Le parole sono importantiLa desensibilizzazione europea e gli «hub di concentramento» per i migranti

Sedici immigrati saranno trasferiti nei famigerati centri costruiti dall’Italia in Albania. Ma quello che colpisce è la neolingua con cui dall’Europa e dall’opposizione si parla di questi problemi, nel tentativo di sterilizzarne il significato, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

(AP Photo/Vlasov Sulaj) Associated Press / LaPresse Only italy and Spain

Come tutti sanno, oggi è il gran giorno in cui, per la prima volta, ben sedici migranti saranno trasferiti nei famigerati centri costruiti dal nostro paese in Albania. Ma se Ursula von der Leyen, nella lettera inviata lunedì ai leader dell’Unione in vista del Consiglio europeo che si aprirà domani, aveva parlato di «modi innovativi per contrastare la migrazione illegale», quali «gli hub per i rimpatri fuori dai confini europei», con un cauto riferimento anche al protocollo Italia-Albania («saremo in grado di trarre insegnamenti da questa esperienza»), ieri una portavoce della Commissione ha chiarito che «a oggi non è possibile per la legge europea avere questo modello». Vedremo come andrà a finire. Intanto, segnalo un interessante punto di vista sul lato meno considerato di questa vicenda, quello cioè della politica albanese, di cui Anita Likmeta scrive su Linkiesta.

In Italia, nel frattempo, l’opposizione si concentra sui costi esorbitanti del progetto – le cifre oscillano tra i 650 e gli 800 milioni – specialmente in rapporto al ridotto numero di migranti che le strutture sono in grado di ospitare. E anche sulle enormi complicazioni legali e burocratiche. Tutte obiezioni fondate, che però mi sembrano tradire un certo timore di affrontare la questione centrale, che resta una questione di principio e di diritto.

Personalmente, continuerei a considerare l’operazione profondamente inquietante anche se non costasse un centesimo, e non vedo come questo aspetto possa incidere sul giudizio che ne diamo. Semmai, anzi, concentrare le critiche su costi ed efficacia rischia di far passare l’idea che sul merito della scelta, in linea di principio, siamo tutti d’accordo. Devo anche dire, però, che sentir parlare di «hub per i rimpatri fuori dai confini europei», per usare le parole di Von der Leyen, mi fa un effetto anche peggiore, sebbene sia indiscutibile il primato in questo campo dell’Italia, e del Partito democratico in particolare, cambiando quel che c’è da cambiare, ai tempi degli accordi con la Libia sottoscritti dal governo guidato da Paolo Gentiloni, con Marco Minniti agli Interni e Matteo Renzi alla segreteria del partito. Ma anche l’orrenda neolingua in cui il concetto è espresso – l’hub per i rimpatri, neanche fosse un aeroporto – nel tentativo di sterilizzarne il significato, mi pare un segnale da non sottovalutare, circa la direzione imboccata dalla politica europea e dal dibattito pubblico su questi temi. Potremmo chiamarli hub di concentramento.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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