ResistentiLe nuove banane pronte alla guerra

Pesti, temperature poco favorevoli, ecosistemi ormai inospitali: le specie vegetali devono fronteggiare numerose minacce. La scienza risponde con la più potente delle armi, la ricerca

@Chiquita Yelloway

Merito della sua praticità o del suo gusto, benché esotica, la banana è ormai parte del menu quotidiano tradizionale. L’aggravarsi delle condizioni legate alla coltivazione delle banane (ma non solo) aveva già messo in allerta i consumatori. «Addio, banane», si leggeva un po’ ovunque già dal 2016. Due agenti patogeni sembravano voler modificare le nostre abitudini alimentari.

Ma la ricerca scientifica alimentata dai grandi brand non dorme mai. Infatti Chiquita, insieme ai partner del progetto Yelloway KeyGene, MusaRadix e Wageningen University and Research (Wur), ha annunciato l’arrivo di Yelloway One (YW01), un ibrido di banana resistente al Tropical Race 4 (Tr4) e parzialmente resistente al Black Sigatoka, due delle malattie fungine più devastanti che minacciano la produzione globale di banane.

Nato nel 2020, il progetto Yelloway combina la ricerca scientifica all’avanguardia con tecnologie avanzate di selezione, con l’obiettivo di creare varietà di banane resistenti sia alle malattie patogene che alle pressioni ambientali. Il risultato? Un frutto che conserva l’aspetto, la consistenza e la durata di conservazione delle note e amate banane Cavendish.

Guerra alle pesti
Secondo il Centro Studi Ortofrutticolo solo le famiglie italiane ogni anno consumano 281.625 tonnellate di banane (dati 2023, GFK Italia) e pare che nel 2024 questo numero sarà ampiamente superato. Infatti, a giugno 2024 i consumi domestici hanno già superato le 250.000 tonnellate. Va da sé che trovare una soluzione alle principali minacce alla produzione di banane è una questione vitale anche per molte famiglie.

@Chiquita Yelloway

«La banana cresce in modo ottimale in condizioni tropicali calde e umide, caratterizzate da elevati livelli di pioggia» spiega Peter Stedman, sustainability director di Chiquita. «Tuttavia, queste stesse condizioni sono ideali anche per la proliferazione di numerosi patogeni e parassiti, tra cui funghi, nematodi, insetti e batteri trasportati dal suolo o dall’aria. L’elenco è lungo. Con il cambiamento delle condizioni climatiche anche i patogeni si evolvono. In generale, è possibile coltivare senza l’uso di prodotti fitosanitari solo in aree secche e di alta quota, con accesso all’irrigazione. Questo, però, incide sui potenziali raccolti e sulla sostenibilità economica delle coltivazioni».

Il primo agente patogeno da arginare è il Black Sigatoka. Se non trattato, questo fungo colpisce le radici degli alberi, compromette la capacità delle foglie di fotosintetizzare, rallentando lo sviluppo dei frutti e riducendo significativamente i raccolti. «Nel settore delle piantagioni convenzionali, la voce di costo più rilevante per la protezione delle piante è l’applicazione aerea di fungicidi, utilizzati principalmente per controllare la Sigatoka Nera».

Poi c’è il Tropical Race 4 (Tr4), una variante del Fusarium che provoca l’avvizzimento. È all’origine della cosiddetta “malattia di Panama”. Individuato per la prima volta nel 1990 a Taiwan, si pensava che colpisse solo le piante in Asia e nel nord dell’Australia. Ma ora ce ne sono tracce ovunque. «L’industria ha investito centinaia di milioni per implementare misure di biosicurezza volte a rallentare la diffusione della malattia, che attualmente è presente in tre Paesi dell’America Latina: Colombia, Venezuela e Perù». Insomma, anche la frutta deve riscoprirsi resiliente. Anzi, resistente.

@Chiquita Yelloway

Cosa sono i resistenti
Per chi mastica un po’ di viticoltura sa bene che nella storia delle coltivazioni umane ci sono diversi esempi di cambi di rotta biologici necessari. La fillossera, che ha costretto l’uomo a cambiare quasi tutti gli apparati radicali delle vigne nel mondo. La xylella fastidiosa ha spinto la ricerca agronomica verso lo studio delle varie cultivar per individuare quelle resistenti al batterio e inventare la FS17, varietà immune all’agente patogeno.

«Il termine “resistente” indica che il patogeno non provoca alcun danno alla pianta» aggiunge Stedman. «Esistono diversi geni che regolano vari attributi, come l’altezza o la dimensione del frutto, e altri che determinano la suscettibilità della pianta ai patogeni. Per caratteristiche complesse, come il sapore, possono essere coinvolti numerosi geni differenti. Il team di Yelloway ha individuato vari geni che contribuiscono alla resistenza della pianta alla Sigatoka Nera e all’avvizzimento causato dal Fusarium. Incrociando piante genitrici che possiedono questi geni, alcuni dei discendenti erediteranno entrambe le resistenze».

Resistenti, una polizza assicurativa
Creare una nuova specie resistente «rappresenta la polizza assicurativa definitiva. Sappiamo che il Fusarium può distruggere intere coltivazioni di banane, come è avvenuto con la varietà Gros Michel negli anni Cinquanta e Sessanta, e alla fine accadrà lo stesso con la Cavendish. Avere varietà resistenti piantate significa garantire la sicurezza della piantagione e proteggere l’investimento fatto».

@Chiquita Yelloway

L’obiettivo ideale di chi investe nella creazione di una specie resistente come le aziende coinvolte nel progetto Yelloway è «produrre banane che abbiano prestazioni pari o superiori a quelle della Cavendish in tutti gli aspetti: resa, qualità del frutto, sapore e robustezza durante il trasporto. Se falliamo in uno di questi ambiti, non avremo raggiunto il nostro scopo. Nel lungo termine, consideriamo la resistenza come la base per ulteriori sviluppi varietali, alcuni dei quali potrebbero essere più orientati al mercato, con varietà selezionate per gusto, colore o dimensioni specifiche. Allo stesso modo, lo sviluppo potrebbe adattarsi a diversi regimi climatici, integrando la resistenza al freddo, al caldo o alla siccità. Tuttavia, tutte queste varietà condivideranno un aspetto fondamentale: la solida resistenza alla Sigatoka Nera e al Fusarium».

Creare resistenti è anche un investimento nella biodiversità. Infatti, attualmente, la grande maggioranza delle banane esportate appartiene a una sola varietà, la Cavendish. In più, la presenza di varietà resistenti ridurrà la necessità di utilizzare fungicidi per mantenere la salute delle piante, con un conseguente miglioramento dell’ambiente locale.

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