sempre meno conveniente, e questo sta costringendo a spostare sempre più verso sud il punto di partenza delle imbarcazioni. Con la principale conseguenza di rendere il viaggio più lungo e pericoloso, come ha spiegato a luglio a Open Migration Raúl Baez Quintana, operatore della Croce Rossa: i cayucos ora sono più grandi, trasportano più persone, e partono sempre più spesso dalle coste del Senegal o del Gambia, affrontando viaggi anche di una settimana. Le correnti oceaniche sono molto forti e le condizioni di navigazione precarie: spesso i cayucos perdono la rotta e si ritrovano dispersi in mare aperto.

A differenza di quanto succede altrove, il calcio canario ha preso molto sul serio il tema dell’accoglienza e del sostegno ai migranti. Fin dal 2022 il Tenerife organizza a fine giugno il Campus Sansofé, un evento che raccoglie un centinaio di minori non accompagnati arrivati sull’isola, che vengono ad allenarsi nel centro sportivo del club e a mettersi in mostra, nella speranza di attirare l’attenzione di qualche osservatore. Molti giovani migranti sognano di costruirsi una vita in Spagna attraverso il pallone, ma questo percorso è tutt’altro che semplice: in molti casi è infatti complicato ottenere il via libera dalla Fifa per essere tesserati da un club anche a livello giovanile, come dimostra il caso di Souleymane, un ragazzo maliano che nel febbraio del 2023 ha scritto una lettera proprio all’organizzazione di Zurigo per chiedere di cambiare le regole.

Sport e inclusione
Non è da meno il Las Palmas, l’altra società più famosa delle Canarie, quest’anno militante nella Liga e con uno dei settori giovanili più apprezzati di Spagna. I gialloblu di Gran Canaria hanno attivato da qualche anno l’iniziativa Proyectos Sociales, una squadra posta sotto l’ombrello della società e destinata proprio a giocatori minori non accompagnati, che rappresentano la stragrande maggioranza dei migranti che arrivano nell’arcipelago. Lo scorso gennaio, per la prima volta un calciatore formatosi con Proyectos Sociales ha esordito da professionista: si tratta di Aboubacar Bassinga, diciannovenne centrocampista ivoriano giunto nelle Canarie da solo cinque anni prima. Bassinga ha debuttato proprio con il Las Palmas in Coppa del Re, e in questa stagione ha disputato i suoi primi minuti in Liga ad agosto contro il Siviglia, prima di essere mandato in prestito al Mirandés, in seconda divisione.

Lo sport come strumento di inclusione sociale è anche al centro dei progetti della fondazione creata a Tenerife, nella sua isola natale, da Pedro Rodríguez Ledesma, trentasettenne leggenda del calcio spagnolo che oggi veste la maglia della Lazio. L’associazione lavora per fornire sostegno e assistenza in particolare ai minori che vivono in condizione di povertà nell’arcipelago, ma ha anche iniziative umanitarie attive in Africa.

Il calcio finisce allora per essere uno dei pochi appigli possibili per i migranti, mentre la politica locale e quella nazionale litigano sui fondi e i piani di redistribuzione dopo gli sbarchi, sullo sfondo di una nuova crisi umanitaria sempre più evidente. Nel frattempo, dopo la tragedia di fine settembre, la federcalcio spagnola Rfef ha inviato nelle Canarie oltre settemila capi di abbigliamento sportivo destinati ai minori non accompagnati, effettuando la sua più grande donazione di sempre. È poco, ma è una piccola testimonianza di un calcio che non si volta dall’altra parte.

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