Tra l’Emilia e il WestLa Grande Paura di perdere tutte le elezioni (e di non sapere come uscirne)

Dalla Liguria alla Pennsylvania, passando per Perugia e Detroit, i democratici temono di diventare agli occhi dell’opinione pubblica il partito che non vince mai: un tunnel nero senza vie d’uscita con tratti epocali

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Ci sono momenti nei quali la sinistra, e il discorso vale tanto più per questa sinistra, diciamo così, un po’ alle prime armi, è assalita dalla Grande Paura che la gggente, una volta si diceva le masse, possa andare da un’altra parte rispetto a quella indicata dal comitato centrale. E per davvero stavolta avrebbe ragione Bertolt Brecht: non si può cambiare il comitato centrale mica per stalinismo ma perché obiettivamente nel Partito democratico (è di lui che stiamo parlando) non esiste un’alternativa né di leadership né di linea politica, ammesso che quella attuale sia una linea politica, per cui – dicono i saggi che sostengono Elly – la prova vera saranno le politiche, non prima. Il che non toglie che la Grande Paura sia a doppio stadio: perdere e non poter rimediare, condannandosi a perdere ancora. Qualcosa di molto più serio del famoso trend negativo di “Palombella rossa”: un tunnel nero senza vie d’uscita con tratti epocali. 

La Grande Paura si snoda nientemeno dalla Liguria alla Pennsylvania, passando per Perugia e Detroit, lungo un filo invisibile che collega le Regionali alle elezioni americane – tutto si tiene – e si sta solidificando in vista del responso delle urne liguri di lunedì. Se Andrea Orlando non ce la dovesse fare contro Marco Bucci al Nazareno non ci sarebbe alcuna conseguenza pratica ma per Elly Schlein sarebbe un cartellino giallo destinato a suscitare qualche nervosismo: lo stesso Orlando sarebbe il primo a seminare dubbi sulle recenti scelte della segretaria, a cominciare dal fatto di aver ceduto al veto che “Conte the killer” ha posto su Matteo Renzi: e metti che perda per due punti.

E poi l’Aventino parlamentare, la scarsa forza, ma è un eufemismo, del gruppo dirigente e della stessa leader, tutte cose che Orlando non dimentica. In attesa di un secondo cartellino giallo, l’Umbria, dove una sconfitta della tarquiniana Stefania Proietti porterebbe il risultato finale al temuto 2-1 per la destra, dando per scontata la vittoria di Michele de Pascale in Emilia-Romagna. «Se sarà 2-1 per loro – ragiona off uno dei massimi dirigenti del Pd – il bilancio sarebbe negativo perché su undici elezioni regionali (equiparando Trento e Bolzano a due regioni) sarebbero state vinte solo due, di cui una, la Sardegna, con presidente del Movimento 5 stelle (e con la coalizione del centrodestra però più avanti nel conteggio dei voti) e solo una su undici a guida Pd nella regione dove più è debole l’area Schlein, l’Emilia-Romagna».

Tradotto: sarebbe un partito che non vince mai, Emilia a parte. Tutto questo dentro un quadro politico nel quale Giorgia Meloni, malgrado l’uno-due Albania-ministero della Cultura, regge abbastanza bene e la strategia delle alleanze del Pd resta scritta sull’acqua sabbia, appesa agli scarti trasformistici di Giuseppe Conte e a una perdurante eclissi della gamba riformista. 

E su tutto domina la Grande Paura, quella vera, quella che taglia le gambe: una vittoria di Donald Trump che ormai si vive come una possibilità concreta darebbe un colpo mortale al progressismo su scala planetaria. Una roba in grado di scatenare gli spiriti animali di una destra mondiale che, se andasse così, potrebbe davvero fare partire un nuovo ciclo storico. Un incubo, per ora è solo un incubo.

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